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Mi permetto di dissentire.

giovedì, ottobre 23, 2003

Licio Gelli: "Avevo già scritto tutto trent'anni fa"
Di Concita de Gregorio "La Repubblica" del 28 settembre 2003

Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa"

"Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io"

AREZZO - Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.

Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.

Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.

Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".

Il potere della memoria, ecco. Il resto è coreografia: il parco della villa che sembra il giardino di Bomarzo, con le statue le fontane i mostri, la villa in fondo a un sentiero di ghiaia dietro a un convento, le stanze con le pareti foderate di seta, i soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana che reggono i telefoni rossi, divani di cuoio da due da tre da sette posti, di velluto blu, di raso rosa, a elle e a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d'argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse al sole di settembre, scale, studi, studioli, sale d'attesa coi vassoi d'argento pieni di caramelle al limone. Ma lei vive qui da solo?. "Sì certo solo". E questi rumori, le ombre dietro le porte di vetro colorato? "La servitù".

Commendatore, gli sussurra una segretaria pallida porgendogli un biglietto: una visita. "Mi scusi, mi consente di assentarmi un attimo? E' un vecchio amico".

Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi ? insiste l'ultimo di una serie di intermediari ? Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.

"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".

Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".
Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".

Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente. Piuttosto. L'editore Dino, lo conosce?, ha appena ripubblicato il mio primo libro: Fuoco! E' stata la mia opera più sofferta, anche perché ha coinciso con la morte di mio fratello nella nostra guerra di Spagna. E' un edizione pregiata a tiratura limitata, porta in copertina il mio bassorilievo in argento. Ci sono due altri solo autori in questo catalogo: il Santo padre, e Silvio Berlusconi". Anche Berlusconi col bassorilievo d'argento? "Certo, guardi". Il titolo dell'opera è "Cultura e valori di una società globalizzata". Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.

E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito".

Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?
L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".

Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?

Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è il suo: certo forse i 900 affiliati alla P2 erano pochi. "Ma cosa dice, novecento persone sono anche troppe. Ne bastano molte meno". Allora quelle che ci sono ancora bastano, tolti i pentiti. "Nessuno si è pentito. Pentiti? A chi si riferisce? Costanzo, forse. L'unico. Con tutto quello che ho fatto per lui. Guardi: io non devo niente a nessuno ma tutti quelli che ho incontrato devono qualcosa a me. Ci sono dei ribelli a cui ho salvato la vita, ancora oggi quando mi incontrano mi abbracciano". Ribelli? "Sì, i ribelli che stavano sulle montagne, in tempo di guerra. Io ero ufficiale di collegamento fra il comando tedesco e quello italiano. Ne ho salvati tanti". Intende partigiani. "Li chiami come crede. Eravamo su fronti opposti, ma quando sei di fronte ad un amico non c'è divisa che conti.

L'amicizia, la fedeltà ad un amico viene prima di ogni cosa". L'amicizia, sì. La rete. Cossiga l'ha citata giorni fa, in un'intervista. Ha detto: chiedete a Gelli cosa pensava di Moro. "Da Moro andai a portare le credenziali quando ero console per un paese sudamericano. Mi disse: lei viene in nome di una dittatura, l'Italia è una democrazia. Mi spiegò che la democrazia è come un piatto di fagioli: per cucinarli bisogna avere molta pazienza, disse, e io gli risposi stia attento che i suoi fagioli non restino senz'acqua, ministro'". Anche in questo caso tragicamente profetico, per così dire. Lei cosa avrebbe fatto, potendo, per salvare Moro? "Non avrei fatto niente. Era stato fascista in gioventù, come Fanfani del resto, ma poi era diventato troppo diverso da noi. Lei ha visto il film sul delitto Moro?" Quello di Bellocchio? "No, l'altro. Quello tratto dal libro di Flamigni.

Ma le pare che si possa immaginare un agente dei servizi segreti che con un impermeabile bianco va a controllare sulla scena del delitto se è tutto andato secondo i piani?". Gli agenti dei servizi sono più prudenti? "Lei conosce Cossiga? Proprio una bravissima persona. E poi un uomo così colto, uno capace di conversare in tedesco. Un uomo puro, un animo limpido. Dopo la morte di mia moglie mi mandò un biglietto: "Ti sono vicino nel tuo primo Natale senza di lei", capisce che pensiero? Vorrebbe farmi una cortesia? Se lo incontra, vuole porgergli i miei ricordi, e i miei saluti?".


Il mondo perfetto, secondo Washington
Di Noam Chomsky, tratto da «Le Monde Diplomatique» settembre 2003

Il settembre 2002 è stato segnato da eventi importanti e strettamente connessi tra loro. Da un lato, gli Stati Uniti, la nazione più potente nella storia dell’umanità, hanno inaugurato una nuova strategia di sicurezza nazionale[1], dichiarando di voler mantenere la loro egemonia mondiale in modo permanente e di essere intenzionati a reagire a qualsiasi sfida con la forza, terreno sul quale, dalla fine della guerra fredda, non hanno rivali. Dall’altro lato, nel momento stesso in cui questa scelta politica veniva resa pubblica, i tamburi della guerra si mettevano in moto per preparare il mondo all’invasione dell’Iraq.
La nuova «strategia imperiale», come è stata immediatamente definitiva dalle più importanti riviste istituzionali, fa degli Stati uniti uno «stato revisionista, che cerca di utilizzare al massimo i suoi momentanei privilegi nel quadro di un ordine mondiale di cui detiene le redini».
In questo «mondo unipolare (…), nessuno stato e nessuna coalizione può contestare» all’America il suo ruolo «di leader, protettore e gendarme mondiale»[2]. John Ikenberry, autore di queste citazioni, cercava di segnalare i pericoli che una tale scelta politica avrebbe comportato per gli stessi Stati uniti. Non è stato il solo a opporsi con fermezza a un tale disegno imperiale.

A livello internazionale, sono bastati pochi mesi perché la paura nei confronti degli Stati uniti e la diffidenza verso i suoi dirigenti politici raggiungessero vette mai toccate prima. Un’inchiesta internazionale, realizzata da Gallup nel dicembre 2002, e praticamente ignorata dai media americani, ha rivelato che il progetto di una guerra contro l’Iraq condotta «unilateralmente dall’America e dai suoi alleati» non incontrava pressoché alcun sostegno.[3]
Bush intanto faceva sapere alle Nazioni unite che potevano rendersi «pertinenti» solo approvando i piani di Washington. Altrimenti avrebbero dovuto rassegnarsi a non essere altro che una sede di dibattito. A Davos, il «moderato» Colin Powell informava i partecipanti al Forum economico mondiale, anch’essi contrari ai progetti bellicosi della Casa bianca, che gli Stati uniti avevano il «sovrano diritto di intraprendere un’azione militare». E precisava: «Ogni volta che saremo convinti di qualcosa, indicheremo la strada».[4] E poco importa se poi nessuno segue.
Alla vigilia della guerra, nel corso del vertice delle Azzorre, George W. Bush e Anthony Blair decidevano di mostrare il proprio disprezzo nei confronti del diritto e delle istituzioni internazionali. Il loro ultimatum, infatti, non si rivolgeva all’Iraq, ma alle Nazioni unite: capitolate, dicevano in sostanza, o condurremo quest’invasione senza preoccuparci della vostra insignificante approvazione. E lo faremo, sia che Saddam Husseim e la sua famiglia lascino il paese, sia nel caso contrario.[5]
Il presidente Bush proclamava poi che gli Stati uniti disponevano «del potere sovrano di utilizzare la forza per garantire la propria sicurezza nazionale». La Casa Bianca, tuttavia, si diceva disposta a fare dell’Iraq una «vetrina araba», non appena la potenza americana si fosse saldamente installata nel cuore della regione che è la massima produttrice di energia del mondo. Una democrazia formale non avrebbe posto alcun problema, ma a condizione di garantire un regime sottomesso, come quelli che Washington reclama nel suo cortile di casa.

La «strategia imperiale» del settembre 2002 autorizzava gli Stati uniti anche a lanciare una «guerra preventiva». Preventiva e non anticipata. Perché si trattava di legittimare la distruzione di una minaccia non ancora materializzatasi, forse immaginata o anche inventata. La guerra preventiva non ha niente di diverso dal «crimine supremo» condannato a Norimberga. (…)
A Washington, l’«ondata mondiale di odio» non ha posto alcun problema particolare. La scelta prioritaria era essere temuti, non amati. Ed è stato con grande naturalezza che il segretario di stato alla difesa, Donald Rumsfeld, ha fatto sue la parole del gangster Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e un fucile, che con una parola gentile e nient’altro». I dirigenti americani sapevano che il loro comportamento avrebbe aumentato il rischio del terrorismo e quello di un proliferare delle armi di distruzione di masse. Ma la realizzazione di determinati obiettivi è per loro più importante di rischi di questo tipo. Essi mirano, infatti, da un lato ad instaurare l’egemonia degli Stati uniti nel mondo, e dall’altro, sul piano interno, ad attuare un programma che smantelli le conquiste progressiste strappate dalle lotte popolari nel corso del XX secolo.
Meglio ancora, debbono riuscire a istituzionalizzare questa contro-rivoluzione per renderla permanente.
Una potenza egemonica non può accontentarsi di proclamare la sua politica ufficiale, deve imporla come nuova norma delle relazioni internazionali. (…)

Nella nuova dottrina americana, è necessario che il bersaglio scelto dagli Stati uniti risponda a diversi criteri. Deve essere indifendibile, abbastanza importante da giustificare l’interesse, e apparire non solo come una «minaccia mortale», ma addirittura il «male assoluto».
L’Iraq rispondeva perfettamente a questi requisiti, e in particolare alle due prime condizioni. Quanto alle altre, basta ricordare le omelie di Bush e Blair e dei loro compari: il dittatore: «ammassa le armi più pericolose al mondo [per] sottomettere, intimidire o aggredire» Armi che ha «già utilizzato contro interi villaggi facendo migliaia di morti, feriti e handicappati tra i propri cittadini. […] Se questo non è male, allora il termine non ha più senso»

Pronunciata dal presidente Bush, l’efficace requisitoria suona giusta; coloro che contribuiscono al male non debbono restare impuniti. Ma tra questi ultimi vanno necessariamente inseriti anche l’autore dei nobili propositi, alcuni dei suoi attuali accoliti e quanti si sono associati a loro nel sostenere, tutti insieme, l’incarnazione del male assoluto, quando questo, già da tempo, aveva compiuto la maggior parte dei suoi terribili misfatti. Infatti, allorquando ribadivano in continuazione le atrocità compiute dal mostro Saddam Hussein, i dirigenti occidentali tacevano un’informazione cruciale: questi crimini erano stati compiuti con il loro appoggio, perché si trattava di azioni che in fondo li lasciavano indifferenti. Il sostegno si era poi trasformato in condanna non appena l’amico di ieri aveva commesso il suo primo vero delitto, quello di disubbidire (o forse, di mal interpretare gli ordini) invadendo il Kuwait. La sanzione fu terribile…per i sudditi. Il tiranno, personalmente, ne uscì indenne, anzi fu addirittura rafforzato dalle sanzioni imposte dagli ex protettori.
Ma Washington rinnovò il suo sostegno a Saddam Hussein subito dopo la prima guerra del Golfo, quando il dittatore schiacciò le rivolte che forse avrebbero potuto rovesciarlo.
(…)

[1] George W. Bush, Washington 20 settembre 2002
[2] John Ikenberry, Foreign Affairs, New York settembre-ottobre 2002
[3] Sondaggio in 27 paesi, International Herald Tribune, 5 dicembre 2002
[4] The Wall Street Journal, 27 gennaio 2003
[5] The New York Times, 18 marzo 2003
Il mondo perfetto, secondo Washington
Di Noam Chomsky, tratto da «Le Monde Diplomatique» settembre 2003

Il settembre 2002 è stato segnato da eventi importanti e strettamente connessi tra loro. Da un lato, gli Stati Uniti, la nazione più potente nella storia dell’umanità, hanno inaugurato una nuova strategia di sicurezza nazionale[1], dichiarando di voler mantenere la loro egemonia mondiale in modo permanente e di essere intenzionati a reagire a qualsiasi sfida con la forza, terreno sul quale, dalla fine della guerra fredda, non hanno rivali. Dall’altro lato, nel momento stesso in cui questa scelta politica veniva resa pubblica, i tamburi della guerra si mettevano in moto per preparare il mondo all’invasione dell’Iraq.
La nuova «strategia imperiale», come è stata immediatamente definitiva dalle più importanti riviste istituzionali, fa degli Stati uniti uno «stato revisionista, che cerca di utilizzare al massimo i suoi momentanei privilegi nel quadro di un ordine mondiale di cui detiene le redini».
In questo «mondo unipolare (…), nessuno stato e nessuna coalizione può contestare» all’America il suo ruolo «di leader, protettore e gendarme mondiale»[2]. John Ikenberry, autore di queste citazioni, cercava di segnalare i pericoli che una tale scelta politica avrebbe comportato per gli stessi Stati uniti. Non è stato il solo a opporsi con fermezza a un tale disegno imperiale.

A livello internazionale, sono bastati pochi mesi perché la paura nei confronti degli Stati uniti e la diffidenza verso i suoi dirigenti politici raggiungessero vette mai toccate prima. Un’inchiesta internazionale, realizzata da Gallup nel dicembre 2002, e praticamente ignorata dai media americani, ha rivelato che il progetto di una guerra contro l’Iraq condotta «unilateralmente dall’America e dai suoi alleati» non incontrava pressoché alcun sostegno.[3]
Bush intanto faceva sapere alle Nazioni unite che potevano rendersi «pertinenti» solo approvando i piani di Washington. Altrimenti avrebbero dovuto rassegnarsi a non essere altro che una sede di dibattito. A Davos, il «moderato» Colin Powell informava i partecipanti al Forum economico mondiale, anch’essi contrari ai progetti bellicosi della Casa bianca, che gli Stati uniti avevano il «sovrano diritto di intraprendere un’azione militare». E precisava: «Ogni volta che saremo convinti di qualcosa, indicheremo la strada».[4] E poco importa se poi nessuno segue.
Alla vigilia della guerra, nel corso del vertice delle Azzorre, George W. Bush e Anthony Blair decidevano di mostrare il proprio disprezzo nei confronti del diritto e delle istituzioni internazionali. Il loro ultimatum, infatti, non si rivolgeva all’Iraq, ma alle Nazioni unite: capitolate, dicevano in sostanza, o condurremo quest’invasione senza preoccuparci della vostra insignificante approvazione. E lo faremo, sia che Saddam Husseim e la sua famiglia lascino il paese, sia nel caso contrario.[5]
Il presidente Bush proclamava poi che gli Stati uniti disponevano «del potere sovrano di utilizzare la forza per garantire la propria sicurezza nazionale». La Casa Bianca, tuttavia, si diceva disposta a fare dell’Iraq una «vetrina araba», non appena la potenza americana si fosse saldamente installata nel cuore della regione che è la massima produttrice di energia del mondo. Una democrazia formale non avrebbe posto alcun problema, ma a condizione di garantire un regime sottomesso, come quelli che Washington reclama nel suo cortile di casa.

La «strategia imperiale» del settembre 2002 autorizzava gli Stati uniti anche a lanciare una «guerra preventiva». Preventiva e non anticipata. Perché si trattava di legittimare la distruzione di una minaccia non ancora materializzatasi, forse immaginata o anche inventata. La guerra preventiva non ha niente di diverso dal «crimine supremo» condannato a Norimberga. (…)
A Washington, l’«ondata mondiale di odio» non ha posto alcun problema particolare. La scelta prioritaria era essere temuti, non amati. Ed è stato con grande naturalezza che il segretario di stato alla difesa, Donald Rumsfeld, ha fatto sue la parole del gangster Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e un fucile, che con una parola gentile e nient’altro». I dirigenti americani sapevano che il loro comportamento avrebbe aumentato il rischio del terrorismo e quello di un proliferare delle armi di distruzione di masse. Ma la realizzazione di determinati obiettivi è per loro più importante di rischi di questo tipo. Essi mirano, infatti, da un lato ad instaurare l’egemonia degli Stati uniti nel mondo, e dall’altro, sul piano interno, ad attuare un programma che smantelli le conquiste progressiste strappate dalle lotte popolari nel corso del XX secolo.
Meglio ancora, debbono riuscire a istituzionalizzare questa contro-rivoluzione per renderla permanente.
Una potenza egemonica non può accontentarsi di proclamare la sua politica ufficiale, deve imporla come nuova norma delle relazioni internazionali. (…)

Nella nuova dottrina americana, è necessario che il bersaglio scelto dagli Stati uniti risponda a diversi criteri. Deve essere indifendibile, abbastanza importante da giustificare l’interesse, e apparire non solo come una «minaccia mortale», ma addirittura il «male assoluto».
L’Iraq rispondeva perfettamente a questi requisiti, e in particolare alle due prime condizioni. Quanto alle altre, basta ricordare le omelie di Bush e Blair e dei loro compari: il dittatore: «ammassa le armi più pericolose al mondo [per] sottomettere, intimidire o aggredire» Armi che ha «già utilizzato contro interi villaggi facendo migliaia di morti, feriti e handicappati tra i propri cittadini. […] Se questo non è male, allora il termine non ha più senso»

Pronunciata dal presidente Bush, l’efficace requisitoria suona giusta; coloro che contribuiscono al male non debbono restare impuniti. Ma tra questi ultimi vanno necessariamente inseriti anche l’autore dei nobili propositi, alcuni dei suoi attuali accoliti e quanti si sono associati a loro nel sostenere, tutti insieme, l’incarnazione del male assoluto, quando questo, già da tempo, aveva compiuto la maggior parte dei suoi terribili misfatti. Infatti, allorquando ribadivano in continuazione le atrocità compiute dal mostro Saddam Hussein, i dirigenti occidentali tacevano un’informazione cruciale: questi crimini erano stati compiuti con il loro appoggio, perché si trattava di azioni che in fondo li lasciavano indifferenti. Il sostegno si era poi trasformato in condanna non appena l’amico di ieri aveva commesso il suo primo vero delitto, quello di disubbidire (o forse, di mal interpretare gli ordini) invadendo il Kuwait. La sanzione fu terribile…per i sudditi. Il tiranno, personalmente, ne uscì indenne, anzi fu addirittura rafforzato dalle sanzioni imposte dagli ex protettori.
Ma Washington rinnovò il suo sostegno a Saddam Hussein subito dopo la prima guerra del Golfo, quando il dittatore schiacciò le rivolte che forse avrebbero potuto rovesciarlo.
(…)

[1] George W. Bush, Washington 20 settembre 2002
[2] John Ikenberry, Foreign Affairs, New York settembre-ottobre 2002
[3] Sondaggio in 27 paesi, International Herald Tribune, 5 dicembre 2002
[4] The Wall Street Journal, 27 gennaio 2003
[5] The New York Times, 18 marzo 2003
Cellulari e internet per localizzare persone
ANSA ore 20:50 del 19/10/2003

LONDRA - Impiegati pelandroni, partner infedeli ed adolescenti bugiardi attenzione: un nuovo sistema consente di controllare i movimenti di una persona utilizzando i segnali inviati dal telefono cellulare. Per circa 7 euro al mese alcuni siti internet britannici offrono agli utenti la possibilità di spiare colleghi e familiari.

Il sistema di localizzazione si basa sui segnali emessi dai cellulari e captati dalle antenne sparse per il Paese. Calcolando la distanza tra il telefono e l'antenna più vicina, il servizio è in grado di identificare la posizione del sorvegliato in un raggio di 50 metri se ci si trova in città o di 2 chilometri se si e' in campagna, dove il numero di ripetitori di segnali è più scarso.

I provider di questo servizio ricevono i dati della persona da sorvegliare dalle società telefoniche e coloro che si abbonano possono poi accedere al sito internet del provider che comunicherà la posizione della persona 'spiata'. La semplicità e convenienza di questo sistema hanno fatto sì che un numero crescente di persone abbia espresso interesse verso questa nuova tecnologia: genitori che vogliono controllare dove si trovano i figli o i parenti più anziani ed assicurarsi che siano al sicuro, partner che sospettano di essere traditi e datori di lavoro che non si fidano dei loro impiegati, sono tra i clienti più diffusi. Le società che offrono questo servizio assicurano che nessuno verrà spiato a sua insaputa: una volta che ci si abbona, il telefono sorvegliato riceverà periodicamente alcuni sms per avvertire l'utente che può venire localizzato in qualsiasi momento. Ma tra tanti messaggini nulla di più facile che questo possa sfuggire. E allora sono guai. Riceviamo molte telefonate di mogli che vogliono controllare i mariti, ma senza inviare il segnale via sms, ma noi dobbiamo rifiutare, ha spiegato Andrew Overton, manager della VeriLocation, una delle circa sei società che in Gran Bretagna offrono questo servizio. Chi si vuole abbonare deve avere più di 18 anni, deve dare il proprio indirizzo, che verrà verificato dalla società e nel caso si voglia sorvegliare un minorenne bisogna dare prova di essere il genitore o il tutore. Sono in molti tuttavia ad esprimere dubbi circa questo sistema: i metodi di identificazione e di verifica non sono infallibili e la diffusione di tale sistema potrebbe incoraggiare una cultura legata al sospetto ed al bisogno di spiarsi reciprocamente. Secondo Mark Littlewood dell'associazione per i diritti civili e la privacy Liberty, tale sistema potrebbe rivelarsi deleterio per le relazioni personali.

''Se mia moglie mi chiedesse se avere il mio cellulare sotto controllo mi desse fastidio, cosa le dovrei rispondere?''.
Epatite C
Peter Duesberg, «Speculazioni e Abusi in campo sanitario», Macro edizioni

Secondo la teoria ufficiale l’epatite C è una malattia infettiva che si contrae contaminandosi con sangue positivo per l’antigene C attraverso trasfusioni o interventi chirurgici. Difficilmente per via sessuale.

Peter Duesberg, il grande virologo noto per le sue ricerche sul cancro e l’AIDS, non la pensa nello stesso modo e lo spiega nel suo libro: «Aids. Il virus inventato», sentiamo come.

«Un terzo tipo di epatite fu scoperta negli anni Settanta e anch’essa riguardava per lo più drogati, alcolizzati e persone che hanno ricevuto trasfusioni di sangue. La maggior parte degli scienziati ritennero in un primo tempo che si trattasse di epatite A o B, finché ripetuti esami di laboratorio non riuscirono a trovare il virus nel sangue delle vittime. Circa 35.000 americani muoiono ogni anno per questa malattia, una parte di questi per «epatite non-A, non-B», come la si è definita per anni. Oggi si chiama epatite C. Questa forma di epatite non si comporta come una malattia infettiva, perché colpisce persone che appartengono a gruppi a rischio ben definiti, invece di diffondersi fra larghi strati della popolazione o anche fra medici che curano gli epatitici. Tuttavia i virologi hanno continuato a tener d’occhio la malattia dall’inizio, sperando di trovare un giorno il virus che la provoca.

Quel giorno arrivò nel 1987. Scena dell’evento fu il laboratorio di ricerca della Chiron Corporation, un’azienda di biotecnologie che si trova nelle vicinanze di San Francisco. Avendo a disposizione le tecniche più avanzate, un’équipe di scienziati iniziò la ricerca nel 1982 iniettando a degli scimpanzé il sangue prelevato a malati di epatite non-A non-B. Nessuna delle scimmie si ammalò, anche se comparvero vaghi sintomi di infezione o arrossamento. Il passo successivo fu quello di cercare il virus nel tessuto del fegato. Ricerca vana. Al limite della disperazione, gli scienziati si misero a cercare anche tracce piccolissime di virus e alla fine trovarono, e ingrandirono parecchio, un microscopico frammento di informazione genetica, codificato in una molecola nota come ribonucleic acid (acido ribonucleico) o RNA, che non sembra appartenere al codice genetico dell’ospite. Questo frammento di RNA presumibilmente estraneo, ragionarono i ricercatori, deve costituire l’informazione genetica di qualche virus non identificato. Qualunque cosa fosse, il tessuto epatico ne contiene quantitativi rintracciabili a stento. Solo la metà circa di tutti i malati di epatite C hanno il raro RNA estraneo. E in quelli che lo hanno c’è solo una molecola di RNA ogni dieci cellule epatiche: difficile credere che, in simile quantità, possa causare la malattia.

I ricercatori della Chiron si servirono della nuova tecnologia per ricostruire pezzi del virus misterioso. Ora erano in grado di controllare se i pazienti avevano nel sangue gli anticorpi contro questo virus ipotetico e scoprirono presto che solo una risicata maggioranza di soggetti affetti da epatite C li aveva. Il primo postulato di Koch, naturalmente vuole che un virus davvero pericoloso si trovi in notevoli quantità in ogni singolo paziente. Il secondo postulato richiede che le particelle virali siano isolate e coltivate, anche se questo ipotetico virus dell’epatite non è mai stato trovato intatto. Il terzo postulato, infine, prescrive che gli animali da laboratorio, come gli scimpanzé, si ammalino quando viene loro iniettato il virus. Nessuno dei tre postulati è soddisfatto da questo fantomatico virus, eppure gli scienziati della Chiron annunciarono nel 1987 di aver finalmente trovato il virus dell’epatite C.

Oggi l’ipotesi virale si trova a fare i conti con altri paradossi. Moltissime persone che risultano positive al virus dell’epatite C non sviluppano mai alcun sintomo della malattia, anche se il virus non è meno attivo in loro rispetto ai malati di epatite. E da un recente studio su larga scala che ha seguito i pazienti per 18 anni risulta che i sintomatici vivono quanto quelli asintomatici. Nonostante questi fatti, gli scienziati difendono ancora il loro virus elusivo attribuendogli un periodo di latenza che si estende per decenni.

Paradossi del genere non intimidiscono più i virologi. Anzi qualsiasi nuova ipotesi virale, non importa quanto bizzarra, di solito riceve una pioggia di riconoscimenti. La Chiron non ha passato invano i cinque anni occorsi a creare il suo virus.

Dopo aver brevettato il test per la ricerca del virus l’azienda lo ha messo in produzione e ha montato una campagna pubblicitaria per accaparrarsi potenti alleati. Il primo passo è stato un articolo pubblicato su «Science» e curato dalla sezione di biologia molecolare dell’Università della California a Berkeley, molto vicina alla multinazionale Chiron… La grande occasione si presentò alla fine del 1987 sotto forma di richiesta speciale da parte dei medici curanti dell’imperatore giapponese Hirohito. Il monarca stava morendo e aveva bisogno di continue trasfusioni: poteva la Chiron fornire un test sicuro per accertarsi che il sangue non contenesse il virus dell’epatite C? L’azienda non si lasciò sfuggire l’occasione e si fece un nome tale in Giappone che il sindaco di Tokyo approvò la commercializzazione del prodotto nel giro di un anno. L’imperatore nel frattempo morì, ma l’interesse per il test aumentò quando le autorità giapponesi misero l’epatite C ai primi posti delle priorità sanitarie.

Il kit della Chiron rende oggi circa 60 milioni di dollari l’anno…»
Londra, un sofisticato software dà la possibilità di smistare le telefonate a seconda della classe sociale

Il centralino diventa classista e risponde soltanto ai ricchi
Enrico Franceschini - «La Repubblica» 21 ottobre 2003


LONDRA - Se mister Smith pensa di essere scalognato, perché ogni volta che telefona in banca, o alla sua compagnia d'assicurazioni, o a un'agenzia di viaggi, il centralino lo mette automaticamente in attesa e ce lo lascia per un'eternità, può darsi che non debba incolpare la sfortuna, ma il portafoglio. Più di cinquecento aziende britanniche, infatti, classificano segretamente clienti e consumatori sulla base del reddito: i ricchi vengono messi in cima a qualsiasi coda telefonica, ricevendo un trattamento improntato alla massima cortesia ed efficienza; i poveri vengono sistemati in fondo e le loro chiamate sono le ultime a ottenere risposta, se la ottengono. Suona incredibile, eppure è l'ennesima conquista della tecnologia, frutto di un software che consente ai computer dei "call centers" di smistare le telefonate in base alla provenienza e di uno spregiudicato uso del marketing.
Il "Times" di Londra ne dà notizia con un titolo, "Siete dei consumatori di seconda classe?", che tradisce un minimo di imbarazzo. A qualcuno, l'iniziativa può sembrare razzista, o almeno inconcepibile per un paese civile, per non parlare di un paese come il Regno Unito che ha dato al mondo il parlamentarismo e lo stato di diritto. Nick Randall, presidente del Gruppo AIT, che ha inventato il software responsabile dell'innovativo sistema, non è di questo parere: "Qualunque azienda desidera che i propri dipendenti migliori si prendano cura dei propri migliori clienti". Certo, soggiunge, è meglio se i consumatori sfavoriti non lo vengono a sapere, ma è un po' come la separazione tra "business class" e "classe turistica" in aereo, chi paga di più riceve di più.

La differenza è che un passeggero di aereo è consapevole di quanto ha pagato, della classe in cui siede e del proprio status. Lo smistamento automatico dei centralini, invece, avviene all'insaputa dei consumatori. I quali vengono selezionati in tre modi:

1) il software della AIT è in grado di riconoscere la zona da cui proviene una telefonata e di classificarla in base al reddito, altrimenti un nastro registrato chiede al cliente di digitare sulla tastiera il proprio codice postale;

2) le banche compilano una graduatoria in base a reddito, carte di credito e altri dati che rivelano il "valore" del cliente;

3) le aziende si rivolgono a società di marketing per analizzare la propria clientela.

Una di queste, la Experia, suddivide la popolazione in 52 categorie, da "astuto capitalista" e "materialista in ascesa" fino ai poveretti a cui il centralino non darà mai la linea. La selezione non si limita al tempo da passare in coda, rivela la Datamonitor, la società autrice del rapporto citato dal Times: alcune aziende forniscono ai dipendenti un "codice di comportamento", in base al quale i clienti "ricchi" vanno trattati con cortesia e pazienza, mentre con gli altri si può andare per le spicce.

Chissà se, zitti zitti, i centralini "classisti" sono entrati in funzione anche in Italia. Fateci un pensierino, la prossima volta che vi fanno ascoltare una musichetta per un'eternità.

La sacra alleanza del King David
Stefano Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003

Neocons, sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il Medioriente.

«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale che si propone di «creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese». Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni tra i più noti guru della galassia neo-cons: Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante l'amministrazione Reagan.

L'islam, il nuovo totalitarismo
A consultare il sito web messo in piedi per l'evento (www.jerusalemsummit.org), si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali, leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».

La mafia russa si getta nella mischia
Al di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie. Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune: l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più celebri.
Uniti dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei meandri di questo nuovo think tank ultra-sionista appaiono animati da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr) è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone. Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria.

Propaganda 2003
Di Gianni Cipriani - «Avvenimenti» nr. 40 ottobre 2003


Siamo abituati a pensare alla P2 come ad un rottame della storia, o al massimo come un retaggio di un malaffare politico e massonico. Un qualcosa fuori dal tempo che, di tanto in tanto, si ripresenta come un insulto alle coscienze, e per questo, solo per questo, accende furibonde reazioni.

Ma cos’è davvero la P2? Cos’è il sistema piduista? Nel senso comune prevale ormai la formula che evoca il sistema di malaffare, i faccendieri e i vecchi agenti segreti senza scrupoli, pronti a depistare. Come se una progressiva «usura» del tempo avesse operato sulle parole stesse «P2 e piduista», facendo diventare questi termini etichette prive di contenuto. Insulti che, quando sono utilizzati, paradossalmente bloccano sul nascere ogni ragionamento; diventano risposte scontate che spengono ogni domanda.

La domanda, invece, va riaccesa. Bisogna comprendere che il «sistema piduista», nei suoi valori e nelle linee strategiche, è un credo politico ben strutturato. Non è semplice malaffare. E’, semmai, una dottrina che ha fatto (e sicuramente fa ancora) leva sul malaffare, sui burattini d’avventura, come gli scenari oscuri che sono comparsi intorno al falso scandalo Telekom Serbia stanno ampiamente dimostrando. Gli obiettivi che persegue, però, sono politici.

Null’altro che politici.

Ecco perché arretrare all’accezione insultante (e stereotipata) di piduista è un limite, se non un grave errore, che non consente di individuare le linee strategiche lungo le quali sta proseguendo il piano di rinascita – il termine non è casuale – di una concezione autoritaria, affaristica e sostanzialmente antieuropea che sempre più si va radicando in una parte consistente della cultura politica conservatrice, moderata nelle apparenze ma reazionaria nelle pulsioni primarie.

Vale la pena, quindi, analizzare serenamente (si fa per dire) quel complesso di vicende che oggi, paradossalmente, hanno portato l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ad affermare tranquillamente e sinceramente che nel nostro paese si va riproponendo una «questione massonica», dal momento che stiamo assistendo ad un ritorno al passato, quando in alcune logge si decidevano le sorti della politica e dell’economia.

Allora bisogna partire dalla questione delle questioni, che nella politica piduista era rappresentata dalla stessa identità della repubblica italiana. Una repubblica antifascista la cui Costituzione è stata elaborata dalle forze politiche che avevano promosso la lotta di Liberazione. Una eredità politica ce non è mai stata digerita da quell’insieme di forze che si è storicamente radunato intorno alla P2. I motivi sono del tutto evidenti: l’unità delle forze antifasciste, o del cosiddetto «arco costituzionale», è stata sempre vista come una ferita aperta da sanare al più presto perché attraverso questo «mito» il Pci aveva ottenuto quella legittimità democratica che mai e poi mai avrebbe dovuto avere. Colpa dei comunisti, ma anche di tutti quei cattolici democratici che, pur nella diversità e nell’asprezza dello scontro, non avevano mai voluto recidere le radici comuni che univano le forze che avevano dato vita al patto costituzionale. Ecco, dunque, perché nella logica piduista l’unità antifascista andava sostituita al più presto con un’altra unità, che adottasse uno sbarramento a sinistra e, nello stesso tempo, aprisse a destra, pur rifiutando ufficialmente di accogliere in questo patto i neofascisti.

Per «rompere» questo patto, nella logica di Licio Gelli e dei suoi seguaci, non c’erano che due strade: depotenziare il «mito» dell’unità antifascista e dare una diversa lettura della lotta partigiana per annullare il valore storico e politico e, come secondo passo, cancellare la Costituzione che in quella storia aveva la sua scaturigine.

Proprio questa concezione è stata, negli anni Settanta, alla base di alcune avventure eversive, a cominciare dal golpe Borghese, che a dispetto dei nostalgici di Mussolini e dei repubblichini che avrebbero dovuto portarlo a termine, non sarebbe stato un colpo di stato dichiaratamente «fascista»; così come «fascista» non sarebbe stato il progetto eversivo di Edgardo Sogno, passato alla storia come «golpe bianco». Secondo questo schema, i mali d’Italia erano rappresentati dal «pericolo comunista», ma anche dalla sostanziale «inaffidabilità» democristiana il cui gruppo dirigente era ancorato ai valori della Costituzione, né intendeva disfarsene. Da qui i continui timori del lento ma progressivo e inesorabile scivolamento verso il «caos comunista» e la celebre frase di Edgardo Sogno secondo la quale la sua organizzazione si era presa l’impegno di «sparare» contro chiunque – i democristiani traditori – avesse consentito al Pci di entrare nel governo.
Se queste sono, come sono, le premesse, si comprende come l’attuale e sempre più stringente tentativo di minare i valori fondanti della nostra Repubblica, la rivalutazione di Mussolini, del fascismo e della repubblica di Salò, la volontà di equiparare – nel rispetto dei morti – partigiani e repubblichini ovvero il desiderio di snaturare il valore simbolico del 25 aprile e di annacquarlo nella condanna indistinta dei regimi totalitari, siano passaggi ineludibili della strategia piduista. Così come non si può certamente liquidare come una semplice battuta infelice la frase di Silvio Berlusconi sulla “Costituzione sovietica”.
Su questo, come detto, varrebbe la pena di riflettere invece di limitarsi ad utilizzare il termine piduista come insulto. A chiedersi come mai, ad esempio, da un po’ di tempo a questa parte viene lasciato il solo presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a celebrare degnamente il 25 aprile. O perché Berlusconi scelse questa data per ricordare a Torino proprio Edgardo Sogno, decorato per il suo valore partigiano, che in seguito, però, era diventato uno dei paladini dell’oltranzismo anticomunista, fino ad approdare alla loggia P2 e a partorire progetti eversivi. E c’è da chiedersi se non sia proprio per l’avanzare di questa revisione di stampo piduista che è l’intera storia della Repubblica ad essere messa in discussione. Non si spiegherebbe altrimenti l’ossessione “comunista” che sembra pervadere Silvio Berlusconi ed i suoi sudditi, impegnati a denunciare il grande complotto con il quale i “rossi” (grazie anche all’inazione democristiana) si sarebbero infiltrati in tutti i gangli dello Stato fino a conquistarlo.

Può servire, nel Duemila, agitare lo spettro comunista per guadagnare qualche voto in più?
C’è di che dubitarne. E allora tanto zelo si giustifica con il fatto che la “nuova” Italia che qualcuno ha in mente può essere costruita solo sulle macerie della nostra Costituzione e della sua storia. Cancellare la memoria dell’Italia repubblicana. Non c’è nulla di più “piduista” di questo proposito. Eppure molti di coloro, per i quali la P2 evoca qualcosa di negativo, si mostrano assai più condiscendenti di fronte a questa deriva, magari ingannati da nobili slogan come “pacificazione”, che sicuramente è un obiettivo da raggiungere, ma che adesso è semplicemente un diversivo.

Ci sarebbe poi da riflettere su un altro particolare di non poco conto: la collocazione internazionale della P2. Oggi, dopo molto tempo, lo stesso ex preside Cossiga – che pure ha sempre criticato gli esiti della commissione P2 presieduta da Tina Anselmi – è disposto ad ammettere che la loggia di Licio Gelli è stata un centro di irradiazione dell’oltranzismo atlantico. C’era la guerra fredda e in occidente l’anticomunismo aveva differenti gradazioni. Nella loggia di Licio Gelli c’erano i “duri”; coloro i quali pensavano, appunto, che l’unità antifascista fosse un orpello e che ci volessero le misure forti. Così, proprio perché espressione dei settori più rigidi dell’atlantismo, Licio Gelli divenne uno dei referenti più apprezzati del partito repubblicano degli Stati Uniti e, per essere più precisi, un referente della destra repubblicana.

Oggi chi ha l’immagine del Gelli depistatore e faccendiere dimentica che il Maestro Venerabile della P2, ad esempio, fu uno tra i più attivi nel sostenere la candidatura di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti e si impegnò, anche per convincere i numerosi italo-americani, a far pubblicare sul Corriere della Sera una serie di articoli che dovevano mettere in buona luce lo sfidante del presidente uscente, Carter. Anche per questo Gelli (oltre a lui c’era Francesco Pazienza) fu tra gli invitati al ricevimento che si tenne negli Stati Uniti per festeggiare la vittoria di Reagan.

L’Italia pensata dalla P2 era una repubblica legata mani e piedi agli Stati Uniti. Anzi, a quei settori più reazionari e più “oltranzisti” nella lotta contro il nemico che allora si chiamava comunismo. Cosa c’è di differente dal governo di oggi, nel quale le spinte ad ancorarsi ai voleri della destra repubblicana, oggi rappresentata da Bush jr., sono così forti da mettere in discussione il ruolo dell’Italia nel processo di unificazione Europea? Cambiano gli scenari ma, evidentemente, il cordone ombelicale non è stato reciso. Ed ecco manifestarsi quegli atteggiamenti da vassallo prostrato di fronte all’imperatore che nemmeno negli anni Settanta, quando pure forte era la polemica sul “servilismo atlantico” dell’Italia, si erano mai visti in simile maniera. Anche in questo caso, non c’è nulla di più piduista.
Quella che abbiamo di fronte, dunque, è una precisa strategia politica che oggi trova in Silvio Berlusconi la sua espressione ma che, probabilmente, è una tendenza politica che sopravviverà a Berlusconi, così come è sopravvissuta nel passaggio tra la prima e la seconda repubblica. Politica che, come detto, fa spesso leva sul malaffare, ma che non è materia esclusiva (anzi, è vero il contrario) degli specialisti delle trame. Oggi, come detto, alcuni personaggi comparsi a margine del caso Telekom Serbia e le spavalde dichiarazioni di Licio Gelli rappresentano il volto di questo oscuro passato. Ma il problema è che questo “passato” è presente. E siffatta strategia sta ottenendo i suoi più significativi successi proprio là dove la sensibilità democratica è meno sensibile o, se è sensibile, reagisce solo appellandosi alla ritualità dei simboli. Oggi il piduismo è più forte non solo perché ricompaiono Gelli, Pazienza e uno stuolo di faccendieri. E’ più forte perché si stanno minando le basi della nostra Repubblica secondo uno schema ben collaudato. E nessuno, fino ad ora, ha davvero disinnescato quelle cariche.

Capitolo 17 del libro: «11 settembre: colpo di stato in USA»
(11 settembre 2001) Parla Von Bülow
Tratto da «11 settembre: colpo di stato in USA» di Maurizio Blondet

Il 13 gennaio 2002 il giornale berlinese «Der tagesspiegel» pubblica con rilievo la seguente intervista ad Andreas von Bülow, già ministro tedesco della tecnologia.
«Dopo gli orrendi attentati dell’11 settembre», attacca von Bülow senza esitare, «constato che l’intera opinione pubblica viene forzata a credere a una versione che credo sbagliata»
E segnala: «Ci sono in USA ventisei agenzie di controspionaggio che costano trenta miliardi di dollari l’anno: più dell’intero bilancio tedesco per la Difesa. E non sono state capaci di prevenire gli attacchi (…) Non un sospetto, prima. E per sessanta decisivi minuti, le agenzie militari e di intelligence hanno lasciato a terra i caccia; però quarantotto ore dopo l’FBI presenta una completa lista dei dirottatori suicidi. Ma dieci giorni dopo risulta che sette di loro sono ancora vivi. E perché i capi dell’FBI non spiegano queste contraddizioni? Da dove veniva la lista, e perché era falsa?
Se fossi nei panni del responsabile dell’indagine, io terrei informato regolarmente il pubblico».
Il che non è avvenuto e non avviene in USA, sottolinea l’ex ministro tedesco. Poi torna sullo strano profilo dei «suicidi».
«Si lasciano dietro tracce come una carica di elefanti. Fanno pagamenti con le loro carte di credito, danno i loro veri nomi agli istruttori di volo. Si lasciano dietro auto noleggiate con manuali di volo in arabo. Portano con sé, nel loro viaggio verso il suicidio, ultime volontà e lettere d’addio, che cadono nelle mani dell’FBI perché le hanno messe nel posto sbagliato, con indirizzi sbagliati.
Andiamo! Sono segnali lasciati sul percorso come in una caccia al tesoro per bambini».
Von Bülow non esita a parlare di «lavaggio di cervello collettivo» a cui «le democrazie di massa vengono sottoposte».
«L’immagine del nemico come comunista non funziona più; deve essere sostituita con l’Islam. Non è un’idea mia. Essa viene da Zbigniew Brzezinski e Samuel Huntington, due strateghi che formano l’intelligence e la politica estera americana.
«Già a metà degli anni ’90, Huntington (uno dei fondatori del CFR: Council on Foreign Relations) diceva: “la gente in USA e in Europa ha bisogno di un nuovo nemico da odiare, ciò rafforzerà la loro identificazione con la propria società. Brzezinski, il cane matto, già consigliere di Jimmy Carter, teorizza il diritto esclusivo degli Stati Uniti a impossessarsi delle materie prime del mondo, anzitutto greggio e gas. E questo coincide perfettamente con i desideri dell’industria degli armamenti, delle agenzie d’intelligence, del cosiddetto “complesso militare-industriale”.
«(…) Posso affermare questo: la progettazione dell’attacco è stato un capolavoro dal punto di vista tecnico e organizzativo. Dirottare quattro grossi aerei di linea in pochi minuti e lanciarli sui bersagli entro un’ora con complicate manovre di pilotaggio!
Questo è impensabile, senza l’appoggio, e per anni, di apparati segreti dello Stato e dell’industria».
Ma queste sono le cose che dicono i teorizzatori di complotti!, esclama l’intervistatore.
Von Bülow replica:
«Ah sì, sì: in questo modo coloro che preferiscono seguire la versione ufficiale e politicamente corretta ridicolizzano così chi pone certe questioni. Chiunque dubita delle versione ufficia, non ha le rotelle a posto»
Eppure von Bülow non è un complottista paranoide. Nel 1993, è stato relatore per la SPD (il Partito Socialdemocratico tedesco) nella commissione parlamentare d’inchiesta sulla Stasi, la polizia segreta della Germani Orientale. E’ in quella veste che l’ex ministro s’è fatto un’idea precisa dei «servizi» occidentali. «Né dal BND (il servizio segreto tedesco-occidentale) né dalla CIA abbiamo avuto altro che ostacoli. Nessuna informazione, nessuna collaborazione. Niente»

mercoledì, ottobre 22, 2003

IL FOTOREPORTER UCCISO


L'Italia a Israele: su Ciriello un'indagine indipendente


MILANO -Il giudice Orsola De Cristofaro ha archiviato ieri l'inchiesta
milanese sulla morte a Ramallah di Raffaele Ciriello (foto), il
fotoreporter ucciso il 13 marzo 2002 da militari israeliani. Uno
sbocco obbligato, vista la «mancata collaborazione» delle autorità
militari israeliane sulla dinamica. Per questo il ministero della
Giustizia, su richiesta del procuratore aggiunto di Milano, Giuliano
Turone, ha chiesto a Israele (sulla base delle convenzioni
internazionali) che sia lo Stato ebraico a svolgere direttamente
l'indagine penale, ma affidandola a un giudice indipendente e non
all'autorità militare.
I piloti refusenik: «Avevamo ragione a dire no»
Gli «obiettori dell'aria», dopo le stragi dell'aviazione israeliana a Gaza:
«Il nostro rifiuto era motivato» MI. GIO.

GERUSALEMME
I pesanti raid aerei contro Gaza hanno nuovamente acceso il dibattito - in
verità più all'estero che in Israele - sui 27 piloti refusenik (solo 9
ancora operativi) che il mese scorso hanno annunciato che non avrebbero più
partecipato ad attacchi contro civili palestinesi. Piloti refusenik che
ancora oggi si rifiutano di parlare alla stampa internazionale ritenendo il
loro caso «un affare esclusivamente di Israele». Sull'attacco al campo
profughi di Nusseirat (9 morti, 50 feriti) esistono versioni diverse. Lunedì
sera un elicottero Apache ha seguito un'automobile su cui si trovavano
presunti militanti di Hamas. Mentre l'autoveicolo entrava nella zona est di
Nusseirat, è partito il primo razzo. La popolazione si è riversata in
strada, poco dopo nello stesso punto esplodevano altri due razzi. La prima
versione, quella israeliana, parla di un intervallo nel lancio tra il primo
e i razzi successivi di 10-15 secondi. La seconda versione, palestinese,
parla invece di alcuni minuti, tre o quattro. La logica non sembra lasciare
dubbi: in pochi secondi tante persone non avrebbero potuto andare in strada,
quindi è passato più tempo. «Il lancio di un secondo razzo fa parte delle
regole di lavoro dei piloti» ha spiegato Ran Pecker, un veterano
dell'aviazione israeliana. «Il secondo razzo serve a distruggere
l'obiettivo, qualora sia stato solo sfiorato dal primo». Secondo Haggai
Tamir, uno dei piloti obiettori di coscienza che dopo la strage di Gaza,
ribadisce: «Il nostro rifiuto è giustificato», è evidente che il secondo e
il terzo sono stati sparati quando l'automobile era già circondata dalla
folla. Se lui fosse stato nella cabina di pilotaggio, avrebbe sparato anche
il secondo e il terzo razzo? «In condizioni in cui sia evidente che persone
innocenti sarebbero colpite, io non sparerei - ha detto - il pilota ha
potere di decisione. Il principio dice: se il danno prevedibile è superiore
al vantaggio, gli ordini non vanno eseguiti». Tamir ha indicato un problema.
«Più l'Intifada procede, meno si avverte il valore della vita. In Israele un
attentato con soli due morti, non fa notizia. Come non fa notizia il
passante palestinese ucciso per sbaglio nel tentativo di eliminare due
membri di Hamas. Solo quando ci sono sette morti, i mezzi di comunicazione
si mettono in azione». Per Yossi Sarid, leader del Meretz (sinistra
sionista) «la decisione ultima se sganciare le bombe o meno ricade sui
piloti. Devono aprire non due ma sette occhi per non trovarsi, loro
malgrado, coinvolti nell'esecuzione di ordini illegali». E' sconfortante
però che Sarid come il refusenik Haggai Tamir discutano di rispetto o
violazione di ordini militari e non dell'illegalità delle «esecuzioni
mirate».


--
Pomero
da
http://www.ilmanifesto.it/
Il Muro. L'esercito israeliano decide chi è residente
Il non-ritorno Creata una nuova categoria giuridica di palestinesi, distinta
dagli ebrei che hanno colonizzato o colonizzeranno quelle zone.

AMIRA HASS *

Il percorso del Muro di separazione nelle aree dove è già costruito ed in
quelle dove è previsto, prova ancora una volta che l'establishment
israeliano della colonial-sicurezza non perde mai l'occasione di sfruttare
l'evidente bisogno degli israeliani di sentirsi sicuri nel proprio stato per
espropriare enormi tratti di terre palestinesi annettendole di fatto allo
stato di Israele. Dato che il percorso non è sulla linea verde, ma si
addentra in profondità nelle aree palestinesi, è stata creata una nuova zona
tra il muro e lo stato di Israele. È nota come «area di giunzione», un
eufemismo che ingentilisce e confonde il palese processo di annessione. Ma
resta un piccolo problema che ha la forma di decine di migliaia di
palestinesi che vivono e lavorano nell'area che è stata annessa de facto e
che sarà annessa de facto in futuro. Alcuni nuovi ordini militari circolati
la scorsa settimana nei villaggi dell' «area di giunzione» mostrano che gli
avvocati che lavorano al servizio dell'establishment della
colonial-sicurezza hanno risolto il problema. Hanno creato una nuova,
distinta categoria giuridica di palestinesi, distinta dalla categoria degli
ebrei che già hanno colonizzato quelle zone o di quelli che vorranno
stabilirvisi in futuro. La nuova categoria distingue i palestinesi che vi
rientrano anche dai palestinesi che vivono due metri più ad est, sull'altro
lato del percorso. Sostenuti da documenti redatti in un linguaggio generico
e neutrale, la nuova categoria viene distinta in virtù di una nuova
relazione che si delinea nell'area, tra l'apparato burocratico dell'esercito
di occupazione e parte della popolazione occupata. La nuova categoria si
chiama «residente a lungo termine» ed è in via di istituzionalizzazione
attraverso un nuovo documento chiamato «permesso per residente a lungo
termine». Questo deriva specificatamente da un ordine firmato dal general
maggiore Moshe Kaplinski, a capo del comando centrale, e da altri tre,
firmati da Ilan Paz, capo dell'amministrazione civile. Le istruzioni
all'apparenza riguardano solo aggiustamenti per la presenza e gli
spostamenti dei palestinesi in quelle specifiche aree, ma un'attenta lettura
mostra che danno alle autorità israeliane anche ampi, terrificanti poteri di
cacciare palestinesi dalle proprie case, dalle proprie terre e di
allontanarli dalle proprie famiglie. Questa è la realtà che emerge da questi
nuovi regolamenti: l'area è aperta ad ogni israeliano che vi si voglia
stabilire o lavorarci. In base ai nuovi regolamenti, un israeliano è anche
chi ha il diritto di esserlo in base alla legge del ritorno - in altre
parole ogni ebreo del mondo è autorizzato a stabilirsi in quelle aree, e
così altri che possono diventare cittadini in base alla legge del ritorno.
L'area è chiusa ai palestinesi che vogliono risiedere, stabilirsi e lavorare
nell'area, a parte quelle eccezioni che l'esercito ed i suoi avvocati hanno
designato come persone a cui ciò è permesso. Queste eccezioni sono quei
palestinesi che già vivono in quelle aree. Sarà loro permesso di restare, se
corrispondono a condizioni poste dai comitati militari israeliani e nel caso
in cui convincano quei comitati che in effetti risiedono in quelle aree. I
comitati militari israeliani determineranno quali palestinesi possono
spostarsi e vivere all'interno di quelle aree e quali no. Ufficiali
dell'esercito determineranno quali «residenti a lungo termine» avranno il
permesso di circolare: di «lasciare» l'area per andare in un villaggio
palestinese vicino che si trova oltre il recinto, o in una vicina città
palestinese - e tornare; e decideranno anche quando (...): due volte al
giorno, o tre volte al mese, per esempio. I comitati militari israeliani
saranno autorizzati a decidere a quali palestinesi che non sono «residenti a
lungo termine» sarà permesso entrare nelle aree e quando gli sarà permesso.
Una persona la cui intera proprietà si trova all'interno dell'area vi potrà
accedere per grazia di questi uffici. Lo stesso avviene per camion dei
rifiuti, dottori, parenti, amici, insegnanti, tecnici telefonici e
lavoratori dell'ente idrico palestinese. Tutti loro e altri ancora dovranno
riempire moduli, presentare richieste, fornire prove e documentazione, in un
processo che l'esperienza ha già dimostrato richiedere molto tempo nella
snervante burocrazia dell'amministrazione civile - solo per avere - o non
avere - il permesso di entrare nella zona proibita. I «permessi per
residente a lungo termine» vanno rinnovati mensilmente, per un periodo che
verrà stabilito dai comandanti militari e dai loro avvocati. I comitati
militari hanno facoltà di decidere che una persona non è più adatta ad
essere «residente a lungo termine», ovvero sono autorizzati a chiedere a
quella persona di lasciare l'area. In altre parole, i comitati
determineranno il numero e l'identità delle persone alle quali verrà
richiesto di rinunciare al loro «permesso per residente a lungo termine» e
di lasciare l'area. Gli ufficiali dell'esercito, come mostra l'esperienza,
faranno un mirabile uso di ragioni di sicurezza per giustificare la
rimozione di persone dalla propria terra, e i giudici israeliani
comprenderanno queste ragioni. E, come mostra l'esperienza, molti israeliani
affermeranno che è tutto kasher se consente di prevenire che attentatori
suicidi raggiungano Israele. Ma queste persone non dovrebbero dimenticare i
fatti: il percorso che è pensato per proteggere lo stato di Israele invade
in profondità la Cisgiordania, a causa di richieste dell'establishment della
colonial-sicurezza capeggiato dal governo Sharon. Quindi, l'area tra la
«barriera e lo stato di Israele», disgraziatamente non è priva di non-ebrei.
Ed ora, senza alcuna vergogna, inseriscono strutturalmente condizioni nella
legge militare che amareggeranno le vite delle persone nel territorio
occupato-annesso, fino a quando non verrà loro chiesto di andarsene o le
condizioni consentiranno all'esercito di rimuoverle.

* da Haaretz(traduzione Sveva Haertter)



--
Pomero
da
http://www.ilmanifesto.it/

lunedì, ottobre 20, 2003

Mulini a vento? No, grazie

The Economist
29/9/2003


Non solo il nucleare e le centrali tradizionali vengono osteggiate. Anche l'energia dal vento ha trovato nemici. Un caso esemplare negli Stati Uniti, raccontato dall'Economist



Attraversare il ponte per Cape Cod è un po' come fare un viaggio indietro nel tempo, entrare in un paese di case di pietra grigia e rudi pescatori, dove il ritmo della vita è lento come una benedizione. E' pertanto difficile credere che su questa lingua di terra e scatenata una feroce guerra sul futuro dell'energia in America.
L'azienda Cape Wind spera di costruire la prima centrale eolica offshore degli Stati Uniti, a poche miglia dalla costa di Cape Cod (nord-est degli Stati Uniti). Se avranno l'approvazione dell'Army corps of engineers, dopo la lunga trafila delle autorizzazioni che quasi sicuramente comporterà anche un processo, le 130 turbine dell'impianto consentirebbero di fornire i tre quarti del fabbisogno elettrico di Cape Cod, senza inquinamento. Ma sarebbero anche visibili dalle spiagge di Cape Cod, Martha's Vineyard e Nantucket, sede delle costose proprietà di alcuni dei liberal più ricchi d'America.

MOSSA INTELLIGENTE
I sostenitori della Cape Wind hanno fatto una mossa intelligente nel presentare gente tipo la famiglia Kennedy come “persone spinte da interessi personali che altrimenti avrebbero abbracciato la causa dell'energia eolica”. Ma la società è stata anche aiutata dal fatto che in complesso la popolazione di Cape Cod è più povera di quanto possa apparire. Oltre a banchieri e divi della televisione in vacanza, c'è un numero crescente di persone meno agiate che ci vivono per tutto l'anno e molti di questi residenti auspicano ridurre la dipendenza della località dal turismo. Ad alcuni addirittura piace l'idea di far passare Cape Cod per pioniere dell'energia nazionale.

ECOLOGISTI DIVISI
Gli ecologisti locali sono divisi tra loro. Per il momento il rifornimento di energia elettrica è assicurato da una centrale alimentata da petrolio, un impianto a carbone e un reattore nucleare. Ma vale la pena rovinare l'orizzonte di Cape Code? “A meno che non si voglia avere una sfilza di turbine eoliche allineate lungo tutta la costa orientale, l'America deve prevedere un sistema per regolamentarle”, sostiene Isaac Rosen, membro dell'Alliance to protect Nantucket Sound, principale gruppo di opposizione. “L'oceano”, continua, “ha diritto a essere protetto tanto quanto la terra.”
Ecco come la battaglia è andata avanti per mesi: entrambe le parti rivendicano il ruolo di ambientalisti più credibili. Secondo i membri dell'Alliance non ci si può fidare della Cape Wind perché il suo unico interesse è ottenere sgravi fiscali e accumulare utili. La Cape Wind ribatte che non ci si può fidare dell'Alliance perché una volta il suo capo aveva un'azienda di lavorazione del rame che ha contribuito all'inquinamento.

IN PISTA CRONKITE
Il commentatore del telegiornale che si è guadagnato l'etichetta di “uomo più credibile d'America”, Walter Cronkite, che risiede a Martha's Vineyard, all'inizio compariva nelle pubblicità dell'Alliance. Ma il mese scorso, dopo aver incontrato il presidente della Cape Wind, Jim Gordon, ha chiesto di ritirare la sua immagine dalla campagna e per il momento preferisce non prendere posizione.
Lui come altri stanno aspettando i risultati di una serie di studi ambientali che potrebbero arrivare alla fine dell'autunno. Se da questi emerge che il progetto è perfettamente “salubre”, verrà sostenuto da alcuni gruppi ecologisti. “Cape Cod è minacciato soprattutto dall'innalzamento del livello del mare conseguente al riscaldamento del pianeta”, sostiene Seth Kaplan, il legale della Conservation Law Foundation. “Qualsiasi iniziativa intesa a ridurre le emissioni che provocano l'effetto serra potrebbe essere utile”, continua. “Se non interveniamo, perderemo tutto.”
Gli oppositori della Cape Wind vedono nelle turbine la rovina del paesaggio e persino i sostenitori le considerano come un sacrificio, non come una miglioria. Ma Jim Gordon contrattacca con due argomentazioni. Le turbine saranno poco visibili dopo essere state verniciate di grigio-blu, si confonderanno con lo sfondo del cielo e quasi non risalteranno sull'orizzonte quando osservate dalla lontana costa. La seconda è che potranno essere addirittura belle da vedere. “C'è veramente tanta gente che pensa che i ";mulini a vento" siano belli e interessanti”, conclude.

The Economist
(traduzione di Monica Zardoni)

domenica, ottobre 19, 2003

Anche l'Italia in Paradiso
Dal libro: «Paradisi fiscali», a cura di ARES 2000 – Malatempora

Al boulevard Prince Henry di Lussembrugo, capitale dell’omonimo granducato, al nr. 13, tutte nello stesso palazzo si possono trovare le sedi di Pirelli, Mondadori, Tosi, Merloni Ariston e, 50 metri più in là, Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Franzoni, Gazzoni Frascara e Valentino.

E che cosa ci fa il gruppo Mediaset a Malta? E l’Istituto Mobiliare Italiano a Madeira?
E perché quasi il 50% (112 su 250) delle società quotate in borsa ed il 25% (22 su 88) dei gruppi bancari hanno partecipazioni, quasi sempre di controllo, in società residenti nei paradisi fiscali?

Molti di questi paradisi si sono appunto specializzati nella gestione dei patrimoni ed hanno sviluppato enormemente secondo le tecniche più sofisticate, (e spesso truffaldine) l’attività di gestione di fondi di investimento. Chi, in Italia o in Europa, attraverso il proprio istituto di credito cittadino, investe i propri risparmi in fondi comuni e simili, sappia che quei soldi hanno discrete possibilità di entrare nel giro di investimenti praticato dalle società che hanno sede in un paradiso fiscale (in Lussemburgo, o alle Bahamas), sappia che quei soldi entreranno in contatto con altro denaro di dubbia provenienza facilitando operazioni di candeggio o riciclaggio molto redditizie per le banche off shore e per le mafie internazionali…

Occorre a questo punto sottolineare come il nostro «rispettabile» apparato creditizio, l’insieme delle banche italiche di nobili casati non sia affatto immune dalle tentazioni e dalle lusinghe esercitate dall’arcipelago off shore. Risulta infatti che molti istituti di credito italiani, dal San Paolo all’Unicredito, dalla Banca Nazionale del Lavoro alla Banca di Roma, dalla Comit alla Banca Popolare dell’Emilia, siano titolari di società off shore con sede in paradisi fiscali, dove possono tranquillamente operare al di fuori di ogni controllo del fisco, e al di fuori della legge.

Breve storia dei paradisi fiscali

I «paradisi fiscali», il cui numero varia, secondo le stime, da 60 a 90 unità, sono dei microterritori o degli stati le cui legislazioni fiscali sono volutamente lassiste o inesistenti. Si può parlare di stati che commercializzano la propria sovranità offrendo un regime favorevole, una totale deregulation ai detentori di capitali, indipendentemente dall’origine di questi ultimi.

Ecco il estrema sintesi la loro storia:

1800 – all’origine alcuni di questi territori non erano che dei porti dove potevano trovare rifugio le navi dei grandi imperi europei, al riparo dalla intemperie e dai pirati. Quest’epoca corrisponde ad una prima fase di attribuzione della bandiera di nazionalità britannica o francese alle isole dei Carabi che si trovano al largo dell’America Latina.

1920-1930 – Incominciano ad apparire dei nuovi territori che si specializzano nella formulazione di legislazioni destinate a sottrarre i patrimoni alla imposte: Bahamas, Svizzera, Lussemburgo.

Dopo il 1945 – La Seconda guerra mondiale è decisiva per lo sviluppo dei paradisi. I territori sotto il dominio europeo non ricevono dopo la guerra gli aiuti economici sperati e vengono tagliati fuori dal piano Marshall. Alcuni territori così, invece di continuare a produrre materie prime che non garantiscono più la stabilità economica, si specializzano nell’accoglienza di flotte cui forniscono una bandiera ombra, e nell’offrire ai detentori di capitali un asilo sicuro istituendo il segreto bancario e l’assenza di tassazione.
1960-1970 – Un nuovo trampolino di lancio per l’attività dei paradisi fiscali viene fornito dall’emergere del mercato degli eurodollari negli anni 60 e dei petrodollari negli anni 70. Le grandi banche, le grandi imprese e la City di Londra, che attira tutte le grandi società finanziarie, appoggiano lo sviluppo di queste strutture, avendo tutte da guadagnare nel poter disporre di zone con debolissima imposizione fiscale. A Bahamas, Svizzera e Lussemburgo si aggiungono, in questo periodo il Liechtenstein, le Isole del Canale, le Isole Cayman, Bermuda, Panama.

1980-2000 – Nel corso degli ultimi trent’anni, proprio grazie alla liberalizzazione finanziaria che ha incoraggiato l’assenza di controllo sui movimenti di capitale su scala internazionale, il numero dei paradisi fiscali cresce vertiginosamente. I movimenti di capitale sia di origine legale trovano nei paradisi un singolare luogo di convergenza, e questo favorisce soprattutto la criminalità che ha tempo e modo di ripulire le proprie ricchezze, riacquistando verginità ed onorabilità.

L’attività dei paradisi fiscali è oggi caratterizzata da un giro di affari stimato in oltre 1800 miliardi di dollari l’anno. Nei soli paradisi europei sono registrate più di 680.000 società e un numero più che doppio di trust.

La vicenda dei paradisi fiscali rivela come le potenze industriali siano state fin dall’origine implicate nella creazione di queste oasi del riciclaggio. I paradisi hanno contribuito e contribuiscono alla fortuna delle potenze finanziarie. Difficilmente dunque le potenze accetteranno di disfarsene.

Capitolo 12 del libro

"11 settembre: colpo di stato in USA"
Dal libro «11 settembre: colpo di stato in USA», Maurizio Blondet
ORDINA IL LIBRO

Le cose sono più complicate, le tracce che inseguiamo non sono di un solo animale, ma di tanti. Dobbiamo richiamare alla memoria del lettore un particolare cui avevamo accennato all’inizio: mani anonime, nell’imminenza dell’11 settembre 2001, speculavano al ribasso sulle azioni delle due compagnie aeree che avrebbero visto i loro apparecchi sfasciarsi sulle torri e sul Pentagono. L’insider tradii della morte. Tra il 6 e il 7 settembre, furono comprate al «Chicago Board Options Exchange» 4744 opzioni della «United Airlines». Opzioni «put», che significano una scommessa sul ribasso imminente di quelle azioni. In pratica, le «put» si configurano come una vendita di titoli «allo scoperto»: uno vende titoli che non possiede, promettendo di consegnarli a una certa data, e contando di comprarli quando saranno ribassati. In quegli stessi giorni, 6-7 settembre, le opzioni «call» (cioè che scommettono sul rialzo dei titoli della United Airlines) trattate sul mercato di Chicago furono solo 396: i normali volumi di una giornata normale. Ad essere anormale era il volume delle azioni «put», del 600 per cento superiore alla media di una giornata-tipo.

Il 10 dicembre, ancora a Chicago, qualcuno comprò 4516 opzioni «put» dell’American Airlines, contro 748 opzioni «call» vendute quel giorno. Chi ha fatto queste operazioni conosceva precisamente quel che sarebbe accaduto alle due compagnie; si calcola che il guadagno di questi speculatori preveggenti ammonti a 9-10 milioni di dollari.
Non basta. Anche la «Morgan Stanley» e la «Merril Lynch» -due banche d’affari che occupavano il ventesimo piano del World Trade Center, furono oggetto di simili speculazioni al ribasso. Nei tre giorni precedenti all’attacco, qualcuno comprò 2157 opzioni put della «Morgan Stanley», con scadenza ad ottobre, e 12215 opzioni put della Merril Lynch: in questo secondo caso, l’aumento del volume di vendite fu del 1200 per cento.
Dopo la tragedia, le azioni delle due banche d’affari sono effettivamente cadute; per gli speculatori «che sapevano», un profitto complessivo di 6-7 milioni di dollari.

Ma non basta ancora. Simili speculazioni al ribasso furono fatte sulla tedesca «Munich Re» e sulla svizzera «Swiss Re»: due compagnie assicurative che avevano assicurato molti inquilini delle due Torri. Anche la francese «Axa» fu oggetto di una speculazione al ribasso: e la Axa è una finanziaria che teneva in portafoglio il 25% delle azioni American Airlines. Dopo l’11 settembre, si disse subito che un’indagine seria su quelle speculazioni avrebbe portato alla mappatura della rete finanziaria di al-Qaeda e di Osama bin Laden: e chi se no poteva avere conoscenza anticipata dell’attacco? Gli esperti di finanza avvertirono che l’indagine sarebbe stata in ogni caso difficile, dato l’anonimato che protegge le transazioni sui mercati delle opzioni.

Tuttavia, molte speranze erano poste su un programma di computer, chiamato PROMIS. E’ un software che consente di controllare «in tempo reale» le negoziazioni sui titoli, usato da agenzie finanziarie di tutto il mondo per la sua versatilità. Ed è noto che esiste una versione di PROMIS modificata per scopi investigativi, che consente quanto segue: «La polizia può digitare il nome di un sospetto o il numero di una carta di credito, e il software fornisce i particolari dei movimenti finanziari di quella persona».

Così assicurava il canadese «Toronto Star» l’11 ottobre 2001.

L’FBI, il Dipartimento della Giustizia, la CIA devono disporre del software: così ha ragionato Tom Flocco, un giornalista che ha pubblicato la sua indagine su Internet. Ed ha telefonato ai tre enti investigativi più celebri degli Stati Uniti, chiedendo: usate PROMIS? Lo stavate usando prima dell’11 settembre, per vedere in diretta le transazioni in corso? FBI e Dipartimento della Giustizia hanno risposto di «avere interrotto» l’uso di PROMIS. Quando all’addetto stampa della CIA Tom Crispell ha detto di più: l’uso da parte nostra del PROMIS «sarebbe illegale. Noi agiamo solo al di fuori degli Stati Uniti»

Risposta di esemplare correttezza: la CIA non può occuparsi di affari interni, è un servizio di spionaggio per l’estero.

Il fatto è che le indagini sulla speculazione finanziaria preveggente si è fermato proprio alla porta dell’Agenzia. Almeno una delle transazioni, è risultato, è stata fatta attraverso la «AB-Brown», una finanziaria americana acquistata dalla «Deutsche Bank» nel 1999. E presidente esecutivo della AB-Brown era, fino al 1998, l’attuale numero tre della CIA.
Si tratta di A.B. Krongard detto «Buzzy».Questo personaggio, quando capeggiava la AB-Brown, aveva la responsabilità delle «relazioni coi clienti privati». Un mestiere che lo metteva in rapporto con personalità fra le più ricche del mondo, i «clienti privati» anonimi a cui la banca fornisce una gestione personalizzata e molto riservata dei capitali.
(…)

La AB Brown conserva ancora due milioni e mezzo di dollari guadagnati dall’anonimo speculatore che sapeva tutto prima, che il misterioso operatore non ha potuto incassare in tempo (dopo il disastro Wall Street e i servizi finanziari non hanno funzionato per quattro giorni), e che ora non osa incassare per non essere colto con le mani sul malloppo. «Buzzy» Krongard era in quella banca. Vi dirigeva la gestione dei patrimoni riservati ai ricchi «clienti privati», ossia di quella categoria che può fare simili operazioni. La categoria, diciamolo, cui appartiene Osama bin Laden.
E la CIA conosce molto bene bin Laden.
(…)

Tra pochissimo, perfino le scatole dei farmaci saranno tutte inchippate. In questo modo la malattia non sarà più una questione privata!

- Pagina controllo elettronico

La contraffazione, o il microchip del controllo totale
Gabriele de Palma – «Il Manifesto» 5 ottobre 2003

Si moltiplicano negli Stati uniti gli «allarmi» su medicinali, e fanno avanzare le tecnologie invasive.

Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration (Fda) ha recentemente lanciato preoccupati moniti sulla qualità dei farmaci acquistati via Internet da paesi stranieri. Il pericolo paventato è la contraffazione e la relativa inefficacia e dannosità di medicinali che non hanno la diretta approvazione della stessa Fda. In una serie di controlli doganali effettuati nelle poste centrali di New York, San Francisco e Miami, in un solo giorno sono state rinvenute 1153 confezioni di medicinali, il 90% delle quali «sembrava» contraffatto.
I controlli fanno parte di una campagna anti-contraffazione lanciata dalla Fda nel luglio scorso, e almeno in parte è dovuta al notevole incremento degli acquisti on-line di medicinali. Si calcola che i farmaci «made in Usa» costino in media il doppio rispetto agli stessi farmaci venduti oltre confine.

Al di là degli ovvi interessi economici (stratosferici) che inducono la Fda a diffidare i cittadini statunitensi dall'acquisto di farmaci all'estero, è utile distinguere due aspetti della questione. Da una parte il tentativo di difendere il ruolo di dominio delle grandi industrie farmaceutiche (che si sentono insidiate da nuove realtà emergenti), dall'altra la difesa della salute dei cittadini.

Sì, perché se la contraffazione è di per sé una truffa, è ben più grave che si riferisca ai medicinali e agli alimenti che ai capi d'abbigliamento.

Per scongiurare tale problema la Fda si sta preparando ad adottare uno degli ultimi ritrovati tecnologici: il Radio-frequency identification (Rfid).

Si tratta di una tecnologia, ancora in sperimentazione, basata su chip elettromagnetici che contengono informazioni specifiche che vengono trasmesse attraverso onde radio. I chip, di dimensioni microscopiche (i più piccoli hanno dimensioni misurabili in micron), vengono inseriti in un prodotto e comunicano ad un ricevitore diverse informazioni, da un semplice codice identificativo a dati più articolati.

Ci sono almeno due tipi di Rfid attualmente in sperimentazione: uno attivo, dotato di microbatterie e che trasmette continuamente ad un ricevitore i dati in suo possesso; l'altro passivo, privo di batterie e che si attiva quando colpito da uno specifico impulso radio.
Per ora i Rfid attivi sono troppo costosi (20$) per un utilizzo su larga scala, mentre quelli passivi, commercializzabili intorno ai 0,20$, sembrano rappresentare il futuro molto prossimo dei sistemi anti-contraffazione, e non solo per i farmaci.

Sono già stati approntati Rfid resistenti all'acqua e destinati ai capi d'abbigliamento, si pensa di inserirli nelle banconote e anche nei prodotti tecnologici per scongiurare l'utilizzo di parti di ricambio non autorizzate.

L'ormai prossima introduzione del radio-frequency identification mette in allarme (giustificato) tutti coloro che temono un domani alla «Minority Report», ma può rappresentare una momentanea assicurazione contro i più speciosi casi di contraffazione.
La tecnologia è ormai a disposizione. Sul suo utilizzo, le sue finalità e le conseguenze che comporterà sarà opportuno tenere gli occhi ben aperti.
Sopra la banca l'usuraio campa, sotto la banca il cittadino crepa
di Nereo Villa - www.open-economy.org

Che le banche (IOR compreso) siano vissute dalla gente come le istituzioni legalizzate dello strozzinaggio è una realtà incontrovertibile. E che la stessa istituzione bancaria sia stata aspramente contestata da noti personaggi della destra e della sinistra può essere ben riassunto dalle frasi di due famosi personaggi: Ezra Pound - "i politici non sono altro che i camerieri dei banchieri"; Bertold Brecht - "che cos'è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?"

Quanto segue è la spiegazione sintetica della struttura, della funzione e quindi dell'essenza stessa dello strumento monetario.
Per quanto riguarda lo IOR (banca vaticana), si osservi la storia del caso Marcinkus (Banco Ambrosiano) e di Calvi, le connessioni dello IOR con la mafia americana e l'articolo 2266 del catechismo romano (premessa teologica della "guerra giusta"), in cui viene giustificata la "guerra giusta" e perfino la pena di morte.
Per quanto riguarda banche e multinazionali, occorre prendere coscienza che a partire dal 1700 ad oggi si è realizzata una forma cancerogena di sovranità monetaria internazionale e sovranazionale: l'oro, che dalla prima metà del 1900 aveva svolto la funzione di comune denominatore delle varie monete, non bastava più a soddisfare la sempre più crescente necessità di liquidità. Lo strumento capace di assolvere tale necessità fu ed è la sostituzione-truffa della moneta nominale con la moneta merce: chi emette moneta se ne attribuisce autoritativamente la proprietà pur non essendo proprietario di alcun valore corrispondente alla moneta emessa.
Tale modifica, procede attraverso i seguenti passaggi del mondo occidentale, occultamente degenerativi di tutto il tessuto sociale:

- 1694: l'oro viene trasformato in carta dalla banca d'Inghilterra, il cui fondatore William Paterson, dichiara spregiudicatamente: "Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla".

- 1773: la truffa funzionò al punto che un secolo dopo si trasformò in cinismo, e nel 1773 Amschel Mayer Rothschild, il fondatore tedesco di tale impero finanziario dichiarava addirittura: "La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere".

- 1885: Marx svela nel Capitale (Libro I, capitolo 24, paragrafo 6, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818) i tratti truffaldini del meccanismo su cui stavano crescendo le banche centrali: "Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato", ma questo punto rimane inascoltato dai comunisti stessi. Oggi, le parti sociali non hanno ancora compreso che la riduzione del potere d'acquisto dei salari non è imputabile ai datori di lavoro o ai governi, ma alle banche centrali, perché solo esse hanno il potere di determinare arbitrariamente spinte inflazionistiche o deflazionistiche, costringendo gli imprenditori o a cessare le attività produttive o ad accettare la flessibilità, adeguando costi e prezzi alle oscillazioni dei valori monetari che guidano la stessa globalizzazione dei mercati. In tal modo il principio cardine del regime contrattuale: "Il contratto ha la forza di legge tra le parti" è rovesciato nel nuovo principio: "La legge ha forza di contratto tra le parti". E la legge della moneta non la fa né il datore di lavoro, né il governo, ma il padrone dei (nostri) soldi: il governatore della banca centrale. (Quindi le contestazioni relative alla flessibilità, non avrebbero dovuto essere sollevate nei confronti dei datori di lavoro, ma nei confronti delle banche centrali, da governo, datori di lavoro e lavoratori, uniti sullo stesso fronte. Le rivendicazioni sindacali basate sul plusvalore sono ormai impossibili perché, con la globalizzazione dei mercati, viene meno la possibilità di un ragionevole affidamento sulla esistenza stessa del profitto. Ciò è confermato dalle imponenti crisi economiche, come nel settore automobilistico).

- 22 luglio 1944: gli Stati del mondo disegnano un nuovo sistema monetario in un'anonima località americana, Bretton Woods. In questo nuovo sistema, tutte le monete erano convertibili nel dollaro e solo questo era convertibile in oro. Allo stesso tempo venne istituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI), con lo scopo di venire in soccorso a quei paesi che non potevano sostenere la parità determinata a Bretton Woods tra le monete. Tali accordi ebbero principalmente tre conseguenze:
1) gli Stati Uniti cominciarono a stampare più dollari che giornali, dato che era la loro moneta a garantire l'equilibrio del sistema;
2) tutti gli Stati del mondo costituirono riserve per l'emissione di banconote utilizzando dollari, di cui c'era sul mercato finanziario una grande offerta (all'inizio degli anni Settanta, l'80 per cento delle riserve valutarie di tutti gli stati del mondo erano costituite da dollari;
3) il FMI controllava le politiche economiche di tutti i paesi del mondo attraverso il ricatto della leva monetaria. Stati Uniti ed Inghilterra avevano contribuito con l'80% di propri versamenti alla costituzione del FMI, e pertanto ne condizionavano l'attività in maniera determinante. Il sistema resse senza particolari scossoni fino al 1970. Ogni tanto il FMI interveniva a "aiutare" paesi in difficoltà con il cambio della propria valuta, obbligandoli a politiche keynesiane per renderli più docili e sottomessi agli interessi delle potenze occidentali. Il crac si ebbe quando i paesi aderenti all'OPEC, ovvero il cartello dominato dagli arabi dei paesi produttori di petrolio, decisero di aumentare considerevolmente il prezzo del barile (che quadruplicò in pochi mesi) e di rifiutare i pagamenti in dollari, pretendendo il pagamento in oro. I paesi dell'Occidente che, come accennato, avevano riserve in gran parte costituite da dollari, cercarono di cambiare questi dollari e farsi restituire l'oro che avrebbe dovuto essere custodito nei forzieri di Fort Knox, per poter fare fronte ai propri debiti. Ma gli americani non avevano oro a sufficienza, dato che già allora il totale del circolante era di gran lunga superiore all'oro esistente su tutta la terra. (Per dare l'idea della proporzione fra oro e valore monetario circolante, occorre considerare che le attuali riserve auree dei paesi del mondo non superano le 200.000 tonnellate. Eppure il corrispettivo in oro di tutte le banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti ammonta a un corrispettivo di 75.000.000 di tonnellate di oro. Non è uno scherzo: settantacinque milioni di tonnellate, che ovviamente non esistono... e questi dati sono solo del 1995!)

- 15 agosto 1971: Nixon annuncia perciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e perciò l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods svincola il dollaro dal cambio con l'oro. Questa data (agosto '71) costituisce una pietra miliare nella storia del denaro: è il momento cruciale per comprendere la vera natura della moneta. Da allora, infatti, il denaro è definitivamente svincolato da ogni relazione con l'oro. Da allora, i paesi hanno continuato a stampare denaro, fondandolo senza una base "solida", cioè sul nulla.

- Situazione attuale: la grande modifica effettuata consistente nel fatto che chi emette moneta (senza limite e senza costo) se ne attribuisce la proprietà a titolo esclusivo, comporta una occulta metastasi nel tessuto sociale, chiamata debito pubblico, che è conseguenza logica di questa gigantesca truffa: la banca emette moneta prestandola. Prestare denaro è una prerogativa del proprietario. La banca emittente è per legge dichiarata proprietaria del denaro all'atto dell'emissione. Ma se la banca emette denaro senza valore come mai il denaro ha valore? Chi crea il valore monetario è il cittadino, cioè la comunità, attraverso il sudore della fronte e accettando la convenzione di tale moneta, che non ha altro riscontro se non la sua accettazione. Il sistema bancario invece se ne appropria, ed è oramai avviato a conquistare tramite la sovranità monetaria una sovranità sovranazionale, cioè mondiale. Questo rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di tutti i popoli del mondo verso il sistema bancario: è il fenomeno delle società multinazionali, che conquistano tutti i mercati sbaragliando ogni concorrenza:
1) le multinazionali sono controllate dai medesimi gruppi che strumentalizzano il sistema monetario;
2) esse hanno di conseguenza a disposizione, come le banche centrali, senza costo e senza limite tutto il denaro che vogliono (motivo per cui non è possibile nei loro confronti alcun tentativo concorrenziale da parte delle normali imprese commerciali; e da ciò deriva l'inutilità di codificare le cosiddette leggi antitrust poiché il problema che sta a monte è quello di sottrarre il dominio della moneta al sistema bancario). Perciò lo strumento monetario, che dovrebbe essere strumento, appunto, al servizio della collettività, in effetti è una minaccia alla libertà del cittadino e dei popoli. Il cosiddetto oro-carta (la cartamoneta) è stato accettato come fatto del tutto normale e ragionevole. Il suo valore è convenzionale, così come convenzionali sono il metro o il chilogrammo come unità di misura. Ma al valore convenzionale monetario è stato aggiunto qualcosa di più: il convincimento (erroneo) che esista un limite oggettivo alla emissione della moneta, e cioè che stampare moneta non sia gratuito (come invece è) perché tale stampa sarebbe condizionata dalla disponibilità di un bene reale e limitato: l'oro. In realtà, invece, la collettività da' merce (che ha un costo) in cambio di cartamoneta, che costo non ha (se non quello tipografico): succede cioè che un valore convenzionale può concretizzarsi in un bene reale, oggetto di diritto di proprietà: la (carta)moneta. Tradizionalmente questo valore era però generato dal fatto che, ritenendosi il valore un "qualcosa" connesso alla materia, si riteneva di definire il valore monetario come "intrinseco" all'oro. E, una volta "inventata" la cartamoneta, si giustificava il suo valore sulla base della riserva aurea depositata in banca. Senonché questa costruzione è venuta a cadere dopo l'abolizione degli accordi di Bretton Woods decretata nel '71. E quindi oggi la (carta)moneta ha la veste del "titolo di credito", anche se tale non è: l'espressione riprodotta sulle vecchie banconote italiane era infatti quella tipica della cambiale al portatore sottoscritta dal Governatore della Banca Centrale: per es.: "£ 100.000 pagabili a vista al portatore). Ma che la (carta)moneta sia una falsa cambiale generatrice di debito pubblico emerge dal fatto che, se si presenta la banconota all'incasso, la banca non paga ed è autorizzata dalla legge a non pagare né con oro, né con altro valore (inoltre la cambiale normale si estingue col pagamento, mentre la banconota continua a circolare, dopo ogni transazione, indefinitamente).
La strategia di dominazione dei mercati è basata sulla confusione, deliberatamente preordinata nella coscienza del cittadino, tra i due concetti di valore creditizio e valore convenzionale. La non consapevolezza della differenza fra valore convenzionale e valore creditizio permette a poche famiglie di furbi guerrafondai di dominare il mondo e schiavizzare il popolo esattamente come ai tempi di Iside e delle piramidi: spacciando sottoforma di titolo di credito il valore convenzionale, il sistema bancario consegue lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali prodotti dalla collettività, in quanto è chi accetta una convenzione che crea la convenzione stessa, e quindi è la collettività che, accettando la moneta come unità di misura e mezzo di pagamento ne crea e ne conserva il valore, e, di conseguenza, ne dovrebbe detenere la proprietà. La banca invece, approfittando del fatto che l'emissione del titolo di credito (il cosiddetto "pagherò la cambiale") è prerogativa del debitore, apparendo come debitore sulla banconota, ed arrogandosi il diritto di emettere il titolo di credito (la banconota), si è impadronita della proprietà della moneta. Con questo sistema riesce a trasformare un debito apparente in un arricchimento sostanziale. La scritta che compariva sulla banconota, per es.: "£. 100.000 pagabili a vista al portatore" stava a significare che, esibendo questo documento alla banca, essa avrebbe dovuto corrispondere con l'equivalente merce (oro). Ma poiché ora (addirittura per legge) la banca non può convertire in oro i titoli monetari, essa è autorizzata ad emettere questa cambiale (che è una falsa cambiale in quanto senza scadenza né responsabilità) con la "garanzia" di non pagarla. La banca realizza così un doppio lucro pari alla differenza tra valore nominale e costo tipografico della moneta - a cui aggiunge poi gli interessi sul "prestato" - e trasforma un proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale mediante un macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza - forse perché troppo evidente - e che le consente di appropriarsi di un valore che non ha nulla a che vedere col credito. Perché il credito si estingue col pagamento e la moneta invece continua a circolare.
Queste sono le vere ragioni che determinano ogni guerra, compresa quella futura all'Iraq [quest'articolo è stato scritto nel mese di marzo], probabilmente per sostituire all'oro che manca, l'oro nero, il petrolio. È tempo, dunque, che l'opinione pubblica si renda conto che chi crea il valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. La mancanza di questa consapevolezza fa sì che ad appropriarsi del valore monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario internazionale, in virtù del monopolio culturale della categoria dei valori convenzionali. Su queste premesse si può comprendere l'esatta portata della lettera spedita da uno dei Rothschild alla Ditta Kleimer, Morton e Vandergould di New York il 26 giugno 1863: "...Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi".
Dai tempi di Copernico la concezione del mondo è mutata solo in senso eliocentrico, non riguardo al sistema monetario ed alle conseguenti imposizioni fiscali, che sono rimaste ancora quelle precedenti al copernicanesimo ed al cristianesimo. Il sistema, in quanto basato sulla violazione dei più elementari diritti umani, sta assistendo al suo inevitabile crollo. D'altra parte va ricordato che la concezione copernicana fu considerata permessa dalla chiesa cattolica romana solo nel 1822 (Santo Uffizio dell'11 settembre 1822)! Forse che per la socializzazione della moneta (reddito di cittadinanza, proprietà del portatore della moneta, fiscalità monetaria, reddito di cittadinanza e triarticolazione dell'organismo sociale) si dovranno attendere tempi altrettanto lunghi, cioè fino a quando tutto ciò non sia riconosciuto non dalla chiesa ma dai partiti, dalla scienza ufficiale e dai massmedia?

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