Mi permetto di dissentire.

giovedì, ottobre 23, 2003

Licio Gelli: "Avevo già scritto tutto trent'anni fa"
Di Concita de Gregorio "La Repubblica" del 28 settembre 2003

Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa"

"Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io"

AREZZO - Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.

Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.

Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.

Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".

Il potere della memoria, ecco. Il resto è coreografia: il parco della villa che sembra il giardino di Bomarzo, con le statue le fontane i mostri, la villa in fondo a un sentiero di ghiaia dietro a un convento, le stanze con le pareti foderate di seta, i soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana che reggono i telefoni rossi, divani di cuoio da due da tre da sette posti, di velluto blu, di raso rosa, a elle e a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d'argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse al sole di settembre, scale, studi, studioli, sale d'attesa coi vassoi d'argento pieni di caramelle al limone. Ma lei vive qui da solo?. "Sì certo solo". E questi rumori, le ombre dietro le porte di vetro colorato? "La servitù".

Commendatore, gli sussurra una segretaria pallida porgendogli un biglietto: una visita. "Mi scusi, mi consente di assentarmi un attimo? E' un vecchio amico".

Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi ? insiste l'ultimo di una serie di intermediari ? Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.

"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".

Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".
Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".

Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente. Piuttosto. L'editore Dino, lo conosce?, ha appena ripubblicato il mio primo libro: Fuoco! E' stata la mia opera più sofferta, anche perché ha coinciso con la morte di mio fratello nella nostra guerra di Spagna. E' un edizione pregiata a tiratura limitata, porta in copertina il mio bassorilievo in argento. Ci sono due altri solo autori in questo catalogo: il Santo padre, e Silvio Berlusconi". Anche Berlusconi col bassorilievo d'argento? "Certo, guardi". Il titolo dell'opera è "Cultura e valori di una società globalizzata". Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.

E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito".

Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?
L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".

Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?

Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è il suo: certo forse i 900 affiliati alla P2 erano pochi. "Ma cosa dice, novecento persone sono anche troppe. Ne bastano molte meno". Allora quelle che ci sono ancora bastano, tolti i pentiti. "Nessuno si è pentito. Pentiti? A chi si riferisce? Costanzo, forse. L'unico. Con tutto quello che ho fatto per lui. Guardi: io non devo niente a nessuno ma tutti quelli che ho incontrato devono qualcosa a me. Ci sono dei ribelli a cui ho salvato la vita, ancora oggi quando mi incontrano mi abbracciano". Ribelli? "Sì, i ribelli che stavano sulle montagne, in tempo di guerra. Io ero ufficiale di collegamento fra il comando tedesco e quello italiano. Ne ho salvati tanti". Intende partigiani. "Li chiami come crede. Eravamo su fronti opposti, ma quando sei di fronte ad un amico non c'è divisa che conti.

L'amicizia, la fedeltà ad un amico viene prima di ogni cosa". L'amicizia, sì. La rete. Cossiga l'ha citata giorni fa, in un'intervista. Ha detto: chiedete a Gelli cosa pensava di Moro. "Da Moro andai a portare le credenziali quando ero console per un paese sudamericano. Mi disse: lei viene in nome di una dittatura, l'Italia è una democrazia. Mi spiegò che la democrazia è come un piatto di fagioli: per cucinarli bisogna avere molta pazienza, disse, e io gli risposi stia attento che i suoi fagioli non restino senz'acqua, ministro'". Anche in questo caso tragicamente profetico, per così dire. Lei cosa avrebbe fatto, potendo, per salvare Moro? "Non avrei fatto niente. Era stato fascista in gioventù, come Fanfani del resto, ma poi era diventato troppo diverso da noi. Lei ha visto il film sul delitto Moro?" Quello di Bellocchio? "No, l'altro. Quello tratto dal libro di Flamigni.

Ma le pare che si possa immaginare un agente dei servizi segreti che con un impermeabile bianco va a controllare sulla scena del delitto se è tutto andato secondo i piani?". Gli agenti dei servizi sono più prudenti? "Lei conosce Cossiga? Proprio una bravissima persona. E poi un uomo così colto, uno capace di conversare in tedesco. Un uomo puro, un animo limpido. Dopo la morte di mia moglie mi mandò un biglietto: "Ti sono vicino nel tuo primo Natale senza di lei", capisce che pensiero? Vorrebbe farmi una cortesia? Se lo incontra, vuole porgergli i miei ricordi, e i miei saluti?".


Il mondo perfetto, secondo Washington
Di Noam Chomsky, tratto da «Le Monde Diplomatique» settembre 2003

Il settembre 2002 è stato segnato da eventi importanti e strettamente connessi tra loro. Da un lato, gli Stati Uniti, la nazione più potente nella storia dell’umanità, hanno inaugurato una nuova strategia di sicurezza nazionale[1], dichiarando di voler mantenere la loro egemonia mondiale in modo permanente e di essere intenzionati a reagire a qualsiasi sfida con la forza, terreno sul quale, dalla fine della guerra fredda, non hanno rivali. Dall’altro lato, nel momento stesso in cui questa scelta politica veniva resa pubblica, i tamburi della guerra si mettevano in moto per preparare il mondo all’invasione dell’Iraq.
La nuova «strategia imperiale», come è stata immediatamente definitiva dalle più importanti riviste istituzionali, fa degli Stati uniti uno «stato revisionista, che cerca di utilizzare al massimo i suoi momentanei privilegi nel quadro di un ordine mondiale di cui detiene le redini».
In questo «mondo unipolare (…), nessuno stato e nessuna coalizione può contestare» all’America il suo ruolo «di leader, protettore e gendarme mondiale»[2]. John Ikenberry, autore di queste citazioni, cercava di segnalare i pericoli che una tale scelta politica avrebbe comportato per gli stessi Stati uniti. Non è stato il solo a opporsi con fermezza a un tale disegno imperiale.

A livello internazionale, sono bastati pochi mesi perché la paura nei confronti degli Stati uniti e la diffidenza verso i suoi dirigenti politici raggiungessero vette mai toccate prima. Un’inchiesta internazionale, realizzata da Gallup nel dicembre 2002, e praticamente ignorata dai media americani, ha rivelato che il progetto di una guerra contro l’Iraq condotta «unilateralmente dall’America e dai suoi alleati» non incontrava pressoché alcun sostegno.[3]
Bush intanto faceva sapere alle Nazioni unite che potevano rendersi «pertinenti» solo approvando i piani di Washington. Altrimenti avrebbero dovuto rassegnarsi a non essere altro che una sede di dibattito. A Davos, il «moderato» Colin Powell informava i partecipanti al Forum economico mondiale, anch’essi contrari ai progetti bellicosi della Casa bianca, che gli Stati uniti avevano il «sovrano diritto di intraprendere un’azione militare». E precisava: «Ogni volta che saremo convinti di qualcosa, indicheremo la strada».[4] E poco importa se poi nessuno segue.
Alla vigilia della guerra, nel corso del vertice delle Azzorre, George W. Bush e Anthony Blair decidevano di mostrare il proprio disprezzo nei confronti del diritto e delle istituzioni internazionali. Il loro ultimatum, infatti, non si rivolgeva all’Iraq, ma alle Nazioni unite: capitolate, dicevano in sostanza, o condurremo quest’invasione senza preoccuparci della vostra insignificante approvazione. E lo faremo, sia che Saddam Husseim e la sua famiglia lascino il paese, sia nel caso contrario.[5]
Il presidente Bush proclamava poi che gli Stati uniti disponevano «del potere sovrano di utilizzare la forza per garantire la propria sicurezza nazionale». La Casa Bianca, tuttavia, si diceva disposta a fare dell’Iraq una «vetrina araba», non appena la potenza americana si fosse saldamente installata nel cuore della regione che è la massima produttrice di energia del mondo. Una democrazia formale non avrebbe posto alcun problema, ma a condizione di garantire un regime sottomesso, come quelli che Washington reclama nel suo cortile di casa.

La «strategia imperiale» del settembre 2002 autorizzava gli Stati uniti anche a lanciare una «guerra preventiva». Preventiva e non anticipata. Perché si trattava di legittimare la distruzione di una minaccia non ancora materializzatasi, forse immaginata o anche inventata. La guerra preventiva non ha niente di diverso dal «crimine supremo» condannato a Norimberga. (…)
A Washington, l’«ondata mondiale di odio» non ha posto alcun problema particolare. La scelta prioritaria era essere temuti, non amati. Ed è stato con grande naturalezza che il segretario di stato alla difesa, Donald Rumsfeld, ha fatto sue la parole del gangster Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e un fucile, che con una parola gentile e nient’altro». I dirigenti americani sapevano che il loro comportamento avrebbe aumentato il rischio del terrorismo e quello di un proliferare delle armi di distruzione di masse. Ma la realizzazione di determinati obiettivi è per loro più importante di rischi di questo tipo. Essi mirano, infatti, da un lato ad instaurare l’egemonia degli Stati uniti nel mondo, e dall’altro, sul piano interno, ad attuare un programma che smantelli le conquiste progressiste strappate dalle lotte popolari nel corso del XX secolo.
Meglio ancora, debbono riuscire a istituzionalizzare questa contro-rivoluzione per renderla permanente.
Una potenza egemonica non può accontentarsi di proclamare la sua politica ufficiale, deve imporla come nuova norma delle relazioni internazionali. (…)

Nella nuova dottrina americana, è necessario che il bersaglio scelto dagli Stati uniti risponda a diversi criteri. Deve essere indifendibile, abbastanza importante da giustificare l’interesse, e apparire non solo come una «minaccia mortale», ma addirittura il «male assoluto».
L’Iraq rispondeva perfettamente a questi requisiti, e in particolare alle due prime condizioni. Quanto alle altre, basta ricordare le omelie di Bush e Blair e dei loro compari: il dittatore: «ammassa le armi più pericolose al mondo [per] sottomettere, intimidire o aggredire» Armi che ha «già utilizzato contro interi villaggi facendo migliaia di morti, feriti e handicappati tra i propri cittadini. […] Se questo non è male, allora il termine non ha più senso»

Pronunciata dal presidente Bush, l’efficace requisitoria suona giusta; coloro che contribuiscono al male non debbono restare impuniti. Ma tra questi ultimi vanno necessariamente inseriti anche l’autore dei nobili propositi, alcuni dei suoi attuali accoliti e quanti si sono associati a loro nel sostenere, tutti insieme, l’incarnazione del male assoluto, quando questo, già da tempo, aveva compiuto la maggior parte dei suoi terribili misfatti. Infatti, allorquando ribadivano in continuazione le atrocità compiute dal mostro Saddam Hussein, i dirigenti occidentali tacevano un’informazione cruciale: questi crimini erano stati compiuti con il loro appoggio, perché si trattava di azioni che in fondo li lasciavano indifferenti. Il sostegno si era poi trasformato in condanna non appena l’amico di ieri aveva commesso il suo primo vero delitto, quello di disubbidire (o forse, di mal interpretare gli ordini) invadendo il Kuwait. La sanzione fu terribile…per i sudditi. Il tiranno, personalmente, ne uscì indenne, anzi fu addirittura rafforzato dalle sanzioni imposte dagli ex protettori.
Ma Washington rinnovò il suo sostegno a Saddam Hussein subito dopo la prima guerra del Golfo, quando il dittatore schiacciò le rivolte che forse avrebbero potuto rovesciarlo.
(…)

[1] George W. Bush, Washington 20 settembre 2002
[2] John Ikenberry, Foreign Affairs, New York settembre-ottobre 2002
[3] Sondaggio in 27 paesi, International Herald Tribune, 5 dicembre 2002
[4] The Wall Street Journal, 27 gennaio 2003
[5] The New York Times, 18 marzo 2003
Il mondo perfetto, secondo Washington
Di Noam Chomsky, tratto da «Le Monde Diplomatique» settembre 2003

Il settembre 2002 è stato segnato da eventi importanti e strettamente connessi tra loro. Da un lato, gli Stati Uniti, la nazione più potente nella storia dell’umanità, hanno inaugurato una nuova strategia di sicurezza nazionale[1], dichiarando di voler mantenere la loro egemonia mondiale in modo permanente e di essere intenzionati a reagire a qualsiasi sfida con la forza, terreno sul quale, dalla fine della guerra fredda, non hanno rivali. Dall’altro lato, nel momento stesso in cui questa scelta politica veniva resa pubblica, i tamburi della guerra si mettevano in moto per preparare il mondo all’invasione dell’Iraq.
La nuova «strategia imperiale», come è stata immediatamente definitiva dalle più importanti riviste istituzionali, fa degli Stati uniti uno «stato revisionista, che cerca di utilizzare al massimo i suoi momentanei privilegi nel quadro di un ordine mondiale di cui detiene le redini».
In questo «mondo unipolare (…), nessuno stato e nessuna coalizione può contestare» all’America il suo ruolo «di leader, protettore e gendarme mondiale»[2]. John Ikenberry, autore di queste citazioni, cercava di segnalare i pericoli che una tale scelta politica avrebbe comportato per gli stessi Stati uniti. Non è stato il solo a opporsi con fermezza a un tale disegno imperiale.

A livello internazionale, sono bastati pochi mesi perché la paura nei confronti degli Stati uniti e la diffidenza verso i suoi dirigenti politici raggiungessero vette mai toccate prima. Un’inchiesta internazionale, realizzata da Gallup nel dicembre 2002, e praticamente ignorata dai media americani, ha rivelato che il progetto di una guerra contro l’Iraq condotta «unilateralmente dall’America e dai suoi alleati» non incontrava pressoché alcun sostegno.[3]
Bush intanto faceva sapere alle Nazioni unite che potevano rendersi «pertinenti» solo approvando i piani di Washington. Altrimenti avrebbero dovuto rassegnarsi a non essere altro che una sede di dibattito. A Davos, il «moderato» Colin Powell informava i partecipanti al Forum economico mondiale, anch’essi contrari ai progetti bellicosi della Casa bianca, che gli Stati uniti avevano il «sovrano diritto di intraprendere un’azione militare». E precisava: «Ogni volta che saremo convinti di qualcosa, indicheremo la strada».[4] E poco importa se poi nessuno segue.
Alla vigilia della guerra, nel corso del vertice delle Azzorre, George W. Bush e Anthony Blair decidevano di mostrare il proprio disprezzo nei confronti del diritto e delle istituzioni internazionali. Il loro ultimatum, infatti, non si rivolgeva all’Iraq, ma alle Nazioni unite: capitolate, dicevano in sostanza, o condurremo quest’invasione senza preoccuparci della vostra insignificante approvazione. E lo faremo, sia che Saddam Husseim e la sua famiglia lascino il paese, sia nel caso contrario.[5]
Il presidente Bush proclamava poi che gli Stati uniti disponevano «del potere sovrano di utilizzare la forza per garantire la propria sicurezza nazionale». La Casa Bianca, tuttavia, si diceva disposta a fare dell’Iraq una «vetrina araba», non appena la potenza americana si fosse saldamente installata nel cuore della regione che è la massima produttrice di energia del mondo. Una democrazia formale non avrebbe posto alcun problema, ma a condizione di garantire un regime sottomesso, come quelli che Washington reclama nel suo cortile di casa.

La «strategia imperiale» del settembre 2002 autorizzava gli Stati uniti anche a lanciare una «guerra preventiva». Preventiva e non anticipata. Perché si trattava di legittimare la distruzione di una minaccia non ancora materializzatasi, forse immaginata o anche inventata. La guerra preventiva non ha niente di diverso dal «crimine supremo» condannato a Norimberga. (…)
A Washington, l’«ondata mondiale di odio» non ha posto alcun problema particolare. La scelta prioritaria era essere temuti, non amati. Ed è stato con grande naturalezza che il segretario di stato alla difesa, Donald Rumsfeld, ha fatto sue la parole del gangster Al Capone: «Si ottiene di più con una parola gentile e un fucile, che con una parola gentile e nient’altro». I dirigenti americani sapevano che il loro comportamento avrebbe aumentato il rischio del terrorismo e quello di un proliferare delle armi di distruzione di masse. Ma la realizzazione di determinati obiettivi è per loro più importante di rischi di questo tipo. Essi mirano, infatti, da un lato ad instaurare l’egemonia degli Stati uniti nel mondo, e dall’altro, sul piano interno, ad attuare un programma che smantelli le conquiste progressiste strappate dalle lotte popolari nel corso del XX secolo.
Meglio ancora, debbono riuscire a istituzionalizzare questa contro-rivoluzione per renderla permanente.
Una potenza egemonica non può accontentarsi di proclamare la sua politica ufficiale, deve imporla come nuova norma delle relazioni internazionali. (…)

Nella nuova dottrina americana, è necessario che il bersaglio scelto dagli Stati uniti risponda a diversi criteri. Deve essere indifendibile, abbastanza importante da giustificare l’interesse, e apparire non solo come una «minaccia mortale», ma addirittura il «male assoluto».
L’Iraq rispondeva perfettamente a questi requisiti, e in particolare alle due prime condizioni. Quanto alle altre, basta ricordare le omelie di Bush e Blair e dei loro compari: il dittatore: «ammassa le armi più pericolose al mondo [per] sottomettere, intimidire o aggredire» Armi che ha «già utilizzato contro interi villaggi facendo migliaia di morti, feriti e handicappati tra i propri cittadini. […] Se questo non è male, allora il termine non ha più senso»

Pronunciata dal presidente Bush, l’efficace requisitoria suona giusta; coloro che contribuiscono al male non debbono restare impuniti. Ma tra questi ultimi vanno necessariamente inseriti anche l’autore dei nobili propositi, alcuni dei suoi attuali accoliti e quanti si sono associati a loro nel sostenere, tutti insieme, l’incarnazione del male assoluto, quando questo, già da tempo, aveva compiuto la maggior parte dei suoi terribili misfatti. Infatti, allorquando ribadivano in continuazione le atrocità compiute dal mostro Saddam Hussein, i dirigenti occidentali tacevano un’informazione cruciale: questi crimini erano stati compiuti con il loro appoggio, perché si trattava di azioni che in fondo li lasciavano indifferenti. Il sostegno si era poi trasformato in condanna non appena l’amico di ieri aveva commesso il suo primo vero delitto, quello di disubbidire (o forse, di mal interpretare gli ordini) invadendo il Kuwait. La sanzione fu terribile…per i sudditi. Il tiranno, personalmente, ne uscì indenne, anzi fu addirittura rafforzato dalle sanzioni imposte dagli ex protettori.
Ma Washington rinnovò il suo sostegno a Saddam Hussein subito dopo la prima guerra del Golfo, quando il dittatore schiacciò le rivolte che forse avrebbero potuto rovesciarlo.
(…)

[1] George W. Bush, Washington 20 settembre 2002
[2] John Ikenberry, Foreign Affairs, New York settembre-ottobre 2002
[3] Sondaggio in 27 paesi, International Herald Tribune, 5 dicembre 2002
[4] The Wall Street Journal, 27 gennaio 2003
[5] The New York Times, 18 marzo 2003
Cellulari e internet per localizzare persone
ANSA ore 20:50 del 19/10/2003

LONDRA - Impiegati pelandroni, partner infedeli ed adolescenti bugiardi attenzione: un nuovo sistema consente di controllare i movimenti di una persona utilizzando i segnali inviati dal telefono cellulare. Per circa 7 euro al mese alcuni siti internet britannici offrono agli utenti la possibilità di spiare colleghi e familiari.

Il sistema di localizzazione si basa sui segnali emessi dai cellulari e captati dalle antenne sparse per il Paese. Calcolando la distanza tra il telefono e l'antenna più vicina, il servizio è in grado di identificare la posizione del sorvegliato in un raggio di 50 metri se ci si trova in città o di 2 chilometri se si e' in campagna, dove il numero di ripetitori di segnali è più scarso.

I provider di questo servizio ricevono i dati della persona da sorvegliare dalle società telefoniche e coloro che si abbonano possono poi accedere al sito internet del provider che comunicherà la posizione della persona 'spiata'. La semplicità e convenienza di questo sistema hanno fatto sì che un numero crescente di persone abbia espresso interesse verso questa nuova tecnologia: genitori che vogliono controllare dove si trovano i figli o i parenti più anziani ed assicurarsi che siano al sicuro, partner che sospettano di essere traditi e datori di lavoro che non si fidano dei loro impiegati, sono tra i clienti più diffusi. Le società che offrono questo servizio assicurano che nessuno verrà spiato a sua insaputa: una volta che ci si abbona, il telefono sorvegliato riceverà periodicamente alcuni sms per avvertire l'utente che può venire localizzato in qualsiasi momento. Ma tra tanti messaggini nulla di più facile che questo possa sfuggire. E allora sono guai. Riceviamo molte telefonate di mogli che vogliono controllare i mariti, ma senza inviare il segnale via sms, ma noi dobbiamo rifiutare, ha spiegato Andrew Overton, manager della VeriLocation, una delle circa sei società che in Gran Bretagna offrono questo servizio. Chi si vuole abbonare deve avere più di 18 anni, deve dare il proprio indirizzo, che verrà verificato dalla società e nel caso si voglia sorvegliare un minorenne bisogna dare prova di essere il genitore o il tutore. Sono in molti tuttavia ad esprimere dubbi circa questo sistema: i metodi di identificazione e di verifica non sono infallibili e la diffusione di tale sistema potrebbe incoraggiare una cultura legata al sospetto ed al bisogno di spiarsi reciprocamente. Secondo Mark Littlewood dell'associazione per i diritti civili e la privacy Liberty, tale sistema potrebbe rivelarsi deleterio per le relazioni personali.

''Se mia moglie mi chiedesse se avere il mio cellulare sotto controllo mi desse fastidio, cosa le dovrei rispondere?''.
Epatite C
Peter Duesberg, «Speculazioni e Abusi in campo sanitario», Macro edizioni

Secondo la teoria ufficiale l’epatite C è una malattia infettiva che si contrae contaminandosi con sangue positivo per l’antigene C attraverso trasfusioni o interventi chirurgici. Difficilmente per via sessuale.

Peter Duesberg, il grande virologo noto per le sue ricerche sul cancro e l’AIDS, non la pensa nello stesso modo e lo spiega nel suo libro: «Aids. Il virus inventato», sentiamo come.

«Un terzo tipo di epatite fu scoperta negli anni Settanta e anch’essa riguardava per lo più drogati, alcolizzati e persone che hanno ricevuto trasfusioni di sangue. La maggior parte degli scienziati ritennero in un primo tempo che si trattasse di epatite A o B, finché ripetuti esami di laboratorio non riuscirono a trovare il virus nel sangue delle vittime. Circa 35.000 americani muoiono ogni anno per questa malattia, una parte di questi per «epatite non-A, non-B», come la si è definita per anni. Oggi si chiama epatite C. Questa forma di epatite non si comporta come una malattia infettiva, perché colpisce persone che appartengono a gruppi a rischio ben definiti, invece di diffondersi fra larghi strati della popolazione o anche fra medici che curano gli epatitici. Tuttavia i virologi hanno continuato a tener d’occhio la malattia dall’inizio, sperando di trovare un giorno il virus che la provoca.

Quel giorno arrivò nel 1987. Scena dell’evento fu il laboratorio di ricerca della Chiron Corporation, un’azienda di biotecnologie che si trova nelle vicinanze di San Francisco. Avendo a disposizione le tecniche più avanzate, un’équipe di scienziati iniziò la ricerca nel 1982 iniettando a degli scimpanzé il sangue prelevato a malati di epatite non-A non-B. Nessuna delle scimmie si ammalò, anche se comparvero vaghi sintomi di infezione o arrossamento. Il passo successivo fu quello di cercare il virus nel tessuto del fegato. Ricerca vana. Al limite della disperazione, gli scienziati si misero a cercare anche tracce piccolissime di virus e alla fine trovarono, e ingrandirono parecchio, un microscopico frammento di informazione genetica, codificato in una molecola nota come ribonucleic acid (acido ribonucleico) o RNA, che non sembra appartenere al codice genetico dell’ospite. Questo frammento di RNA presumibilmente estraneo, ragionarono i ricercatori, deve costituire l’informazione genetica di qualche virus non identificato. Qualunque cosa fosse, il tessuto epatico ne contiene quantitativi rintracciabili a stento. Solo la metà circa di tutti i malati di epatite C hanno il raro RNA estraneo. E in quelli che lo hanno c’è solo una molecola di RNA ogni dieci cellule epatiche: difficile credere che, in simile quantità, possa causare la malattia.

I ricercatori della Chiron si servirono della nuova tecnologia per ricostruire pezzi del virus misterioso. Ora erano in grado di controllare se i pazienti avevano nel sangue gli anticorpi contro questo virus ipotetico e scoprirono presto che solo una risicata maggioranza di soggetti affetti da epatite C li aveva. Il primo postulato di Koch, naturalmente vuole che un virus davvero pericoloso si trovi in notevoli quantità in ogni singolo paziente. Il secondo postulato richiede che le particelle virali siano isolate e coltivate, anche se questo ipotetico virus dell’epatite non è mai stato trovato intatto. Il terzo postulato, infine, prescrive che gli animali da laboratorio, come gli scimpanzé, si ammalino quando viene loro iniettato il virus. Nessuno dei tre postulati è soddisfatto da questo fantomatico virus, eppure gli scienziati della Chiron annunciarono nel 1987 di aver finalmente trovato il virus dell’epatite C.

Oggi l’ipotesi virale si trova a fare i conti con altri paradossi. Moltissime persone che risultano positive al virus dell’epatite C non sviluppano mai alcun sintomo della malattia, anche se il virus non è meno attivo in loro rispetto ai malati di epatite. E da un recente studio su larga scala che ha seguito i pazienti per 18 anni risulta che i sintomatici vivono quanto quelli asintomatici. Nonostante questi fatti, gli scienziati difendono ancora il loro virus elusivo attribuendogli un periodo di latenza che si estende per decenni.

Paradossi del genere non intimidiscono più i virologi. Anzi qualsiasi nuova ipotesi virale, non importa quanto bizzarra, di solito riceve una pioggia di riconoscimenti. La Chiron non ha passato invano i cinque anni occorsi a creare il suo virus.

Dopo aver brevettato il test per la ricerca del virus l’azienda lo ha messo in produzione e ha montato una campagna pubblicitaria per accaparrarsi potenti alleati. Il primo passo è stato un articolo pubblicato su «Science» e curato dalla sezione di biologia molecolare dell’Università della California a Berkeley, molto vicina alla multinazionale Chiron… La grande occasione si presentò alla fine del 1987 sotto forma di richiesta speciale da parte dei medici curanti dell’imperatore giapponese Hirohito. Il monarca stava morendo e aveva bisogno di continue trasfusioni: poteva la Chiron fornire un test sicuro per accertarsi che il sangue non contenesse il virus dell’epatite C? L’azienda non si lasciò sfuggire l’occasione e si fece un nome tale in Giappone che il sindaco di Tokyo approvò la commercializzazione del prodotto nel giro di un anno. L’imperatore nel frattempo morì, ma l’interesse per il test aumentò quando le autorità giapponesi misero l’epatite C ai primi posti delle priorità sanitarie.

Il kit della Chiron rende oggi circa 60 milioni di dollari l’anno…»
Londra, un sofisticato software dà la possibilità di smistare le telefonate a seconda della classe sociale

Il centralino diventa classista e risponde soltanto ai ricchi
Enrico Franceschini - «La Repubblica» 21 ottobre 2003


LONDRA - Se mister Smith pensa di essere scalognato, perché ogni volta che telefona in banca, o alla sua compagnia d'assicurazioni, o a un'agenzia di viaggi, il centralino lo mette automaticamente in attesa e ce lo lascia per un'eternità, può darsi che non debba incolpare la sfortuna, ma il portafoglio. Più di cinquecento aziende britanniche, infatti, classificano segretamente clienti e consumatori sulla base del reddito: i ricchi vengono messi in cima a qualsiasi coda telefonica, ricevendo un trattamento improntato alla massima cortesia ed efficienza; i poveri vengono sistemati in fondo e le loro chiamate sono le ultime a ottenere risposta, se la ottengono. Suona incredibile, eppure è l'ennesima conquista della tecnologia, frutto di un software che consente ai computer dei "call centers" di smistare le telefonate in base alla provenienza e di uno spregiudicato uso del marketing.
Il "Times" di Londra ne dà notizia con un titolo, "Siete dei consumatori di seconda classe?", che tradisce un minimo di imbarazzo. A qualcuno, l'iniziativa può sembrare razzista, o almeno inconcepibile per un paese civile, per non parlare di un paese come il Regno Unito che ha dato al mondo il parlamentarismo e lo stato di diritto. Nick Randall, presidente del Gruppo AIT, che ha inventato il software responsabile dell'innovativo sistema, non è di questo parere: "Qualunque azienda desidera che i propri dipendenti migliori si prendano cura dei propri migliori clienti". Certo, soggiunge, è meglio se i consumatori sfavoriti non lo vengono a sapere, ma è un po' come la separazione tra "business class" e "classe turistica" in aereo, chi paga di più riceve di più.

La differenza è che un passeggero di aereo è consapevole di quanto ha pagato, della classe in cui siede e del proprio status. Lo smistamento automatico dei centralini, invece, avviene all'insaputa dei consumatori. I quali vengono selezionati in tre modi:

1) il software della AIT è in grado di riconoscere la zona da cui proviene una telefonata e di classificarla in base al reddito, altrimenti un nastro registrato chiede al cliente di digitare sulla tastiera il proprio codice postale;

2) le banche compilano una graduatoria in base a reddito, carte di credito e altri dati che rivelano il "valore" del cliente;

3) le aziende si rivolgono a società di marketing per analizzare la propria clientela.

Una di queste, la Experia, suddivide la popolazione in 52 categorie, da "astuto capitalista" e "materialista in ascesa" fino ai poveretti a cui il centralino non darà mai la linea. La selezione non si limita al tempo da passare in coda, rivela la Datamonitor, la società autrice del rapporto citato dal Times: alcune aziende forniscono ai dipendenti un "codice di comportamento", in base al quale i clienti "ricchi" vanno trattati con cortesia e pazienza, mentre con gli altri si può andare per le spicce.

Chissà se, zitti zitti, i centralini "classisti" sono entrati in funzione anche in Italia. Fateci un pensierino, la prossima volta che vi fanno ascoltare una musichetta per un'eternità.

La sacra alleanza del King David
Stefano Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003

Neocons, sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il Medioriente.

«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale che si propone di «creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese». Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni tra i più noti guru della galassia neo-cons: Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante l'amministrazione Reagan.

L'islam, il nuovo totalitarismo
A consultare il sito web messo in piedi per l'evento (www.jerusalemsummit.org), si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali, leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».

La mafia russa si getta nella mischia
Al di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie. Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune: l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più celebri.
Uniti dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei meandri di questo nuovo think tank ultra-sionista appaiono animati da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr) è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone. Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria.

Propaganda 2003
Di Gianni Cipriani - «Avvenimenti» nr. 40 ottobre 2003


Siamo abituati a pensare alla P2 come ad un rottame della storia, o al massimo come un retaggio di un malaffare politico e massonico. Un qualcosa fuori dal tempo che, di tanto in tanto, si ripresenta come un insulto alle coscienze, e per questo, solo per questo, accende furibonde reazioni.

Ma cos’è davvero la P2? Cos’è il sistema piduista? Nel senso comune prevale ormai la formula che evoca il sistema di malaffare, i faccendieri e i vecchi agenti segreti senza scrupoli, pronti a depistare. Come se una progressiva «usura» del tempo avesse operato sulle parole stesse «P2 e piduista», facendo diventare questi termini etichette prive di contenuto. Insulti che, quando sono utilizzati, paradossalmente bloccano sul nascere ogni ragionamento; diventano risposte scontate che spengono ogni domanda.

La domanda, invece, va riaccesa. Bisogna comprendere che il «sistema piduista», nei suoi valori e nelle linee strategiche, è un credo politico ben strutturato. Non è semplice malaffare. E’, semmai, una dottrina che ha fatto (e sicuramente fa ancora) leva sul malaffare, sui burattini d’avventura, come gli scenari oscuri che sono comparsi intorno al falso scandalo Telekom Serbia stanno ampiamente dimostrando. Gli obiettivi che persegue, però, sono politici.

Null’altro che politici.

Ecco perché arretrare all’accezione insultante (e stereotipata) di piduista è un limite, se non un grave errore, che non consente di individuare le linee strategiche lungo le quali sta proseguendo il piano di rinascita – il termine non è casuale – di una concezione autoritaria, affaristica e sostanzialmente antieuropea che sempre più si va radicando in una parte consistente della cultura politica conservatrice, moderata nelle apparenze ma reazionaria nelle pulsioni primarie.

Vale la pena, quindi, analizzare serenamente (si fa per dire) quel complesso di vicende che oggi, paradossalmente, hanno portato l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ad affermare tranquillamente e sinceramente che nel nostro paese si va riproponendo una «questione massonica», dal momento che stiamo assistendo ad un ritorno al passato, quando in alcune logge si decidevano le sorti della politica e dell’economia.

Allora bisogna partire dalla questione delle questioni, che nella politica piduista era rappresentata dalla stessa identità della repubblica italiana. Una repubblica antifascista la cui Costituzione è stata elaborata dalle forze politiche che avevano promosso la lotta di Liberazione. Una eredità politica ce non è mai stata digerita da quell’insieme di forze che si è storicamente radunato intorno alla P2. I motivi sono del tutto evidenti: l’unità delle forze antifasciste, o del cosiddetto «arco costituzionale», è stata sempre vista come una ferita aperta da sanare al più presto perché attraverso questo «mito» il Pci aveva ottenuto quella legittimità democratica che mai e poi mai avrebbe dovuto avere. Colpa dei comunisti, ma anche di tutti quei cattolici democratici che, pur nella diversità e nell’asprezza dello scontro, non avevano mai voluto recidere le radici comuni che univano le forze che avevano dato vita al patto costituzionale. Ecco, dunque, perché nella logica piduista l’unità antifascista andava sostituita al più presto con un’altra unità, che adottasse uno sbarramento a sinistra e, nello stesso tempo, aprisse a destra, pur rifiutando ufficialmente di accogliere in questo patto i neofascisti.

Per «rompere» questo patto, nella logica di Licio Gelli e dei suoi seguaci, non c’erano che due strade: depotenziare il «mito» dell’unità antifascista e dare una diversa lettura della lotta partigiana per annullare il valore storico e politico e, come secondo passo, cancellare la Costituzione che in quella storia aveva la sua scaturigine.

Proprio questa concezione è stata, negli anni Settanta, alla base di alcune avventure eversive, a cominciare dal golpe Borghese, che a dispetto dei nostalgici di Mussolini e dei repubblichini che avrebbero dovuto portarlo a termine, non sarebbe stato un colpo di stato dichiaratamente «fascista»; così come «fascista» non sarebbe stato il progetto eversivo di Edgardo Sogno, passato alla storia come «golpe bianco». Secondo questo schema, i mali d’Italia erano rappresentati dal «pericolo comunista», ma anche dalla sostanziale «inaffidabilità» democristiana il cui gruppo dirigente era ancorato ai valori della Costituzione, né intendeva disfarsene. Da qui i continui timori del lento ma progressivo e inesorabile scivolamento verso il «caos comunista» e la celebre frase di Edgardo Sogno secondo la quale la sua organizzazione si era presa l’impegno di «sparare» contro chiunque – i democristiani traditori – avesse consentito al Pci di entrare nel governo.
Se queste sono, come sono, le premesse, si comprende come l’attuale e sempre più stringente tentativo di minare i valori fondanti della nostra Repubblica, la rivalutazione di Mussolini, del fascismo e della repubblica di Salò, la volontà di equiparare – nel rispetto dei morti – partigiani e repubblichini ovvero il desiderio di snaturare il valore simbolico del 25 aprile e di annacquarlo nella condanna indistinta dei regimi totalitari, siano passaggi ineludibili della strategia piduista. Così come non si può certamente liquidare come una semplice battuta infelice la frase di Silvio Berlusconi sulla “Costituzione sovietica”.
Su questo, come detto, varrebbe la pena di riflettere invece di limitarsi ad utilizzare il termine piduista come insulto. A chiedersi come mai, ad esempio, da un po’ di tempo a questa parte viene lasciato il solo presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a celebrare degnamente il 25 aprile. O perché Berlusconi scelse questa data per ricordare a Torino proprio Edgardo Sogno, decorato per il suo valore partigiano, che in seguito, però, era diventato uno dei paladini dell’oltranzismo anticomunista, fino ad approdare alla loggia P2 e a partorire progetti eversivi. E c’è da chiedersi se non sia proprio per l’avanzare di questa revisione di stampo piduista che è l’intera storia della Repubblica ad essere messa in discussione. Non si spiegherebbe altrimenti l’ossessione “comunista” che sembra pervadere Silvio Berlusconi ed i suoi sudditi, impegnati a denunciare il grande complotto con il quale i “rossi” (grazie anche all’inazione democristiana) si sarebbero infiltrati in tutti i gangli dello Stato fino a conquistarlo.

Può servire, nel Duemila, agitare lo spettro comunista per guadagnare qualche voto in più?
C’è di che dubitarne. E allora tanto zelo si giustifica con il fatto che la “nuova” Italia che qualcuno ha in mente può essere costruita solo sulle macerie della nostra Costituzione e della sua storia. Cancellare la memoria dell’Italia repubblicana. Non c’è nulla di più “piduista” di questo proposito. Eppure molti di coloro, per i quali la P2 evoca qualcosa di negativo, si mostrano assai più condiscendenti di fronte a questa deriva, magari ingannati da nobili slogan come “pacificazione”, che sicuramente è un obiettivo da raggiungere, ma che adesso è semplicemente un diversivo.

Ci sarebbe poi da riflettere su un altro particolare di non poco conto: la collocazione internazionale della P2. Oggi, dopo molto tempo, lo stesso ex preside Cossiga – che pure ha sempre criticato gli esiti della commissione P2 presieduta da Tina Anselmi – è disposto ad ammettere che la loggia di Licio Gelli è stata un centro di irradiazione dell’oltranzismo atlantico. C’era la guerra fredda e in occidente l’anticomunismo aveva differenti gradazioni. Nella loggia di Licio Gelli c’erano i “duri”; coloro i quali pensavano, appunto, che l’unità antifascista fosse un orpello e che ci volessero le misure forti. Così, proprio perché espressione dei settori più rigidi dell’atlantismo, Licio Gelli divenne uno dei referenti più apprezzati del partito repubblicano degli Stati Uniti e, per essere più precisi, un referente della destra repubblicana.

Oggi chi ha l’immagine del Gelli depistatore e faccendiere dimentica che il Maestro Venerabile della P2, ad esempio, fu uno tra i più attivi nel sostenere la candidatura di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti e si impegnò, anche per convincere i numerosi italo-americani, a far pubblicare sul Corriere della Sera una serie di articoli che dovevano mettere in buona luce lo sfidante del presidente uscente, Carter. Anche per questo Gelli (oltre a lui c’era Francesco Pazienza) fu tra gli invitati al ricevimento che si tenne negli Stati Uniti per festeggiare la vittoria di Reagan.

L’Italia pensata dalla P2 era una repubblica legata mani e piedi agli Stati Uniti. Anzi, a quei settori più reazionari e più “oltranzisti” nella lotta contro il nemico che allora si chiamava comunismo. Cosa c’è di differente dal governo di oggi, nel quale le spinte ad ancorarsi ai voleri della destra repubblicana, oggi rappresentata da Bush jr., sono così forti da mettere in discussione il ruolo dell’Italia nel processo di unificazione Europea? Cambiano gli scenari ma, evidentemente, il cordone ombelicale non è stato reciso. Ed ecco manifestarsi quegli atteggiamenti da vassallo prostrato di fronte all’imperatore che nemmeno negli anni Settanta, quando pure forte era la polemica sul “servilismo atlantico” dell’Italia, si erano mai visti in simile maniera. Anche in questo caso, non c’è nulla di più piduista.
Quella che abbiamo di fronte, dunque, è una precisa strategia politica che oggi trova in Silvio Berlusconi la sua espressione ma che, probabilmente, è una tendenza politica che sopravviverà a Berlusconi, così come è sopravvissuta nel passaggio tra la prima e la seconda repubblica. Politica che, come detto, fa spesso leva sul malaffare, ma che non è materia esclusiva (anzi, è vero il contrario) degli specialisti delle trame. Oggi, come detto, alcuni personaggi comparsi a margine del caso Telekom Serbia e le spavalde dichiarazioni di Licio Gelli rappresentano il volto di questo oscuro passato. Ma il problema è che questo “passato” è presente. E siffatta strategia sta ottenendo i suoi più significativi successi proprio là dove la sensibilità democratica è meno sensibile o, se è sensibile, reagisce solo appellandosi alla ritualità dei simboli. Oggi il piduismo è più forte non solo perché ricompaiono Gelli, Pazienza e uno stuolo di faccendieri. E’ più forte perché si stanno minando le basi della nostra Repubblica secondo uno schema ben collaudato. E nessuno, fino ad ora, ha davvero disinnescato quelle cariche.

Capitolo 17 del libro: «11 settembre: colpo di stato in USA»
(11 settembre 2001) Parla Von Bülow
Tratto da «11 settembre: colpo di stato in USA» di Maurizio Blondet

Il 13 gennaio 2002 il giornale berlinese «Der tagesspiegel» pubblica con rilievo la seguente intervista ad Andreas von Bülow, già ministro tedesco della tecnologia.
«Dopo gli orrendi attentati dell’11 settembre», attacca von Bülow senza esitare, «constato che l’intera opinione pubblica viene forzata a credere a una versione che credo sbagliata»
E segnala: «Ci sono in USA ventisei agenzie di controspionaggio che costano trenta miliardi di dollari l’anno: più dell’intero bilancio tedesco per la Difesa. E non sono state capaci di prevenire gli attacchi (…) Non un sospetto, prima. E per sessanta decisivi minuti, le agenzie militari e di intelligence hanno lasciato a terra i caccia; però quarantotto ore dopo l’FBI presenta una completa lista dei dirottatori suicidi. Ma dieci giorni dopo risulta che sette di loro sono ancora vivi. E perché i capi dell’FBI non spiegano queste contraddizioni? Da dove veniva la lista, e perché era falsa?
Se fossi nei panni del responsabile dell’indagine, io terrei informato regolarmente il pubblico».
Il che non è avvenuto e non avviene in USA, sottolinea l’ex ministro tedesco. Poi torna sullo strano profilo dei «suicidi».
«Si lasciano dietro tracce come una carica di elefanti. Fanno pagamenti con le loro carte di credito, danno i loro veri nomi agli istruttori di volo. Si lasciano dietro auto noleggiate con manuali di volo in arabo. Portano con sé, nel loro viaggio verso il suicidio, ultime volontà e lettere d’addio, che cadono nelle mani dell’FBI perché le hanno messe nel posto sbagliato, con indirizzi sbagliati.
Andiamo! Sono segnali lasciati sul percorso come in una caccia al tesoro per bambini».
Von Bülow non esita a parlare di «lavaggio di cervello collettivo» a cui «le democrazie di massa vengono sottoposte».
«L’immagine del nemico come comunista non funziona più; deve essere sostituita con l’Islam. Non è un’idea mia. Essa viene da Zbigniew Brzezinski e Samuel Huntington, due strateghi che formano l’intelligence e la politica estera americana.
«Già a metà degli anni ’90, Huntington (uno dei fondatori del CFR: Council on Foreign Relations) diceva: “la gente in USA e in Europa ha bisogno di un nuovo nemico da odiare, ciò rafforzerà la loro identificazione con la propria società. Brzezinski, il cane matto, già consigliere di Jimmy Carter, teorizza il diritto esclusivo degli Stati Uniti a impossessarsi delle materie prime del mondo, anzitutto greggio e gas. E questo coincide perfettamente con i desideri dell’industria degli armamenti, delle agenzie d’intelligence, del cosiddetto “complesso militare-industriale”.
«(…) Posso affermare questo: la progettazione dell’attacco è stato un capolavoro dal punto di vista tecnico e organizzativo. Dirottare quattro grossi aerei di linea in pochi minuti e lanciarli sui bersagli entro un’ora con complicate manovre di pilotaggio!
Questo è impensabile, senza l’appoggio, e per anni, di apparati segreti dello Stato e dell’industria».
Ma queste sono le cose che dicono i teorizzatori di complotti!, esclama l’intervistatore.
Von Bülow replica:
«Ah sì, sì: in questo modo coloro che preferiscono seguire la versione ufficiale e politicamente corretta ridicolizzano così chi pone certe questioni. Chiunque dubita delle versione ufficia, non ha le rotelle a posto»
Eppure von Bülow non è un complottista paranoide. Nel 1993, è stato relatore per la SPD (il Partito Socialdemocratico tedesco) nella commissione parlamentare d’inchiesta sulla Stasi, la polizia segreta della Germani Orientale. E’ in quella veste che l’ex ministro s’è fatto un’idea precisa dei «servizi» occidentali. «Né dal BND (il servizio segreto tedesco-occidentale) né dalla CIA abbiamo avuto altro che ostacoli. Nessuna informazione, nessuna collaborazione. Niente»

mercoledì, ottobre 22, 2003

IL FOTOREPORTER UCCISO


L'Italia a Israele: su Ciriello un'indagine indipendente


MILANO -Il giudice Orsola De Cristofaro ha archiviato ieri l'inchiesta
milanese sulla morte a Ramallah di Raffaele Ciriello (foto), il
fotoreporter ucciso il 13 marzo 2002 da militari israeliani. Uno
sbocco obbligato, vista la «mancata collaborazione» delle autorità
militari israeliane sulla dinamica. Per questo il ministero della
Giustizia, su richiesta del procuratore aggiunto di Milano, Giuliano
Turone, ha chiesto a Israele (sulla base delle convenzioni
internazionali) che sia lo Stato ebraico a svolgere direttamente
l'indagine penale, ma affidandola a un giudice indipendente e non
all'autorità militare.
I piloti refusenik: «Avevamo ragione a dire no»
Gli «obiettori dell'aria», dopo le stragi dell'aviazione israeliana a Gaza:
«Il nostro rifiuto era motivato» MI. GIO.

GERUSALEMME
I pesanti raid aerei contro Gaza hanno nuovamente acceso il dibattito - in
verità più all'estero che in Israele - sui 27 piloti refusenik (solo 9
ancora operativi) che il mese scorso hanno annunciato che non avrebbero più
partecipato ad attacchi contro civili palestinesi. Piloti refusenik che
ancora oggi si rifiutano di parlare alla stampa internazionale ritenendo il
loro caso «un affare esclusivamente di Israele». Sull'attacco al campo
profughi di Nusseirat (9 morti, 50 feriti) esistono versioni diverse. Lunedì
sera un elicottero Apache ha seguito un'automobile su cui si trovavano
presunti militanti di Hamas. Mentre l'autoveicolo entrava nella zona est di
Nusseirat, è partito il primo razzo. La popolazione si è riversata in
strada, poco dopo nello stesso punto esplodevano altri due razzi. La prima
versione, quella israeliana, parla di un intervallo nel lancio tra il primo
e i razzi successivi di 10-15 secondi. La seconda versione, palestinese,
parla invece di alcuni minuti, tre o quattro. La logica non sembra lasciare
dubbi: in pochi secondi tante persone non avrebbero potuto andare in strada,
quindi è passato più tempo. «Il lancio di un secondo razzo fa parte delle
regole di lavoro dei piloti» ha spiegato Ran Pecker, un veterano
dell'aviazione israeliana. «Il secondo razzo serve a distruggere
l'obiettivo, qualora sia stato solo sfiorato dal primo». Secondo Haggai
Tamir, uno dei piloti obiettori di coscienza che dopo la strage di Gaza,
ribadisce: «Il nostro rifiuto è giustificato», è evidente che il secondo e
il terzo sono stati sparati quando l'automobile era già circondata dalla
folla. Se lui fosse stato nella cabina di pilotaggio, avrebbe sparato anche
il secondo e il terzo razzo? «In condizioni in cui sia evidente che persone
innocenti sarebbero colpite, io non sparerei - ha detto - il pilota ha
potere di decisione. Il principio dice: se il danno prevedibile è superiore
al vantaggio, gli ordini non vanno eseguiti». Tamir ha indicato un problema.
«Più l'Intifada procede, meno si avverte il valore della vita. In Israele un
attentato con soli due morti, non fa notizia. Come non fa notizia il
passante palestinese ucciso per sbaglio nel tentativo di eliminare due
membri di Hamas. Solo quando ci sono sette morti, i mezzi di comunicazione
si mettono in azione». Per Yossi Sarid, leader del Meretz (sinistra
sionista) «la decisione ultima se sganciare le bombe o meno ricade sui
piloti. Devono aprire non due ma sette occhi per non trovarsi, loro
malgrado, coinvolti nell'esecuzione di ordini illegali». E' sconfortante
però che Sarid come il refusenik Haggai Tamir discutano di rispetto o
violazione di ordini militari e non dell'illegalità delle «esecuzioni
mirate».


--
Pomero
da
http://www.ilmanifesto.it/
Il Muro. L'esercito israeliano decide chi è residente
Il non-ritorno Creata una nuova categoria giuridica di palestinesi, distinta
dagli ebrei che hanno colonizzato o colonizzeranno quelle zone.

AMIRA HASS *

Il percorso del Muro di separazione nelle aree dove è già costruito ed in
quelle dove è previsto, prova ancora una volta che l'establishment
israeliano della colonial-sicurezza non perde mai l'occasione di sfruttare
l'evidente bisogno degli israeliani di sentirsi sicuri nel proprio stato per
espropriare enormi tratti di terre palestinesi annettendole di fatto allo
stato di Israele. Dato che il percorso non è sulla linea verde, ma si
addentra in profondità nelle aree palestinesi, è stata creata una nuova zona
tra il muro e lo stato di Israele. È nota come «area di giunzione», un
eufemismo che ingentilisce e confonde il palese processo di annessione. Ma
resta un piccolo problema che ha la forma di decine di migliaia di
palestinesi che vivono e lavorano nell'area che è stata annessa de facto e
che sarà annessa de facto in futuro. Alcuni nuovi ordini militari circolati
la scorsa settimana nei villaggi dell' «area di giunzione» mostrano che gli
avvocati che lavorano al servizio dell'establishment della
colonial-sicurezza hanno risolto il problema. Hanno creato una nuova,
distinta categoria giuridica di palestinesi, distinta dalla categoria degli
ebrei che già hanno colonizzato quelle zone o di quelli che vorranno
stabilirvisi in futuro. La nuova categoria distingue i palestinesi che vi
rientrano anche dai palestinesi che vivono due metri più ad est, sull'altro
lato del percorso. Sostenuti da documenti redatti in un linguaggio generico
e neutrale, la nuova categoria viene distinta in virtù di una nuova
relazione che si delinea nell'area, tra l'apparato burocratico dell'esercito
di occupazione e parte della popolazione occupata. La nuova categoria si
chiama «residente a lungo termine» ed è in via di istituzionalizzazione
attraverso un nuovo documento chiamato «permesso per residente a lungo
termine». Questo deriva specificatamente da un ordine firmato dal general
maggiore Moshe Kaplinski, a capo del comando centrale, e da altri tre,
firmati da Ilan Paz, capo dell'amministrazione civile. Le istruzioni
all'apparenza riguardano solo aggiustamenti per la presenza e gli
spostamenti dei palestinesi in quelle specifiche aree, ma un'attenta lettura
mostra che danno alle autorità israeliane anche ampi, terrificanti poteri di
cacciare palestinesi dalle proprie case, dalle proprie terre e di
allontanarli dalle proprie famiglie. Questa è la realtà che emerge da questi
nuovi regolamenti: l'area è aperta ad ogni israeliano che vi si voglia
stabilire o lavorarci. In base ai nuovi regolamenti, un israeliano è anche
chi ha il diritto di esserlo in base alla legge del ritorno - in altre
parole ogni ebreo del mondo è autorizzato a stabilirsi in quelle aree, e
così altri che possono diventare cittadini in base alla legge del ritorno.
L'area è chiusa ai palestinesi che vogliono risiedere, stabilirsi e lavorare
nell'area, a parte quelle eccezioni che l'esercito ed i suoi avvocati hanno
designato come persone a cui ciò è permesso. Queste eccezioni sono quei
palestinesi che già vivono in quelle aree. Sarà loro permesso di restare, se
corrispondono a condizioni poste dai comitati militari israeliani e nel caso
in cui convincano quei comitati che in effetti risiedono in quelle aree. I
comitati militari israeliani determineranno quali palestinesi possono
spostarsi e vivere all'interno di quelle aree e quali no. Ufficiali
dell'esercito determineranno quali «residenti a lungo termine» avranno il
permesso di circolare: di «lasciare» l'area per andare in un villaggio
palestinese vicino che si trova oltre il recinto, o in una vicina città
palestinese - e tornare; e decideranno anche quando (...): due volte al
giorno, o tre volte al mese, per esempio. I comitati militari israeliani
saranno autorizzati a decidere a quali palestinesi che non sono «residenti a
lungo termine» sarà permesso entrare nelle aree e quando gli sarà permesso.
Una persona la cui intera proprietà si trova all'interno dell'area vi potrà
accedere per grazia di questi uffici. Lo stesso avviene per camion dei
rifiuti, dottori, parenti, amici, insegnanti, tecnici telefonici e
lavoratori dell'ente idrico palestinese. Tutti loro e altri ancora dovranno
riempire moduli, presentare richieste, fornire prove e documentazione, in un
processo che l'esperienza ha già dimostrato richiedere molto tempo nella
snervante burocrazia dell'amministrazione civile - solo per avere - o non
avere - il permesso di entrare nella zona proibita. I «permessi per
residente a lungo termine» vanno rinnovati mensilmente, per un periodo che
verrà stabilito dai comandanti militari e dai loro avvocati. I comitati
militari hanno facoltà di decidere che una persona non è più adatta ad
essere «residente a lungo termine», ovvero sono autorizzati a chiedere a
quella persona di lasciare l'area. In altre parole, i comitati
determineranno il numero e l'identità delle persone alle quali verrà
richiesto di rinunciare al loro «permesso per residente a lungo termine» e
di lasciare l'area. Gli ufficiali dell'esercito, come mostra l'esperienza,
faranno un mirabile uso di ragioni di sicurezza per giustificare la
rimozione di persone dalla propria terra, e i giudici israeliani
comprenderanno queste ragioni. E, come mostra l'esperienza, molti israeliani
affermeranno che è tutto kasher se consente di prevenire che attentatori
suicidi raggiungano Israele. Ma queste persone non dovrebbero dimenticare i
fatti: il percorso che è pensato per proteggere lo stato di Israele invade
in profondità la Cisgiordania, a causa di richieste dell'establishment della
colonial-sicurezza capeggiato dal governo Sharon. Quindi, l'area tra la
«barriera e lo stato di Israele», disgraziatamente non è priva di non-ebrei.
Ed ora, senza alcuna vergogna, inseriscono strutturalmente condizioni nella
legge militare che amareggeranno le vite delle persone nel territorio
occupato-annesso, fino a quando non verrà loro chiesto di andarsene o le
condizioni consentiranno all'esercito di rimuoverle.

* da Haaretz(traduzione Sveva Haertter)



--
Pomero
da
http://www.ilmanifesto.it/

lunedì, ottobre 20, 2003

Mulini a vento? No, grazie

The Economist
29/9/2003


Non solo il nucleare e le centrali tradizionali vengono osteggiate. Anche l'energia dal vento ha trovato nemici. Un caso esemplare negli Stati Uniti, raccontato dall'Economist



Attraversare il ponte per Cape Cod è un po' come fare un viaggio indietro nel tempo, entrare in un paese di case di pietra grigia e rudi pescatori, dove il ritmo della vita è lento come una benedizione. E' pertanto difficile credere che su questa lingua di terra e scatenata una feroce guerra sul futuro dell'energia in America.
L'azienda Cape Wind spera di costruire la prima centrale eolica offshore degli Stati Uniti, a poche miglia dalla costa di Cape Cod (nord-est degli Stati Uniti). Se avranno l'approvazione dell'Army corps of engineers, dopo la lunga trafila delle autorizzazioni che quasi sicuramente comporterà anche un processo, le 130 turbine dell'impianto consentirebbero di fornire i tre quarti del fabbisogno elettrico di Cape Cod, senza inquinamento. Ma sarebbero anche visibili dalle spiagge di Cape Cod, Martha's Vineyard e Nantucket, sede delle costose proprietà di alcuni dei liberal più ricchi d'America.

MOSSA INTELLIGENTE
I sostenitori della Cape Wind hanno fatto una mossa intelligente nel presentare gente tipo la famiglia Kennedy come “persone spinte da interessi personali che altrimenti avrebbero abbracciato la causa dell'energia eolica”. Ma la società è stata anche aiutata dal fatto che in complesso la popolazione di Cape Cod è più povera di quanto possa apparire. Oltre a banchieri e divi della televisione in vacanza, c'è un numero crescente di persone meno agiate che ci vivono per tutto l'anno e molti di questi residenti auspicano ridurre la dipendenza della località dal turismo. Ad alcuni addirittura piace l'idea di far passare Cape Cod per pioniere dell'energia nazionale.

ECOLOGISTI DIVISI
Gli ecologisti locali sono divisi tra loro. Per il momento il rifornimento di energia elettrica è assicurato da una centrale alimentata da petrolio, un impianto a carbone e un reattore nucleare. Ma vale la pena rovinare l'orizzonte di Cape Code? “A meno che non si voglia avere una sfilza di turbine eoliche allineate lungo tutta la costa orientale, l'America deve prevedere un sistema per regolamentarle”, sostiene Isaac Rosen, membro dell'Alliance to protect Nantucket Sound, principale gruppo di opposizione. “L'oceano”, continua, “ha diritto a essere protetto tanto quanto la terra.”
Ecco come la battaglia è andata avanti per mesi: entrambe le parti rivendicano il ruolo di ambientalisti più credibili. Secondo i membri dell'Alliance non ci si può fidare della Cape Wind perché il suo unico interesse è ottenere sgravi fiscali e accumulare utili. La Cape Wind ribatte che non ci si può fidare dell'Alliance perché una volta il suo capo aveva un'azienda di lavorazione del rame che ha contribuito all'inquinamento.

IN PISTA CRONKITE
Il commentatore del telegiornale che si è guadagnato l'etichetta di “uomo più credibile d'America”, Walter Cronkite, che risiede a Martha's Vineyard, all'inizio compariva nelle pubblicità dell'Alliance. Ma il mese scorso, dopo aver incontrato il presidente della Cape Wind, Jim Gordon, ha chiesto di ritirare la sua immagine dalla campagna e per il momento preferisce non prendere posizione.
Lui come altri stanno aspettando i risultati di una serie di studi ambientali che potrebbero arrivare alla fine dell'autunno. Se da questi emerge che il progetto è perfettamente “salubre”, verrà sostenuto da alcuni gruppi ecologisti. “Cape Cod è minacciato soprattutto dall'innalzamento del livello del mare conseguente al riscaldamento del pianeta”, sostiene Seth Kaplan, il legale della Conservation Law Foundation. “Qualsiasi iniziativa intesa a ridurre le emissioni che provocano l'effetto serra potrebbe essere utile”, continua. “Se non interveniamo, perderemo tutto.”
Gli oppositori della Cape Wind vedono nelle turbine la rovina del paesaggio e persino i sostenitori le considerano come un sacrificio, non come una miglioria. Ma Jim Gordon contrattacca con due argomentazioni. Le turbine saranno poco visibili dopo essere state verniciate di grigio-blu, si confonderanno con lo sfondo del cielo e quasi non risalteranno sull'orizzonte quando osservate dalla lontana costa. La seconda è che potranno essere addirittura belle da vedere. “C'è veramente tanta gente che pensa che i ";mulini a vento" siano belli e interessanti”, conclude.

The Economist
(traduzione di Monica Zardoni)

domenica, ottobre 19, 2003

Anche l'Italia in Paradiso
Dal libro: «Paradisi fiscali», a cura di ARES 2000 – Malatempora

Al boulevard Prince Henry di Lussembrugo, capitale dell’omonimo granducato, al nr. 13, tutte nello stesso palazzo si possono trovare le sedi di Pirelli, Mondadori, Tosi, Merloni Ariston e, 50 metri più in là, Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Franzoni, Gazzoni Frascara e Valentino.

E che cosa ci fa il gruppo Mediaset a Malta? E l’Istituto Mobiliare Italiano a Madeira?
E perché quasi il 50% (112 su 250) delle società quotate in borsa ed il 25% (22 su 88) dei gruppi bancari hanno partecipazioni, quasi sempre di controllo, in società residenti nei paradisi fiscali?

Molti di questi paradisi si sono appunto specializzati nella gestione dei patrimoni ed hanno sviluppato enormemente secondo le tecniche più sofisticate, (e spesso truffaldine) l’attività di gestione di fondi di investimento. Chi, in Italia o in Europa, attraverso il proprio istituto di credito cittadino, investe i propri risparmi in fondi comuni e simili, sappia che quei soldi hanno discrete possibilità di entrare nel giro di investimenti praticato dalle società che hanno sede in un paradiso fiscale (in Lussemburgo, o alle Bahamas), sappia che quei soldi entreranno in contatto con altro denaro di dubbia provenienza facilitando operazioni di candeggio o riciclaggio molto redditizie per le banche off shore e per le mafie internazionali…

Occorre a questo punto sottolineare come il nostro «rispettabile» apparato creditizio, l’insieme delle banche italiche di nobili casati non sia affatto immune dalle tentazioni e dalle lusinghe esercitate dall’arcipelago off shore. Risulta infatti che molti istituti di credito italiani, dal San Paolo all’Unicredito, dalla Banca Nazionale del Lavoro alla Banca di Roma, dalla Comit alla Banca Popolare dell’Emilia, siano titolari di società off shore con sede in paradisi fiscali, dove possono tranquillamente operare al di fuori di ogni controllo del fisco, e al di fuori della legge.

Breve storia dei paradisi fiscali

I «paradisi fiscali», il cui numero varia, secondo le stime, da 60 a 90 unità, sono dei microterritori o degli stati le cui legislazioni fiscali sono volutamente lassiste o inesistenti. Si può parlare di stati che commercializzano la propria sovranità offrendo un regime favorevole, una totale deregulation ai detentori di capitali, indipendentemente dall’origine di questi ultimi.

Ecco il estrema sintesi la loro storia:

1800 – all’origine alcuni di questi territori non erano che dei porti dove potevano trovare rifugio le navi dei grandi imperi europei, al riparo dalla intemperie e dai pirati. Quest’epoca corrisponde ad una prima fase di attribuzione della bandiera di nazionalità britannica o francese alle isole dei Carabi che si trovano al largo dell’America Latina.

1920-1930 – Incominciano ad apparire dei nuovi territori che si specializzano nella formulazione di legislazioni destinate a sottrarre i patrimoni alla imposte: Bahamas, Svizzera, Lussemburgo.

Dopo il 1945 – La Seconda guerra mondiale è decisiva per lo sviluppo dei paradisi. I territori sotto il dominio europeo non ricevono dopo la guerra gli aiuti economici sperati e vengono tagliati fuori dal piano Marshall. Alcuni territori così, invece di continuare a produrre materie prime che non garantiscono più la stabilità economica, si specializzano nell’accoglienza di flotte cui forniscono una bandiera ombra, e nell’offrire ai detentori di capitali un asilo sicuro istituendo il segreto bancario e l’assenza di tassazione.
1960-1970 – Un nuovo trampolino di lancio per l’attività dei paradisi fiscali viene fornito dall’emergere del mercato degli eurodollari negli anni 60 e dei petrodollari negli anni 70. Le grandi banche, le grandi imprese e la City di Londra, che attira tutte le grandi società finanziarie, appoggiano lo sviluppo di queste strutture, avendo tutte da guadagnare nel poter disporre di zone con debolissima imposizione fiscale. A Bahamas, Svizzera e Lussemburgo si aggiungono, in questo periodo il Liechtenstein, le Isole del Canale, le Isole Cayman, Bermuda, Panama.

1980-2000 – Nel corso degli ultimi trent’anni, proprio grazie alla liberalizzazione finanziaria che ha incoraggiato l’assenza di controllo sui movimenti di capitale su scala internazionale, il numero dei paradisi fiscali cresce vertiginosamente. I movimenti di capitale sia di origine legale trovano nei paradisi un singolare luogo di convergenza, e questo favorisce soprattutto la criminalità che ha tempo e modo di ripulire le proprie ricchezze, riacquistando verginità ed onorabilità.

L’attività dei paradisi fiscali è oggi caratterizzata da un giro di affari stimato in oltre 1800 miliardi di dollari l’anno. Nei soli paradisi europei sono registrate più di 680.000 società e un numero più che doppio di trust.

La vicenda dei paradisi fiscali rivela come le potenze industriali siano state fin dall’origine implicate nella creazione di queste oasi del riciclaggio. I paradisi hanno contribuito e contribuiscono alla fortuna delle potenze finanziarie. Difficilmente dunque le potenze accetteranno di disfarsene.

Capitolo 12 del libro

"11 settembre: colpo di stato in USA"
Dal libro «11 settembre: colpo di stato in USA», Maurizio Blondet
ORDINA IL LIBRO

Le cose sono più complicate, le tracce che inseguiamo non sono di un solo animale, ma di tanti. Dobbiamo richiamare alla memoria del lettore un particolare cui avevamo accennato all’inizio: mani anonime, nell’imminenza dell’11 settembre 2001, speculavano al ribasso sulle azioni delle due compagnie aeree che avrebbero visto i loro apparecchi sfasciarsi sulle torri e sul Pentagono. L’insider tradii della morte. Tra il 6 e il 7 settembre, furono comprate al «Chicago Board Options Exchange» 4744 opzioni della «United Airlines». Opzioni «put», che significano una scommessa sul ribasso imminente di quelle azioni. In pratica, le «put» si configurano come una vendita di titoli «allo scoperto»: uno vende titoli che non possiede, promettendo di consegnarli a una certa data, e contando di comprarli quando saranno ribassati. In quegli stessi giorni, 6-7 settembre, le opzioni «call» (cioè che scommettono sul rialzo dei titoli della United Airlines) trattate sul mercato di Chicago furono solo 396: i normali volumi di una giornata normale. Ad essere anormale era il volume delle azioni «put», del 600 per cento superiore alla media di una giornata-tipo.

Il 10 dicembre, ancora a Chicago, qualcuno comprò 4516 opzioni «put» dell’American Airlines, contro 748 opzioni «call» vendute quel giorno. Chi ha fatto queste operazioni conosceva precisamente quel che sarebbe accaduto alle due compagnie; si calcola che il guadagno di questi speculatori preveggenti ammonti a 9-10 milioni di dollari.
Non basta. Anche la «Morgan Stanley» e la «Merril Lynch» -due banche d’affari che occupavano il ventesimo piano del World Trade Center, furono oggetto di simili speculazioni al ribasso. Nei tre giorni precedenti all’attacco, qualcuno comprò 2157 opzioni put della «Morgan Stanley», con scadenza ad ottobre, e 12215 opzioni put della Merril Lynch: in questo secondo caso, l’aumento del volume di vendite fu del 1200 per cento.
Dopo la tragedia, le azioni delle due banche d’affari sono effettivamente cadute; per gli speculatori «che sapevano», un profitto complessivo di 6-7 milioni di dollari.

Ma non basta ancora. Simili speculazioni al ribasso furono fatte sulla tedesca «Munich Re» e sulla svizzera «Swiss Re»: due compagnie assicurative che avevano assicurato molti inquilini delle due Torri. Anche la francese «Axa» fu oggetto di una speculazione al ribasso: e la Axa è una finanziaria che teneva in portafoglio il 25% delle azioni American Airlines. Dopo l’11 settembre, si disse subito che un’indagine seria su quelle speculazioni avrebbe portato alla mappatura della rete finanziaria di al-Qaeda e di Osama bin Laden: e chi se no poteva avere conoscenza anticipata dell’attacco? Gli esperti di finanza avvertirono che l’indagine sarebbe stata in ogni caso difficile, dato l’anonimato che protegge le transazioni sui mercati delle opzioni.

Tuttavia, molte speranze erano poste su un programma di computer, chiamato PROMIS. E’ un software che consente di controllare «in tempo reale» le negoziazioni sui titoli, usato da agenzie finanziarie di tutto il mondo per la sua versatilità. Ed è noto che esiste una versione di PROMIS modificata per scopi investigativi, che consente quanto segue: «La polizia può digitare il nome di un sospetto o il numero di una carta di credito, e il software fornisce i particolari dei movimenti finanziari di quella persona».

Così assicurava il canadese «Toronto Star» l’11 ottobre 2001.

L’FBI, il Dipartimento della Giustizia, la CIA devono disporre del software: così ha ragionato Tom Flocco, un giornalista che ha pubblicato la sua indagine su Internet. Ed ha telefonato ai tre enti investigativi più celebri degli Stati Uniti, chiedendo: usate PROMIS? Lo stavate usando prima dell’11 settembre, per vedere in diretta le transazioni in corso? FBI e Dipartimento della Giustizia hanno risposto di «avere interrotto» l’uso di PROMIS. Quando all’addetto stampa della CIA Tom Crispell ha detto di più: l’uso da parte nostra del PROMIS «sarebbe illegale. Noi agiamo solo al di fuori degli Stati Uniti»

Risposta di esemplare correttezza: la CIA non può occuparsi di affari interni, è un servizio di spionaggio per l’estero.

Il fatto è che le indagini sulla speculazione finanziaria preveggente si è fermato proprio alla porta dell’Agenzia. Almeno una delle transazioni, è risultato, è stata fatta attraverso la «AB-Brown», una finanziaria americana acquistata dalla «Deutsche Bank» nel 1999. E presidente esecutivo della AB-Brown era, fino al 1998, l’attuale numero tre della CIA.
Si tratta di A.B. Krongard detto «Buzzy».Questo personaggio, quando capeggiava la AB-Brown, aveva la responsabilità delle «relazioni coi clienti privati». Un mestiere che lo metteva in rapporto con personalità fra le più ricche del mondo, i «clienti privati» anonimi a cui la banca fornisce una gestione personalizzata e molto riservata dei capitali.
(…)

La AB Brown conserva ancora due milioni e mezzo di dollari guadagnati dall’anonimo speculatore che sapeva tutto prima, che il misterioso operatore non ha potuto incassare in tempo (dopo il disastro Wall Street e i servizi finanziari non hanno funzionato per quattro giorni), e che ora non osa incassare per non essere colto con le mani sul malloppo. «Buzzy» Krongard era in quella banca. Vi dirigeva la gestione dei patrimoni riservati ai ricchi «clienti privati», ossia di quella categoria che può fare simili operazioni. La categoria, diciamolo, cui appartiene Osama bin Laden.
E la CIA conosce molto bene bin Laden.
(…)

Tra pochissimo, perfino le scatole dei farmaci saranno tutte inchippate. In questo modo la malattia non sarà più una questione privata!

- Pagina controllo elettronico

La contraffazione, o il microchip del controllo totale
Gabriele de Palma – «Il Manifesto» 5 ottobre 2003

Si moltiplicano negli Stati uniti gli «allarmi» su medicinali, e fanno avanzare le tecnologie invasive.

Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration (Fda) ha recentemente lanciato preoccupati moniti sulla qualità dei farmaci acquistati via Internet da paesi stranieri. Il pericolo paventato è la contraffazione e la relativa inefficacia e dannosità di medicinali che non hanno la diretta approvazione della stessa Fda. In una serie di controlli doganali effettuati nelle poste centrali di New York, San Francisco e Miami, in un solo giorno sono state rinvenute 1153 confezioni di medicinali, il 90% delle quali «sembrava» contraffatto.
I controlli fanno parte di una campagna anti-contraffazione lanciata dalla Fda nel luglio scorso, e almeno in parte è dovuta al notevole incremento degli acquisti on-line di medicinali. Si calcola che i farmaci «made in Usa» costino in media il doppio rispetto agli stessi farmaci venduti oltre confine.

Al di là degli ovvi interessi economici (stratosferici) che inducono la Fda a diffidare i cittadini statunitensi dall'acquisto di farmaci all'estero, è utile distinguere due aspetti della questione. Da una parte il tentativo di difendere il ruolo di dominio delle grandi industrie farmaceutiche (che si sentono insidiate da nuove realtà emergenti), dall'altra la difesa della salute dei cittadini.

Sì, perché se la contraffazione è di per sé una truffa, è ben più grave che si riferisca ai medicinali e agli alimenti che ai capi d'abbigliamento.

Per scongiurare tale problema la Fda si sta preparando ad adottare uno degli ultimi ritrovati tecnologici: il Radio-frequency identification (Rfid).

Si tratta di una tecnologia, ancora in sperimentazione, basata su chip elettromagnetici che contengono informazioni specifiche che vengono trasmesse attraverso onde radio. I chip, di dimensioni microscopiche (i più piccoli hanno dimensioni misurabili in micron), vengono inseriti in un prodotto e comunicano ad un ricevitore diverse informazioni, da un semplice codice identificativo a dati più articolati.

Ci sono almeno due tipi di Rfid attualmente in sperimentazione: uno attivo, dotato di microbatterie e che trasmette continuamente ad un ricevitore i dati in suo possesso; l'altro passivo, privo di batterie e che si attiva quando colpito da uno specifico impulso radio.
Per ora i Rfid attivi sono troppo costosi (20$) per un utilizzo su larga scala, mentre quelli passivi, commercializzabili intorno ai 0,20$, sembrano rappresentare il futuro molto prossimo dei sistemi anti-contraffazione, e non solo per i farmaci.

Sono già stati approntati Rfid resistenti all'acqua e destinati ai capi d'abbigliamento, si pensa di inserirli nelle banconote e anche nei prodotti tecnologici per scongiurare l'utilizzo di parti di ricambio non autorizzate.

L'ormai prossima introduzione del radio-frequency identification mette in allarme (giustificato) tutti coloro che temono un domani alla «Minority Report», ma può rappresentare una momentanea assicurazione contro i più speciosi casi di contraffazione.
La tecnologia è ormai a disposizione. Sul suo utilizzo, le sue finalità e le conseguenze che comporterà sarà opportuno tenere gli occhi ben aperti.
Sopra la banca l'usuraio campa, sotto la banca il cittadino crepa
di Nereo Villa - www.open-economy.org

Che le banche (IOR compreso) siano vissute dalla gente come le istituzioni legalizzate dello strozzinaggio è una realtà incontrovertibile. E che la stessa istituzione bancaria sia stata aspramente contestata da noti personaggi della destra e della sinistra può essere ben riassunto dalle frasi di due famosi personaggi: Ezra Pound - "i politici non sono altro che i camerieri dei banchieri"; Bertold Brecht - "che cos'è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?"

Quanto segue è la spiegazione sintetica della struttura, della funzione e quindi dell'essenza stessa dello strumento monetario.
Per quanto riguarda lo IOR (banca vaticana), si osservi la storia del caso Marcinkus (Banco Ambrosiano) e di Calvi, le connessioni dello IOR con la mafia americana e l'articolo 2266 del catechismo romano (premessa teologica della "guerra giusta"), in cui viene giustificata la "guerra giusta" e perfino la pena di morte.
Per quanto riguarda banche e multinazionali, occorre prendere coscienza che a partire dal 1700 ad oggi si è realizzata una forma cancerogena di sovranità monetaria internazionale e sovranazionale: l'oro, che dalla prima metà del 1900 aveva svolto la funzione di comune denominatore delle varie monete, non bastava più a soddisfare la sempre più crescente necessità di liquidità. Lo strumento capace di assolvere tale necessità fu ed è la sostituzione-truffa della moneta nominale con la moneta merce: chi emette moneta se ne attribuisce autoritativamente la proprietà pur non essendo proprietario di alcun valore corrispondente alla moneta emessa.
Tale modifica, procede attraverso i seguenti passaggi del mondo occidentale, occultamente degenerativi di tutto il tessuto sociale:

- 1694: l'oro viene trasformato in carta dalla banca d'Inghilterra, il cui fondatore William Paterson, dichiara spregiudicatamente: "Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla".

- 1773: la truffa funzionò al punto che un secolo dopo si trasformò in cinismo, e nel 1773 Amschel Mayer Rothschild, il fondatore tedesco di tale impero finanziario dichiarava addirittura: "La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere".

- 1885: Marx svela nel Capitale (Libro I, capitolo 24, paragrafo 6, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818) i tratti truffaldini del meccanismo su cui stavano crescendo le banche centrali: "Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato", ma questo punto rimane inascoltato dai comunisti stessi. Oggi, le parti sociali non hanno ancora compreso che la riduzione del potere d'acquisto dei salari non è imputabile ai datori di lavoro o ai governi, ma alle banche centrali, perché solo esse hanno il potere di determinare arbitrariamente spinte inflazionistiche o deflazionistiche, costringendo gli imprenditori o a cessare le attività produttive o ad accettare la flessibilità, adeguando costi e prezzi alle oscillazioni dei valori monetari che guidano la stessa globalizzazione dei mercati. In tal modo il principio cardine del regime contrattuale: "Il contratto ha la forza di legge tra le parti" è rovesciato nel nuovo principio: "La legge ha forza di contratto tra le parti". E la legge della moneta non la fa né il datore di lavoro, né il governo, ma il padrone dei (nostri) soldi: il governatore della banca centrale. (Quindi le contestazioni relative alla flessibilità, non avrebbero dovuto essere sollevate nei confronti dei datori di lavoro, ma nei confronti delle banche centrali, da governo, datori di lavoro e lavoratori, uniti sullo stesso fronte. Le rivendicazioni sindacali basate sul plusvalore sono ormai impossibili perché, con la globalizzazione dei mercati, viene meno la possibilità di un ragionevole affidamento sulla esistenza stessa del profitto. Ciò è confermato dalle imponenti crisi economiche, come nel settore automobilistico).

- 22 luglio 1944: gli Stati del mondo disegnano un nuovo sistema monetario in un'anonima località americana, Bretton Woods. In questo nuovo sistema, tutte le monete erano convertibili nel dollaro e solo questo era convertibile in oro. Allo stesso tempo venne istituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI), con lo scopo di venire in soccorso a quei paesi che non potevano sostenere la parità determinata a Bretton Woods tra le monete. Tali accordi ebbero principalmente tre conseguenze:
1) gli Stati Uniti cominciarono a stampare più dollari che giornali, dato che era la loro moneta a garantire l'equilibrio del sistema;
2) tutti gli Stati del mondo costituirono riserve per l'emissione di banconote utilizzando dollari, di cui c'era sul mercato finanziario una grande offerta (all'inizio degli anni Settanta, l'80 per cento delle riserve valutarie di tutti gli stati del mondo erano costituite da dollari;
3) il FMI controllava le politiche economiche di tutti i paesi del mondo attraverso il ricatto della leva monetaria. Stati Uniti ed Inghilterra avevano contribuito con l'80% di propri versamenti alla costituzione del FMI, e pertanto ne condizionavano l'attività in maniera determinante. Il sistema resse senza particolari scossoni fino al 1970. Ogni tanto il FMI interveniva a "aiutare" paesi in difficoltà con il cambio della propria valuta, obbligandoli a politiche keynesiane per renderli più docili e sottomessi agli interessi delle potenze occidentali. Il crac si ebbe quando i paesi aderenti all'OPEC, ovvero il cartello dominato dagli arabi dei paesi produttori di petrolio, decisero di aumentare considerevolmente il prezzo del barile (che quadruplicò in pochi mesi) e di rifiutare i pagamenti in dollari, pretendendo il pagamento in oro. I paesi dell'Occidente che, come accennato, avevano riserve in gran parte costituite da dollari, cercarono di cambiare questi dollari e farsi restituire l'oro che avrebbe dovuto essere custodito nei forzieri di Fort Knox, per poter fare fronte ai propri debiti. Ma gli americani non avevano oro a sufficienza, dato che già allora il totale del circolante era di gran lunga superiore all'oro esistente su tutta la terra. (Per dare l'idea della proporzione fra oro e valore monetario circolante, occorre considerare che le attuali riserve auree dei paesi del mondo non superano le 200.000 tonnellate. Eppure il corrispettivo in oro di tutte le banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti ammonta a un corrispettivo di 75.000.000 di tonnellate di oro. Non è uno scherzo: settantacinque milioni di tonnellate, che ovviamente non esistono... e questi dati sono solo del 1995!)

- 15 agosto 1971: Nixon annuncia perciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e perciò l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods svincola il dollaro dal cambio con l'oro. Questa data (agosto '71) costituisce una pietra miliare nella storia del denaro: è il momento cruciale per comprendere la vera natura della moneta. Da allora, infatti, il denaro è definitivamente svincolato da ogni relazione con l'oro. Da allora, i paesi hanno continuato a stampare denaro, fondandolo senza una base "solida", cioè sul nulla.

- Situazione attuale: la grande modifica effettuata consistente nel fatto che chi emette moneta (senza limite e senza costo) se ne attribuisce la proprietà a titolo esclusivo, comporta una occulta metastasi nel tessuto sociale, chiamata debito pubblico, che è conseguenza logica di questa gigantesca truffa: la banca emette moneta prestandola. Prestare denaro è una prerogativa del proprietario. La banca emittente è per legge dichiarata proprietaria del denaro all'atto dell'emissione. Ma se la banca emette denaro senza valore come mai il denaro ha valore? Chi crea il valore monetario è il cittadino, cioè la comunità, attraverso il sudore della fronte e accettando la convenzione di tale moneta, che non ha altro riscontro se non la sua accettazione. Il sistema bancario invece se ne appropria, ed è oramai avviato a conquistare tramite la sovranità monetaria una sovranità sovranazionale, cioè mondiale. Questo rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di tutti i popoli del mondo verso il sistema bancario: è il fenomeno delle società multinazionali, che conquistano tutti i mercati sbaragliando ogni concorrenza:
1) le multinazionali sono controllate dai medesimi gruppi che strumentalizzano il sistema monetario;
2) esse hanno di conseguenza a disposizione, come le banche centrali, senza costo e senza limite tutto il denaro che vogliono (motivo per cui non è possibile nei loro confronti alcun tentativo concorrenziale da parte delle normali imprese commerciali; e da ciò deriva l'inutilità di codificare le cosiddette leggi antitrust poiché il problema che sta a monte è quello di sottrarre il dominio della moneta al sistema bancario). Perciò lo strumento monetario, che dovrebbe essere strumento, appunto, al servizio della collettività, in effetti è una minaccia alla libertà del cittadino e dei popoli. Il cosiddetto oro-carta (la cartamoneta) è stato accettato come fatto del tutto normale e ragionevole. Il suo valore è convenzionale, così come convenzionali sono il metro o il chilogrammo come unità di misura. Ma al valore convenzionale monetario è stato aggiunto qualcosa di più: il convincimento (erroneo) che esista un limite oggettivo alla emissione della moneta, e cioè che stampare moneta non sia gratuito (come invece è) perché tale stampa sarebbe condizionata dalla disponibilità di un bene reale e limitato: l'oro. In realtà, invece, la collettività da' merce (che ha un costo) in cambio di cartamoneta, che costo non ha (se non quello tipografico): succede cioè che un valore convenzionale può concretizzarsi in un bene reale, oggetto di diritto di proprietà: la (carta)moneta. Tradizionalmente questo valore era però generato dal fatto che, ritenendosi il valore un "qualcosa" connesso alla materia, si riteneva di definire il valore monetario come "intrinseco" all'oro. E, una volta "inventata" la cartamoneta, si giustificava il suo valore sulla base della riserva aurea depositata in banca. Senonché questa costruzione è venuta a cadere dopo l'abolizione degli accordi di Bretton Woods decretata nel '71. E quindi oggi la (carta)moneta ha la veste del "titolo di credito", anche se tale non è: l'espressione riprodotta sulle vecchie banconote italiane era infatti quella tipica della cambiale al portatore sottoscritta dal Governatore della Banca Centrale: per es.: "£ 100.000 pagabili a vista al portatore). Ma che la (carta)moneta sia una falsa cambiale generatrice di debito pubblico emerge dal fatto che, se si presenta la banconota all'incasso, la banca non paga ed è autorizzata dalla legge a non pagare né con oro, né con altro valore (inoltre la cambiale normale si estingue col pagamento, mentre la banconota continua a circolare, dopo ogni transazione, indefinitamente).
La strategia di dominazione dei mercati è basata sulla confusione, deliberatamente preordinata nella coscienza del cittadino, tra i due concetti di valore creditizio e valore convenzionale. La non consapevolezza della differenza fra valore convenzionale e valore creditizio permette a poche famiglie di furbi guerrafondai di dominare il mondo e schiavizzare il popolo esattamente come ai tempi di Iside e delle piramidi: spacciando sottoforma di titolo di credito il valore convenzionale, il sistema bancario consegue lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali prodotti dalla collettività, in quanto è chi accetta una convenzione che crea la convenzione stessa, e quindi è la collettività che, accettando la moneta come unità di misura e mezzo di pagamento ne crea e ne conserva il valore, e, di conseguenza, ne dovrebbe detenere la proprietà. La banca invece, approfittando del fatto che l'emissione del titolo di credito (il cosiddetto "pagherò la cambiale") è prerogativa del debitore, apparendo come debitore sulla banconota, ed arrogandosi il diritto di emettere il titolo di credito (la banconota), si è impadronita della proprietà della moneta. Con questo sistema riesce a trasformare un debito apparente in un arricchimento sostanziale. La scritta che compariva sulla banconota, per es.: "£. 100.000 pagabili a vista al portatore" stava a significare che, esibendo questo documento alla banca, essa avrebbe dovuto corrispondere con l'equivalente merce (oro). Ma poiché ora (addirittura per legge) la banca non può convertire in oro i titoli monetari, essa è autorizzata ad emettere questa cambiale (che è una falsa cambiale in quanto senza scadenza né responsabilità) con la "garanzia" di non pagarla. La banca realizza così un doppio lucro pari alla differenza tra valore nominale e costo tipografico della moneta - a cui aggiunge poi gli interessi sul "prestato" - e trasforma un proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale mediante un macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza - forse perché troppo evidente - e che le consente di appropriarsi di un valore che non ha nulla a che vedere col credito. Perché il credito si estingue col pagamento e la moneta invece continua a circolare.
Queste sono le vere ragioni che determinano ogni guerra, compresa quella futura all'Iraq [quest'articolo è stato scritto nel mese di marzo], probabilmente per sostituire all'oro che manca, l'oro nero, il petrolio. È tempo, dunque, che l'opinione pubblica si renda conto che chi crea il valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. La mancanza di questa consapevolezza fa sì che ad appropriarsi del valore monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario internazionale, in virtù del monopolio culturale della categoria dei valori convenzionali. Su queste premesse si può comprendere l'esatta portata della lettera spedita da uno dei Rothschild alla Ditta Kleimer, Morton e Vandergould di New York il 26 giugno 1863: "...Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi".
Dai tempi di Copernico la concezione del mondo è mutata solo in senso eliocentrico, non riguardo al sistema monetario ed alle conseguenti imposizioni fiscali, che sono rimaste ancora quelle precedenti al copernicanesimo ed al cristianesimo. Il sistema, in quanto basato sulla violazione dei più elementari diritti umani, sta assistendo al suo inevitabile crollo. D'altra parte va ricordato che la concezione copernicana fu considerata permessa dalla chiesa cattolica romana solo nel 1822 (Santo Uffizio dell'11 settembre 1822)! Forse che per la socializzazione della moneta (reddito di cittadinanza, proprietà del portatore della moneta, fiscalità monetaria, reddito di cittadinanza e triarticolazione dell'organismo sociale) si dovranno attendere tempi altrettanto lunghi, cioè fino a quando tutto ciò non sia riconosciuto non dalla chiesa ma dai partiti, dalla scienza ufficiale e dai massmedia?

L’intervento americano e il boom del papavero
Di Giorgio Pietrostefani – «FuoriLuogo» supplemento del 26 settembre 2003

L’Afghanistan è tornato a essere il primo produttore mondiale di oppio illecito. Nel 2002 le coltivazioni di papavero hanno coperto con 30.750 ettari, contro i 1685 ettari coltivati prima della cacciata dei Talebani da Kabul.

Il presidente Karzai, il 17 gennaio 2002, proibisce la coltivazione, il traffico e l’uso di oppio nel paese. L’iniziativa è presentata dalla Cnn e dai media americani con grande rilievo. In realtà, Hamid Karzai ripropone il bando già lanciato dai Talebani nel 2000. La coltivazione del papavero è, infatti, ripresa nel sud-est e nell’est del paese, subito dopo l’inizio dei bombardamenti americani. Con la scomparsa dei Talebani sono rientrati nelle regioni del papavero i coltivatori emigrati e hanno ripreso la loro attività.

In un articolo pubblicato il 1 aprile 2002, il «New York Times» lancia l’allarme affermando che il raccolto di quell’anno avrebbe inondato il mondo di eroina a basso prezzo. Lo zar della droga di George William Bush, John Walters, dichiara proprio in quei giorni che «non esistono in quel momento importanti centri di produzione nel paese». In realtà gli Stati Uniti non hanno intenzione di fermare il narcotraffico in Afghanistan, poiché ciò danneggia i signori della guerra. Gli americani e i loro alleati non intendono far crescere l’opposizione contro la loro presenza nel paese. I Talebani possono bastare.

La campagna di radicazione delle colture inizia l’8 aprile 2002 nelle province di Helmand and Nagarhar Provinces. Il governo di Kabul offre dollari per impedire la raccolta, troppo pochi perché i coltivatori possano accettare. Già il 7 aprile, alcuni coltivatori aprono il fuoco su una delegazione governativa nella provincia di Nangarhar: alcune persone restano uccise. Il giorno dopo, con l’inizio della distruzione delle piantagioni, gli scontri tra forze dell’ordine e coltivatori provocano la morte di sedici persone.

Col passare delle settimane cominciano a pervenire segnalazioni di raffinerie di oppio in attività. Ce ne sono sulle colline a sud-est di Jalalabad, a ridosso della frontiera pakistana, nel distretto di Acheen e in quello di Adal Khel nella provincia di Nangahar. Producono da 70 a 100 chilogrammi di eroina al giorno. Nel distretto di Ghani Khel, l’eroina e i precursori chimici necessari alla raffinazione sono in vendita liberamente nei mercati locali. I prezzi variano da 500 sterline inglesi per un chilo di eroina brown da fumo, a più di 1500 per eroina altamente raffinata da iniettare, quella stessa acquistabile in Gran Bretagna a non meno di 50.000 sterline. I prezzi, a metà del 2002, si mantengono bassi, per l’esistenza d’importanti scorte di oppio. Gli stock esistenti sarebbero sufficienti a rifornire il mercato per almeno dodici mesi.

In agosto, gli esperti dell’Onu denunciano il fallimento del governo Garzai nei suoi sforzi di distruggere le coltivazioni della produzione. Dopo l’estate comincia una sorta di rincorsa sulle previsioni della produzione. Secondo un rapporto del 26 settembre 2002, elaborato dall’organizzazione britannica Drugstore, la previsione oscilla tra le 1900 e le 2700 tonnellate contro le 185 tonnellate del 2001. Drugstore insiste sulla necessità di ricostruire le infrastrutture del paese e istituire dei dispositivi per spingere i contadini verso altre colture remunerative.

Il 17 ottobre 2002, nel corso di una conferenza a Kabul, il rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan, Lakhdar Brahimi prevede circa 2500 tonnellate e afferma che i 500 dollari per acro offerti dal governo afgano per un programma di sradicazione nazionale, non bilanciano i 6400 dollari per acro di guadagno sul raccolto di papavero: un rendimento dell’investimento 38 volte maggiore di quello del grano.

Il 25 ottobre 2002, a Roma, Antonio Maria Costa, successore di Pino Arlacchi alla direzione dell’Undcp, presentando l’Afghanistan Opium Survey 2002, comunica che le stime della produzione dell’oppio per il 2002 portano a una cifra pari le 3400 tonnellate, appena il «25% inferiore alla produzione record del 1999 (…) concentrata in appena cinque delle 32 province dell’Afghanistan». Costa precisa che «queste cifre non sono la manifestazione di un fallimento delle autorità afgane o degli sforzi del controllo droga internazionale. Possono essere soltanto interpretati nel contesto della realtà del paese nell’ultimo anno: la coltivazione ha avuto luogo durante il collasso totale della legge e dell’ordine nell’autunno 2001, molto prima che il nuovo governo di Hamid Karzai fosse in carica, e prima che lo sforzo coordinato delle Nazioni unite di ricostruire il paese devastato da due decenni di conflitto fosse ancora iniziato»

Tornano alla mente le parole di Tony Blair in uno sei suoi discorsi per preparare l’opinione pubblica inglese alla guerra in Afghanistan: «Le armi che i Talebani stanno comprando oggi sono pagate con le vite dei giovani britannici che comprano le loro droghe nelle strade della Gran Bretagna. Questo è un altro aspetto del loro regime che noi dobbiamo cercare di distruggere»

I Talebani avevano pressoché abolita la produzione dell’oppio. Certi analisti hanno avanzato l’ipotesi che la riduzione delle coltivazioni fosse compensata finanziariamente dalle mafie pakistane e dell’Asia Centrale che, grazie agli stock accumulati nel corso dei raccolti degli anni precedenti, rischiavano un crollo dei prezzi dell’eroina sui mercati internazionali. Un rapporto reso il 25 maggio 2001 da esperti dell’Onu al Consiglio di Sicurezza, accusava i Talebani di avere costituito enormi stock di oppio, ma Kofi Annan dichiarava in seguito di non avere prove concrete su tale affermazione. E’ vero che, dopo il crollo della produzione, il prezzo dell’oppio schizzava da 30 a 350 dollari al chilo.
Resta il fatto che durante la stagione 2001 sono stati coltivati in Afghanistan 7606 ettari di papavero da oppio, contro gli 82172 ettari del 2002. La sostanziale eliminazione della coltivazione del papavero realizzata nel 2001 sai Talebani non è mai stata negata dalle autorità internazionali. Nell’Undcp Annual Opium Poppy Survey for 2001, il rapporto annuale dell’Onu pubblicato nell’ottobre di quell’anno, si legge che la produzione di oppio è crollata di colpo del 94% da 3276 tonnellate a 185. Questa produzione residua proviene dal Badakshan, regione controllata dai mujaheddin dell’Alleanza del Nord, cioè dai nemici dei Talebani più legati agli americani e ai loro alleati.

Nel corso dei trent’anni in cui l’Afghanistan è stato ai vertici dell’esportazione mondiale dell’oppio e dei suoi derivati, non si è mai assistito a un crollo simile della produzione. Ciò è avvenuto nel momento in cui il regime talebano è arrivato, controllando il 90% del territorio afgano, a pacificare sostanzialmente il paese, mezzi utilizzati a parte. L’attacco degli americani e dei loro alleati ha reso impossibile verificare la strategia dei Talebani sulla droga sia stato un ripiegamento tattico momentaneo o una scelta coerente con le loro convinzioni religiose. Un dubbio che non sarà mai chiarito!

La Cia, il Pentagono e la Bush-Production contro l’Asse del Male
lunedì 17 febbraio 2003, di Patrick
Traduzione a cura di Alessandro Lattanzio

Quali rapporti – soprattutto dopo l’11 settembre 2001 - l'immagine ha con la realtà? Quando si tratta di film di fiction, l'immagine è riducibile alla semplice funzione di distrazione? O svela, piuttosto delle realtà nascoste? Non conviene vedere il cinema su ciò che dice e ciò che non dice? Non c’è un documento insostituibile che da uno sguardo sulle società di produzione e quella che l’attua? [1] Una questione che sembra necessario porsi alla vigilia di una guerra contro l'Irak, desiderata dal governo di Bush, poiché:
Il peso della sindrome della guerra in Vietnam pesa ancora pesantemente sulle spalle dello stato maggiore degli USA, persuaso di aver perso il conflitto sul piano mediatico;
La guerra del Golfo (1990-1991) ha versato sul mondo un flusso continuo d'immagini cosiddette di informazione cui siamo investiti;
La produzione hollywoodiana dal 2001 ne diffonde un’altra, di fiction, che merita di finire.
Che ne è oggi della descrizione, provvisoria, della questione?
Quali rapporti tra le autorità USA e Hollywood? [2]
Hollywood intrattiene, in tutto il 20.mo secolo, delle relazioni con le autorità USA.
Dagli anni 1920, i produttori più importanti sono riusciti a imporre le Majors, stabilendo legami con gli eletti della California per pesare e/o evitare una legislazione che potesse essergli ostile. Hanno approfittato per costituire un gruppo di pressione tramite la Motion Pictures Procucers and Distributors of America (MPPDA), una sorta di sindacato patronale del cinema statunitense alla testa della quale vi è sempre un politico.
Durante le due guerre mondiali, Hollywood partecipò volontariamente alla propaganda governativa. Tra il 1917 e il 1918, Charlie Chaplin, Mary Pickford o Douglas Fairbanks attraversarono gli USA per vendere i buoni di guerra. A partire dal 1941, grandi film furono commissionati a Franck Capra e John Huston [3].
Negli anni 1950, nel quadro della Guerra Fredda, la produzione audiovisiva condusse la sua crociata anticomunista, coinvolgendo tutti i tipi di produzione: attualità, documentari, magazine filmati (The March of Time), film pedagogici (The Red Myth, 1960), cartoni animati e la pubblicità. Dal 1947, Eric Johnston [4], appellato "grande dittatore del cinema statunitense" dal giornale L'Humanité del 20-21 luglio, affermava, davanti la HUAC (House's Un-american Activities Commitee - Commission des activités antiaméricaines): "il cinema americano è e deve essere sempre soprattutto una arma di lotta contro il Comunismo [...] I film americani portano prove palpabili della menzogna della propaganda totalitaria.
La vecchia leggenda della decadenza del capitalismo negli USA sparisce se il pubblico può vedere i nostri film e di trarne le conclusioni" [5].
D'altra parte, le autorità USA, sotto forma d'appoggio o d'intervento, prendono il controllo di Hollywood.
Un controllo commerciale. Nel 1947 la sentenza USA verso Paramount Pictures emessa dalla Corte Suprema ingiunge alle Majors di vendere la loro rete di sale affinché vi sia una vera concorrenza. Questa disposizione antitrust introdusse delle restrizioni in parte eliminate da Reagan negli anni 1980.
Un controllo politico. Nel 1947 e poi nel 1951 la norma del prêt-à-penser delle autorità penetra a Hollywood attraverso le due ondate di audizioni della HUAC nel quadro della "caccia alle streghe". La prima, su istigazione di Walt Disney e di John Wayne, inquieti per l'influenza dei sindacati sulla professione. La seconda condotta da Ronald Reagan, allora alla testa di una “Crociata per la Libertà”, in nome degli attori.
Negli anni sessanta, legami esistevano tra politica e Hollywood, ma nello spirito di relazioni personali, in particolare sotto la presidenza di Kennedy.
Dopo due o tre anni, si può veramente parlare di stretta collaborazione tra Casa Bianca/CIA/Pentagono e Hollywood [6]
Da un lato, gli sceneggiatori e produttori hollywoodiani fanno appello al Pentagono e alla CIA. Ciò per dei film di guerra o di azione girati dopo l'11 settembre 2001, la cui produzione é dopata dal successo mondiale del film di Steven Spielberg, “Salvate il soldato Ryan” (1998). È un buon rivelatore dello stato d’animo del pubblico statunitense e dell'opportunismo delle autorità.
Dall'altro, é Washington che, dopo l’11 settembre questa volta, fa appello a Hollywood. È così che sono organizzati dei meeting su iniziativa dell'Institute for Creatives Technologies dell'Università della California del sud, sponsorizzata dal Pentagono. Delle riunioni sono dirette dal Generale Kenneth Bergquist. Vi partecipano sceneggiatori come Steven De Souza (Pieghe di cristallo 1988; 58 minuti per vivere, 1990) o Joseph Zito (Portaerei scomparsa, 1984; Invasion USA, 1986; Delta Force One:
The Lost Patrol, 1999 ) con lo scopo di immaginare degli scenari d'attacco terroristici probabili e di mettere a punto una eventuale risposta!

Hollywood e la propaganda, dopo la seconda guerra mondiale.
Catherine Bertho-Lavenir distingue " due radici differenti della propaganda". Quella nata dallo sforzo militante del mondo operaio che cerca di "farsi sentire in una società del 19.mo secolo poco incline a concedergli il diritto alla parola". L'altra, nata dalla mobilitazione degli animi operata durante la prima guerra mondiale, avvantaggiarono le istanze governative. È questa ultima che sensibilizzò di seguito la opinione pubblica alle manipolazioni insidiose. Ma la propaganda si trasforma rapidamente. Da una tecnica della manipolazione dell'informazione, in particolare in tempi di guerra, si trasforma in altri sistemi d'influenza diffusi (a profitto del governo o degli interessi privati) che s'insinuano nei canali ostensivamente neutri, rendendoli di fatto meno leggibili[7].
Una missione ideologica per Hollywood dalla seconda guerra mondiale, e per la convergenza tra la produzione delle grandi compagnie e la politica estera del governo USA.
Dalla fine degli anni quaranta e durante gli anni cinquanta, vi è un numero elevato di produzioni anticomuniste di cui qualcuna è rimasta celebre come The Red Menace (R.G. Springteen, 1949) o I was a communist for the FBI (Gordon Douglas, 1951). Sugli schermi cinematografici, come su quelli catodici, passano il canovaccio anticomunista in ogni tipo di produzione, in piena psicosi maccarthysta.
Intanto, negli anni ’60, la riappacificazione bipolare si rifletteva sulle produzioni cinematografiche senza tuttavia modificarne lo spirito.
Bisogna spargere la paura, soprattutto nucleare e mantenere i popoli in allarme permanente. La science-fiction s’incarica di mettere in scena questo pericolo possibile. Così viene girato Tarantula (Jack Arnold, 1955), dal nome di questo ragno gigante, ormai simbolo del bestiario dell’era atomica. Film dai titoli assai evocatori continuano a impregnare un sentimento d'insicurezza legato al pericolo ignoto ma mobilizzante: Red Planet Mars (Harry Horner, 1952), Invaders from Mars (William Cameron,1953), It Conquered the World (Roger Corman 1956) , The Day the World ended (Roger Corman 1956)... [8]
Dopo la guerra del Vietnam, bisogna attendere l'era Reagan, il cui film eponimo del periodo potrebbe essere “L'impero colpisce ancora” (Irvin Kerschner, 1980), per indicare il ritorno di una produzione filmica aggressiva, come nella serie di Rambo (Rambo in Vietnam ; Rambo contro i comunisti dell’Afghanistan...) o, come Top Gun (Tony Scott, 1986) realizzato con l’aiuto dell’aviazione degli USA, dove se ne faceva l’apologia.
Negli anni 1990, dopo la scomparsa del nemico di sempre, l'URSS, e l'incerta satanizzazione dei nuovi avversari, la fibra patriottica è intrattenuta da qualche film isolato ma che conosce un chiaro successo:
Independence Day (Roland Emmerich, 1995) e Mars Attacks (Tim Burton, 1996)

La stagione 2000/2001 lascia intravedere una vera collusione, una sinergia tra le autorità di Washington e Hollywood.
Gli effetti dell’11 settembre rilanciano Hollywood nella preparazione della seconda guerra del Golfo.

1991: scoppia la guerra del Golfo. I giornalisti devono ottenere un accredito dello stato maggiore statunitense per rendere conto delle operazioni condotte, un sistema che prevaleva durante la seconda guerra mondiale(...). Il conflitto ha dunque per regista e produttore esclusivo la catena statunitense d'informazioni continue CNN. Di fatto, la rappresentazione che le popolazioni si fanno di tale conflitto dipende dal prisma delle immagini selezionate dalla CNN e censurate dall’esercito.
Parallelamente, in più aspetti tecnologici destinati a mostrare la "guerra propria" condotta dagli occidentali, le autorità USA danno di questo conflitto uno scenario dell'informazione, moltiplicatore (con il loro logo, il loro jingle, la loro colonna sonora, il loro montaggio delle immagini) degli effetti di drammatizzazione propria della fiction [9].

1998. Mentre la tensione s'accentua e l'avvicinarsi di un nuovo conflitto in Irak sembra emergere, la CNN invia otto giornalisti nella capitale irakena, tra cui tre corrispondenti d’eccezione: Christian Amanpour, Peter Arnett e Brent Sadler. Il Presidente della CNN, Easen Jordan, incaricato delle operazioni internazionali, esulta per la probabile -- ma finalmente vana – nuova guerra: "la nostra posizione è migliore di quella del 1991. Noi saremo là dov’è l'informazione, saremo in tutti i siti coinvolti. Se ci sarà un bombardamento su Bagdad, vedrete le immagini in diretta. E avremo altre cose eccezionali. Ma non posso dirlo a causa della concorrenza... " [10]

2001. Precisamente, Al Jazeera, la catena d'informazione del Qatar, si pone in concorrenza della CNN. Solo il cinema é un mezzo esclusivo per controllare, di nuovo, le pulsioni, le immagini come gli statunitensi avevano fatto nel 1991. Sollecitare o utilizzare Hollywood permette di mostrare la guerra come la desiderano le autorità. Permette ancora di controllare il contenuto delle fiction moltiplicando i contatti con il mondo hollywoodiano. La fiction si rivela essere, come ai vecchi tempi, un mezzo eccellente di condizionamento, preparazione psicologica e mentale del pubblico statunitense.

Par quali film gli studi di Hollywood e le autorità USA condizionano l'opinione statunitense sull'"ineluttabile e giusta" imminenza di una guerra in Irak ?
2002: I film statunitensi formano un corpus coerente La maggior parte dei film sono girati prima dell’11 settembre 2001, sull’ondata dell’enorme successo di Spielberg, “Salvate il soldato Ryan”, che rilancia il genere dei film di guerra. Molti di essi sono concepiti in stretta collaborazione con le autorità della Casa Bianca, della CIA e del Pentagono. Ognuno contribuisce alla diffusione di un modo di pensare unico. Tutti preparano l'opinione pubblica ad accettare l'eventualità di una guerra. Tutti spingono il pubblico USA a un atteggiamento di coesione dietro il proprio governo.
Benché precedenti l’11 settembre 2001, questi film subiscono l'impatto dell'attacco terrorista su New York. Infatti, l'evento è troppo forte, troppo mondializzato, troppo mediatizzato per non generare alcun impatto sulle immagini proiettate dopo. L'evento, filmato in diretta, offre uno spettacolo da film d'azione! Di conseguenza, si pongono nuove domande: dov’è la fiction? Dov’é la realtà? Quando si distinguono? E poi, reale/irreale (cosa succede/non è possibile!) introduce un flusso nella capacità di ognuno di correggere le solite distorsioni della realtà indotta delle immagini (è vero? È falso?). O, parallelamente, i media, per descrivere e commentare l'evento, si sono impadroniti del vocabolario cinematografico, moltiplicando le referenze appoggiate a fiction come “La Torre Infernale” (Irwin Allen e John Guillermin, 1974), Independance Day o Mars Attacks! Tutto ciò contribuisce a confondere le piste sulla fiction proiettate inseguito.
I film che seguono all’11 settembre 2001, hanno, per effetto di mobilizzare, di allarmare, far credere e convincere del pericolo reale. Così, l'insieme delle produzioni che legittimano inconsciamente una guerra futura. Tanto più che, in questo confronto tra reale e irreale, le tecniche proprie del cinema degli effetti speciali tendono a amplificare la percezione che si ha della potenza del nemico.
Questi film hanno, per le autorità USA, la doppia virtù di:
- non designare dei nemici chiari, degli amici dei criminali, dei tiranni o piuttosto delle nazioni nemiche.
- dare una "giustificazione etica": davanti al nemico criminalizzato, si conduce una "guerra per salvare delle vittime o evitare delle catastrofi umanitarie". [11]
Così questa produzione cinematografica scatenano una guerra di rappresentazioni che si avvicina alla guerra secondo G.W. Bush contro l’"Asse del male": “esistono degli stati nemici perché pericolosi, e degli stati pericolosi perché nemici" [12].

Delle produzioni che beneficiano dell’avallo, del sostegno, delle autorità militari e politiche degli USA, al più alto grado dello stato.
Molti film attestano questa collusione tra Hollywood e Washington:
- Black Hawk Down, (Ridley Scott) [13]
Il film, girato in Marocco, ricostruisce sotto una visuale positiva la sconfitta statunitense in Somalia, un grande sforzo di materiale militare: una quindicina di elicotteri, decine di blindati ecc. È il primo film per cui dei soldati USA sono inviati in una terre lontana per facilitarne le riprese grazie all'intervento personale di Donald Rumsfeld, segretario di stato alla difesa.
La sera della prima, nel dicembre 2001, a Washington, i produttori beneficiarono della presenza di Dick Cheney in persona, vice-presidente degli Stati Uniti e di Donald Rumsfeld. In seguito, centinaia di cassette video del film furono inviate nelle basi USA situate all'estero.

- La Somma di tutte le paure (The Sum of all Fears, Phil Alden Anderson) [14]
Il film risuscita lo spettro di una guerra nucleare. Dei terroristi neo-nazisti (inizialmente erano previsti, ma annullati – prima dell’11 settembre... -- dei terroristi arabi) che minacciano di fare esplodere una bomba nucleare sul suolo statunitense.
La prima mondiale si svolge a Washington.
Il film gode di un collaborazione senza precedenti - e la produzione l'ha fatto sapere! - della Casa Bianca, di un forte appoggio del Pentagono e della CIA. Nientemeno. Così, una serie d'autorizzazioni eccezionali emanata dal Dipartimento della Difesa e ottenuto il diritto di filmare molti aerei e altri elicotteri dell'esercito. Si autorizza anche la produzione a tracciare e fotografare delle parti della Casa Bianca e del Pentagono alfine di permetterne la ricostruzione identica negli studi hollywoodiani. CIA e Pentagono controllano strettamente il contenuto del film prestando dei sergenti istruttori dell'esercito per dirigere gli attori e utilizzando il film per il loro proprio reclutamento! Charles E. Davis, ufficiale di collegamento del Dipartimento della difesa, può allora felicitarsi di tale associazione: "Abbiamo collaborato strettamente con i responsabili del film per conoscere i loro bisogni e offrigli i loro consigli appropriati".

- Bad Company (Joel Schumacher) [15]
Il film parla di agenti della CIA in lotta con la mafia russa. Là ancora, l'organizzazione autorizza in modo "eccezionale" la produzione, che arriva a visitare gli edifici dei servizi segreti più occulti del mondo! Chase Brandon, agente del bureau delle relazioni pubbliche della CIA spiega qual è il suo ruolo in questo tipo di cooperazione: "Mi occupo di aiutare i realizzatori della televisione, del cinema e dei documentari che vogliono dare una immagine giusta e imparziale della CIA (sic).
Rispondo alle loro domande, gli faccio visitare i nostri uffici, li aiuto e gli porto tutto il sostegno logistico possibile" [16].

- We Were Soldiers (Randall Wallace) [17]
Questo film, che nuovamente sulla guerra del Vietnam, è proiettato privatamente a G.W. Bush, Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice (consigliere del Presidente per la sicurezza) così come a molti quadri del Pentagono.
Una pratica che non può non ricordare le proiezioni private di Villa Torlonia ai tempi dell'Italia mussoliniana [18].
Tutti questi film, girati prima dell’11 settembre 2001, godono ampiamente dell’avallo delle autorità. È vero che tutti vi si ritrovano:
I militari, che se ne servono come mezzo gigante di promozione.
I servizi segreti, che vi vedono l'occasione di rinnovare il loro blasone o di migliorare la loro immagine.
Il governo, che non può che rallegrarsi nel vedere il pubblico statunitense vedere in massa queste produzioni e compiacersi del ritorno del patriottismo.
I produttori di Hollywood, che intascano i benefici sonanti e traboccanti.
E altri che contribuiscono a esacerbare il nazionalismo USA.

In Mission Evasion (Hart's War) realizzato da Gregory Hoblit [19], si ritrova un tema classico: il confronto, in piena seconda guerra mondiale dei soldati USA che combattono le "forze del Male" di allora: i nazisti.

L’ultimo James Bond, Die Another Day (Lee Tamahori) [20] partecipa a tale visione manichea del mondo. Tale co-produzione anglostatunitense prepara gli animi a una eventuale aggressione alla Corea del Nord, il baricentro dell’"Asse del Male" di G. W. Bush. I nord-coreani sono dipinti come psicopatici degenerati, fisicamente e mentalmente.
L'insieme di questi film rinnova il semplicismo e la violenza visiva dei film dell'era reaganiana degli anni 1980. E’ in rottura con film di guerra di grande sensibilità come “La sottile Linea rossa” (Terrence Malick, 1998) in cui la guerra è vista come una catastrofe per i due campi.
Veicola una visione manichea dei rapporti internazionali, ignorando la complessità geopolitica e demonizzando dei personaggi grotteschi e ridicoli e altri terroristi la cui azione si svolge in regioni occupate, afflitte dalla ingiustizia e dall’oppressione.
Tale visione filmica caricaturale del mondo oppone i Buoni e i Perfidi.
Sembra provare che la "crociata del Bene contro il Male", "contro il terrorismo" (G.W. Bush) é largamente trasponibile in fiction. Il giornalista Robert Fisk evoca il cinema hollywoodiano fagocitato dalla "Bush-Productions" [21].
Una stonatura: a Hollywood manifestano anche degli oppositori alla guerra.
Circa 30.000 artisti del cinema, ma anche universitari, intellettuali hanno firmato degli appelli o si sono pronunciati contro un conflitto con Bagdad. Così la petizione "Not in our name", comprende, per esempio, i nomi di Oliver Stone o di Robert Altman. La creazione dell'organizzazione degli Artisti Uniti per Vincere senza Guerre, raggruppa molti attori come Kim Bassinger. Altri sceneggiatori o registi si sono pronunciati a titolo personale come Robert Redford che ha pubblicato una tribuna libera sul Los Angeles Time [22].
La critica non sembra d'altra parte così a suo agio di quanto appaia.
Dustin Hoffmann, invitato a una serata di gala organizzata il 10 febbraio 2003 a Berlino sul tema Cinema per la Pace, dovette giustificarsi e avvertire che lui "non é antiamericano, ma contro le posizioni del governo attuale" prima di pronunciarsi contro la guerra [23].
La critica stessa della propaganda può dare l'impressione che operi contro il proprio paese. E’ ciò che aveva spinto, nel 1942, l'Institute for Propaganda Analysis, fondato qualche anno prima da alcuni universitari di sinistra, ad occuparsene un anno dopo Pearl Harbor. Ugualmente, delle star, per esempio Jane Fonda e le sue prese di posizione durante la guerra del Vietnam, sapevano che il loro impegno politico può danneggiare seriamente il loro capitale di popolarità. Tanto più che il gusto del pubblico USA si dirige verso questa produzione di film di guerra.

Immagine di guerra e gusto del pubblico?
Il cinema é sempre più visto come lo specchio della società, qui quella della società USA davanti al mondo: la riflette, la mette in scena, ne da una rappresentazione. Ma la Settima Arte è anche una spugna:
s'impregna di questa società e ne é finalmente il prodotto delle rappresentazioni sociali statunitensi. Del resto, la produzione hollywoodiana si distingue nettamente dai film d'autore. Obbedisce a un imperativo della redditività: le tecniche di marketing, i sondaggi, gli studi d'impatto sono destinati a rivelare l'attenzione del pubblico e orientarlo agli scenari in corso di realizzazione. È così che, durante i nove mesi che seguono l’11 settembre, un terzo dei film in testa nei box-office USA sono film di guerra. A ottobre 2001, una indagine del Washington Post mostra che i Rambo e “Pieghe di cristallo” sono i titoli più richiesti dai video-clubs.
Non si può dubitare dell'influenza del cinema sull'opinione pubblica.
Ciò che sembra inedito a questa scala e in periodo di pace, è di tracciare la strategia di comunicazione di Washington fino alle sue prese di decisione, che possono essere influenzate dal calendario delle uscite cinematografiche. È ciò che riporta Samuel Blumenfeld, de Le Monde : "Il ministro della giustizia John Ashcroft ha atteso il lunedì seguente il secondo week-end della presenza nei cinema di “La Somma di tutte le paure per annunciare l'arresto del terrorista Abdullah Al-Mujahir, il cui vero nome è José Padilla, legato a Al-Qaida, che fomentava un attentato simile a quello presente nel film di Phil Alden Robinson. Più strano ancora, John Ashcroft si trovava a Mosca al momento di questo annuncio, come per riecheggiare “La Somma di tutte le paure”, dove la cooperazione russo-statunitense salva il mondo dal caos. Bisognerà, ormai, per sapere se gli USA interverranno in Irak, guardare attentamente i calendari dei film?" [24]
L'immagine si rivela qui come un "attore della Storia" (Marc Ferro): si forma la matrice delle rappresentazione mentali costruite completamente. Già, la fase preparatoria della Guerra del Golfo, scatenata il 16 gennaio 1991, ha costruito nei sei mesi che lo precedettero, un vero mito: quello del "quarto esercito del mondo". I reportage diffusi su tutte le catene di informazione del pianeta, mostrando fino alla nausea l'armamento irakeno, avevano rinforzato l'idea che il mondo era di fronte a un nuovo Hitler: Saddam Hussein. Uscite le immagini d'informazioni dal 2001, invece dei film di fiction: così il cinema contribuisce, in qualche modo, all'invenzione di un reale immaginario.


[1] cf Patrick Mougenet, Cinéma et propagande (24 novembre 2002, 38 500 signes
[2] cf Jacques Portes, Histoire et cinéma aux États-Unis, Documentation Photographique n°8028, août 2002 et Anne-Marie Bidaud, Hollywood et le rêve américain, Masson, 1994
[3] La série " Pourquoi nous combattons " démarrée en 1942, est destinée aux combattants US afin de leur expliquer les antécédents du conflit jusqu'à l'entrée en guerre des États-Unis. Par la suite, elle livre, jusqu'à " La Guerre s'avance vers l'Amérique ", en 1944, une vision complète... et étasunienne du conflit. En Angleterre, toute la série fut diffusée sur l'ordre de Churchill. (cf Anthony Rhodes, Histoire mondiale de la propagande de 1933 à 1945, Paris-Bruxelles, Elsevier Séquoia, 1980, 288 p)
[4] Représentant des intérêts du cinéma étasunien dépêché en France lors des négociations entourant les modalités du plan Marshall, en 1947. Éric Johnston, ancien président de la Chambre du Commerce des États-Unis, est à la tête du MPPDA de 1945 à 1965.
[5] Cités dans Patricia Hubert-Lacombe, Le cinéma français dans la guerre froide 1946-1956, L'Harmattan, 1996, p 84 et 108
[6] cf. dossier/enquête " Le Pentagone et la CIA enrôlent Hollywood " réalisé par Samuel Blumenfeld et publié dans Le Monde du 24 juillet 2002, en particulier son article éponyme en ligne sur le site du Centre de recherche sur la mondialisation (CRM).
[7] Catherine Bertho-Lavenir, " Au commencement était la propagande. Le pouvoir des médias. Historique ", publié sur le site www.infocrise.info (16 janvier 2003) et dans Panoramiques n°52, " L'information, c'est la guerre. Des missiles, des émissions, des électrons " sous la direction de François-Bernard Huyghe.
[8] cf Gilles Laprévotte, Michel Luciani et Anne-Marie Mangin, La grande menace : le cinéma américain face au maccarthysme, Trois Cailloux, 1990, 347 p
[9] cf. Marc Ferro, L'information en uniforme. Propagande, désinformation, censure et manipulation, Ramsay, 1991, 121 p
[10] cité dans " CNN s'en va-t-en guerre ", enquête du Monde Radio-Télévision daté du 23-23 février 1998
[11] François-Bernard Huyghe, " Irak : guerre mondiale de l'information. Acte II. Les moyens de la désinformation se mettent en place ", publié sur le site infocrise.info (3 décembre 2002)
[12] ibidem
[13] Sortie aux États-Unis : 18 janvier 2002 ; sortie en France 20 février 2002
[14] Sortie aux États-Unis : 31 mai 2002 ; sortie en France 24 juillet 2002
[15] Sortie aux États-Unis : 7 juin 2002 ; sortie en France 17 juillet 2002
[16] cité dans " On nous montre comme des vilains et non comme des héros. C'est insupportable ", propos recueillis par Samuel Blumenfeld, Le Monde, 24 juillet 2002
[17] Sortie aux États-Unis : 1er mars 2002 ; sortie en France 17 avril 2002
[18] cf Jean A. Gili, L'Italie de Mussolini et son cinéma, Henri Veyrier, 1981 p 80-87 et Patrick Mougenet, Cinéma et propagande. Les régimes totalitaires de l'Entre-Deux-Guerres, cassette vidéo et livret d'accompagnement 32 p, Nathan/ Eduscope, 2000
[19] Sortie aux États-Unis : 15 février 2002 ; sortie en France 29 mai 2002
[20] Sortie aux États-Unis : 22 novembre 2002 ; sortie en France 20 novembre 2002
[21] dans " Tremblez ! La Bush-Productions se prépare à entrer en action ", publié dans The Independent du 17 août 2002, en ligne sur le site www.alarencontre.org
[22] cf. Claudine Mulard, " Les opposants à la guerre plongent Hollywood dans l'embarras " et " Une industrie hantée par le souvenir de la liste noire ", Le Monde , 7 janvier 2003
[23] Dépêche AFP, 13 février 2003
[24] cf dossier/enquête " Le Pentagone et la CIA enrôlent Hollywood " réalisé par Samuel Blumenfeld, op. cit.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

alexlattanzio@yahoo.it http://members.xoom.it/sitoaurora

Come è stato provocato il grande esodo
Tratto da: «Il vero volto dell’immigrazione» di Giuli Valli, editrice Civiltà

Non è certo impresa da poco provocare una migrazione di popoli così imponente come quella cui stiamo assistendo.

La manovra necessaria è stata certamente lunga e complessa e va molto al di là della propaganda svolta da prezzolati o comunque sordidamente interessati arruolatori, come l’uomo mascherato di cui abbiamo parlato al capitolo I di questa seconda parte, e anche delle inutili complicità dei centri di propaganda e dei governi dei paesi di provenienza, che debbono essersi attivamente impegnati a creare tra quelle genti la falsa immagine dell’Eldorado italico.

D’altronde è evidente che esodi di queste proporzioni non possono avvenire senza il consenso dei paesi di origine. Tale consenso, peraltro, è scontato in partenza; è noto invero, o almeno dovrebbe esserlo, quanto penetrante sia l’influenza massonica su tutti i governi del globo, resa visibile dalla stella a cinque punte, simbolo della setta, che compare sulle bandiere o sui sigilli di moltissimi paesi di ogni razza e continente, dalla bandiera degli USA, a quella dell’URSS, a quella cinese, al sigillo di Stato italiano. Infatti, sul già citato articolo dell’Alto Adige del 10 agosto 1989, si legge che l’immigrazione in atto non è spontanea, ma che si tratta «di una cosa accettata dal nostro governo al tavolo delle grandi decisioni internazionali», decisioni cui, evidentemente, hanno partecipato sia i paesi di partenza che quelli di destinazione. L’articolo prosegue dicendo che: «si calcola che, nei prossimi anni, 20-40 milioni di africani verranno in Europa e i Governi centrali, su direttive dell’ONU, hanno affidato a Italia, Spagna e Grecia il peso maggiore». Con tanti saluti all’evento storico spontaneo e ineluttabile che i nostri politici vorrebbero farci credere!
Comunque, tornando al nostro ragionamento, né arruolatori, né moderni mezzi di propaganda, né complicità governative, nei controlli all’espatrio e all’ingresso sarebbero sufficienti a spiegare un fenomeno così imponente. Infatti, individui saldamente e tradizionalmente radicati nei loro gruppi tribali e nei loro clan familiari, legati ai secolari schemi e ritmi di vita dei loro villaggi, sono assolutamente refrattari ai richiami di remote e problematiche fate morgane.

Per mettere in moto una simile fiumana sono, dunque, stati necessari due momenti: il primo, ha comportato la creazione, in patria, di posti di lavoro nell’industria e nella pubblica amministrazione, sorti per iniziativa di stati burocratici e centralizzati di tipo europeo moderno, per l’innanzi del tutto ignoti agli altri popoli della terra, che hanno portato alla nascita di centri urbani, popolati da individui senza più alcuna coesione perché oramai avulsi dal loro contesto tradizionale, a somiglianza del disfatto mondo occidentale dove la Rivoluzione è all’opera orami da secoli.

Dopo di che, si è ricorsi a una stretta creditizia ed economica, che ha scaraventato nella categoria dei disoccupati quel ceto operaio e impiegatizio ormai sradicato e semi-occidentalizzato, nel senso deteriore del termine.

Il principale strumento di questa tanto lungimirante quanto cinica e perversa manovra è un organismo finanziario che opera in intima collaborazione con l’ONU: il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Questo istituto, dopo aver concesso ai paesi del cosiddetto «Terzo Mondo» presi di mira, al fine di incoraggiare l’urbanizzazione e la occidentalizzazione, rilevanti crediti, cui classi politiche afflitte da frenesia modernizzatrice e da megalomania, e inoltre voraci, corrotte e sperperatrici – secondo le migliori tradizioni di quella benemerita categoria – fanno largo e sconsiderato ricorso, indebitando i loro paesi fino al collo, a un certo momento, tira i cordoni della borsa aumentando gli interessi. A questo punto, per far fronte ai propri impegni, il paese debitore è costretto alle più rigide economie che il FMI rigorosamente impone: drastica riduzione delle importazioni per diminuire la spesa, e pareggiare la bilancia dei pagamenti; radicale taglio delle spese e dei programmi di sviluppo pubblici; svalutazione monetaria per esportare a prezzi più bassi possibili battendo la concorrenza. Ne conseguono il crollo dell’occupazione pubblica e privata e la svalutazione delle retribuzioni.

Si tratta, insomma, di un’operazione di strozzinaggio su scala internazionale, perché la svalutazione, riducendo il valore della moneta, produce una parallela moltiplicazione degli interessi, in un circolo vizioso.

Ha così origine, per effetto della disoccupazione, una occulta tratta di sventurati senza arte né parte, schegge vaganti staccate dai tronchi delle strutture sociali tradizionali, sensibili a qualunque suggestione, disponibili per ogni proposta. Abbattuta l’economia, infatti, entrano in scena i reclutatori e l’esodo comincia. E’ una «tratta» manovrata dall’Alta Finanza che si svolge su scala planetaria e stritola individui e popoli con spietata determinazione.

Gli stessi giornali dell’establishment partitocratrico.

Microsoft Palladium: fine della libertà?
Di Paolo Attivissimo, "Apogeo on line":

http://www.apogeonline.com/webzine/2002/07/02/01/200207020102
Visto su: http://www.therigger.net/antipalladium/indice.html

Nei computer del prossimo futuro potrà girare soltanto software autorizzato (indovinate da chi), in modo da offrire finalmente diritti digitali realmente protetti all'industria del software, del cinema e del disco. I primi prototipi sono già in vendita. Effetti collaterali trascurabili: l'eliminazione definitiva di Linux e delle libertà degli utenti.
I piani di Microsoft per il futuro dell'informatica sono stati rivelati in questi giorni con un'anteprima nelle pagine di MSNBC/Newsweek: in un'iniziativa denominata Palladium, Microsoft si è alleata con Compaq, HP, IBM, Intel e AMD per creare una nuova generazione di software da abbinare a processori nei quali saranno integrate direttamente potenti funzioni di sicurezza. Sicurezza realizzata non più soltanto a livello software, come adesso, ma anche a livello hardware, come nei sistemi militari.
L'obiettivo dichiarato è rendere più sicuro l'uso dei computer, che stando alle promesse di Microsoft diventeranno immuni ai virus, elimineranno lo spam, proteggeranno i nostri dati personali e consentiranno finalmente transazioni commerciali on-line sicure e l'avvio di servizi legali di distribuzione di musica e film attraverso Internet.
Una vera rivoluzione, insomma, che dovrebbe arrivare concretamente entro il 2004, quando uscirà la prossima versione di Windows (denominata provvisoriamente Longhorn) e saranno pronti questi nuovi processori, ma che sta già entrando nelle nostre case e nei nostri uffici. Il portatile Thinkpad T-30 di IBM è già acquistabile con un sottosistema di sicurezza conforme allo standard Palladium (noto più tecnicamente come TCPA). La X-Box è in sostanza una versione 1.0 di un PC dotato di Palladium, come ho descritto recentemente. Il sistema di attivazione di Windows XP, che richiede un nuovo codice di sblocco se si cambia significativamente il proprio hardware, è un esempio (solo software) di Palladium.
(…)
Per capire perché in realtà Palladium è la materializzazione dei nostri peggiori incubi ci vuole una parentesi tecnica.
Come funziona Palladium/TCPA
Come descritto da Ross Anderson, dell'Università di Cambridge, in una FAQ ricca di dettagli, Palladium/TCPA si basa sul fatto che l'intera architettura del PC, anziché essere aperta e pubblica, viene blindata: la comunicazione fra i vari componenti (tastiera, dischi, monitor) è cifrata, proprio come fa (parzialmente) l'X-Box, e il PC si avvia partendo da un chip speciale il cui contenuto è cifrato.
Questo chip è un componente di monitoraggio che sorveglia costantemente lo stato del sistema e ne controlla il funzionamento (donde il nome Palladium, che non si riferisce all'elemento chimico ma all'omonima statua della dea Atena che sorgeva a Troia e proteggeva la città).
All'accensione, il chip verifica il contenuto della ROM di boot e, se è quello previsto dai creatori del chip, ne consente l'esecuzione; poi verifica che l'hardware installato sia costituito esclusivamente da componenti autorizzati. Infine il chip verifica la porzione iniziale del sistema operativo e ne consente il caricamento soltanto se è conforme a quanto previsto. A questo punto la palla passa al sistema operativo, che carica le proprie parti rimanenti e si incarica di verificare continuamente che le applicazioni eseguite siano a loro volta certificate come sicure.

Tutte queste verifiche e certificazioni consentono di avere un computer il cui stato è sicuramente conforme alle specifiche del produttore dell'hardware e del software. In altre parole, non può contenere modchip (i circuiti che si aggiungono adesso alle console per ampliarne le potenzialità) o programmi non autorizzati, che possano ad esempio intercettare un flusso di dati (un film o una canzone) per farne copie abusive. E' una scatola chiusa nella quale non può entrare nessuno, neppure l'utente.
I sistemi anticopia introdotti finora sono sempre stati fallimentari perché basati esclusivamente sul software, che per natura è facilmente modificabile. Palladium, invece, usa anche hardware dedicato. Rispetto al software, decifrare e modificare l'hardware è enormemente più impegnativo, per cui questo sistema ha ottime possibilità di essere inviolabile non solo per l'utente comune ma anche per l'hacker più attrezzato.
L'utente come nemico
Questo modo di progettare computer ha delle conseguenze molto interessanti. Quella più ovvia è la fine della pirateria software, musicale e cinematografica domestica: se il flusso audio/video è cifrato lungo tutto il percorso all'interno del PC e oltretutto non è possibile installare programmi non autorizzati che lo registrino, come si fa a crearne copie abusive? Forti di questa garanzia, finalmente discografici e magnati di Hollywood potranno offrirci i loro prodotti via Internet, legalmente e (va da sé) a pagamento. Analogamente, i programmi saranno forse copiabili (per motivi di backup), ma non potranno essere eseguiti senza la relativa autorizzazione individuale.

La conseguenza meno ovvia è che lo stesso sistema consente ai suddetti discografici e magnati di decidere che cosa possiamo vedere e ascoltare, nonché quando e quante volte possiamo farlo. I programmi di lettura (il Windows Media Player, per intenderci) saranno scritti in modo da suonare soltanto musica autorizzata. Dite addio alla vostra collezione di MP3, anche se sono legittimamente tratti dai CD che possedete e avete pagato. E non pensate nemmeno di installare un altro programma meno schizzinoso (come WinAmp): non funzionerà, perché non è software autorizzato.
Applicando questa tecnologia al software, le conseguenze si fanno ancora più interessanti. Supponiamo che siate affezionati alla vostra copia di Office, che ha sempre funzionato ragionevolmente bene e conoscete a menadito, per cui non sentite il bisogno di spendere denaro per la nuova versione. Attualmente potete tenere Office sul vostro PC a tempo indeterminato. Ma con Palladium, all'uscita di Office 2004 Microsoft potrebbe bloccare l'esecuzione del vecchio Office sul vostro PC, obbligandovi ad acquistare la nuova versione. Benvenuti nell'era del software a tempo. Si prega di infilare un'altra monetina nella fessura, grazie.
In altre parole, tutto ciò che passa per il nostro computer sarà controllato da un sistema di autorizzazioni gestito dai produttori di musica, film, hardware e software. L'utente non avrà modo di autorizzare nulla. Potrà soltanto aprire il borsellino ogni volta che qualche pezzo grosso di Hollywood decide di rifarsi la Jacuzzi. L'utente è cortesemente pregato di pagare e tacere: anzi, per dirla con Ross Anderson, per imporre i diritti digitali su un PC è indispensabile trattare l'utente come un nemico.

La morte di Linux e Apache
Un'altra conseguenza di Palladium/TCPA: se sui futuri PC potranno girare soltanto programmi autorizzati, il software libero e quello gratuito sono spacciati. I codici di autorizzazione non saranno certamente gratuiti: c'è un'infrastruttura di certificazione da mantenere e qualcuno la dovrà pagare. Di conseguenza, nessuno potrà più offrire freeware, ad eccezione dei grandi gruppi commerciali che possono permettersi di lavorare in perdita pur di togliere l'ossigeno alla concorrenza. Il vivace sottobosco dei piccoli programmatori indipendenti, che ci hanno regalato programmi storici come il già citato WinAmp, il mitico PKZip, Napster, WinMX e infinite altre chicche, sparirà.
(…)
E che dire di Linux? In teoria è possibile realizzare una versione di Linux compatibile con i computer blindati dall'architettura TCPA, ma in pratica quel che ne viene fuori è l'ombra del Linux che conosciamo adesso. Innanzi tutto ci vuole un filantropo che paghi la procedura di certificazione (ogni software autorizzato deve essere esaminato per garantirne la sicurezza) per ogni singola versione del kernel e per ogni componente aggiuntivo del sistema operativo. Addio, quindi, alle distribuzioni Linux stracolme di software gratuito. Addio, naturalmente, anche ad Apache, il server Web più diffuso del pianeta. Il movimento open source è completamente spiazzato.
(…)
E in più, tanto per gradire, hanno debellato ogni altra possibile concorrenza presente e futura. Molto, molto astuto.
Compromessi ingannevoli
Chi se ne frega, potrebbero dire in molti. Se quattro sfigati devono rinunciare a Linux in cambio della sicurezza planetaria, pazienza, ne vale la pena.
(…)
Il problema è che Palladium/TCPA non è concepito per proteggere noi utenti come ci vogliono far credere: è concepito per tutelare gli interessi dei produttori di hardware, software e media. Per esempio, è vero che un computer TCPA non eseguirà un virus (sarebbe software non certificato), ma non farà nulla contro un worm o una semplice pagina Web che contenga script che sfruttano una falla del sistema operativo. Non ci proteggerà dai furti dei codici delle carte di credito, che usano meccanismi su cui il TCPA non ha alcun effetto. Non ci proteggerà contro i crash delle applicazioni che ci fanno perdere ore di lavoro: il fatto che un programma sia certificato non ne garantisce affatto la robustezza. Per contro, consentirà alle industrie del software, del disco e del cinema di mungerci a loro totale piacimento. Proteggerà loro contro ogni tentativo di difendere i nostri diritti.
Diritti fondamentali
(…)
Nell'intervista a MSN/Newsweek, Bill Gates pronuncia questa frase: “Ci siamo avvicinati al problema pensando alla musica, ma poi ci siamo accorti che l'e-mail e i documenti sono ambiti molto più interessanti”. L'idea, insomma, è di applicare le protezioni di Palladium non solo a musica, video e software, ma anche ai documenti.
Gli esempi proposti nell'articolo sono rassicuranti: l'utente potrà scrivere e-mail che soltanto le persone autorizzate potranno copiare o inoltrare ad altri, e potrà creare documenti Word che saranno leggibili solo per una settimana. Tranquilli, ci viene detto, l'utente è sovrano.
Ma il meccanismo di Palladium funziona anche nell'altro senso. Una macchina Palladium può essere impostata in modo da bloccare l'accesso a pagine Web ritenute pericolose. Ad esempio, un pirata decide di mettere online una copia di un film, o un pedofilo pubblica la propria collezione fotografica di brutalità. Invece di perdere tempo con costose cause e indagini internazionali, è possibile riprogrammare da remoto tutti i computer Palladium in modo che non possano accedere a questi siti. Per restare al passo con i pirati, infatti, le autorizzazioni di Palladium sono gestite tramite server centrali e sono revocabili e aggiornabili in qualsiasi momento.
E' un sistema molto efficiente, ma chi lo controlla? Usare Palladium significa togliere l'amministrazione della giustizia ai tribunali e metterla nelle mani delle aziende. Supponiamo che io scriva sul Web qualcosa di sgradito a Microsoft: chi mi dice che l'azienda di Redmond non userà Palladium per oscurarmi? Se qualcuno pubblica una brutta recensione dell'ultimo disco di Celine Dion, la Sony otterrà un'ingiunzione per usare Palladium per bloccarla? Se qualcuno rivela che il prossimo film di Star Trek è una boiata colossale, la Paramount lo zittirà? Se le mie idee politiche o religiose sono sgradite nel mio paese, il governo ordinerà ai server di Palladium di farle sparire dal Web?

La tentazione è forte, anche perché il sistema è rapido e indolore. Niente tribunali, niente cause, niente avvocati: due comandi su un terminale, e il gioco è fatto. Gli utenti Palladium non si accorgeranno neppure della censura. Non sapranno mai che è avvenuta.
Il finto pulsante di spegnimento
Va detto che secondo le specifiche del TCPA tutte le sue funzioni sono disattivabili dall'utente, che è libero di avviare il proprio PC nella maniera tradizionale. Questa facoltà è sicuramente stata introdotta per tranquillizzare gli utenti preoccupati delle proprie libertà, ma in realtà è un'operazione di facciata.
Avviando il PC senza TCPA, non potrete usare nessuno dei suoi programmi certificati. Potrete forse far girare programmi non certificati (quelli attuali, per esempio), che però non riusciranno a comunicare con le periferiche, che per motivi di protezione del copyright si aspetteranno soltanto dati certificati. Se così non fosse, potreste stamparvi un libro scaricato da Internet oppure masterizzarvi un CD.
Le cose peggiorano ulteriormente quando cercherete di andare sul Web. Se il sistema prende piede, in nome della sicurezza i siti Web commerciali rifiuteranno le connessioni dagli utenti che non usano macchine protette da Palladium. Questo costituirà un grande incentivo ad acquistare queste nuove macchine, il cui numero crescente spingerà sempre più siti ad abbracciare Palladium, creando un effetto valanga identico a quello ottenuto nei browser da Internet Explorer: già ora molti siti non sono visitabili con browser diversi da quello Microsoft.

Occasione da non perdere
Per le grandi aziende, Palladium è davvero la Soluzione Finale: Linux e Apache eliminati, pirati dei media debellati, i programmatori indipendenti sul lastrico. Chi controlla Palladium controlla tutti i computer e, dietro gentile richiesta, controlla anche la libertà di lettura. Un quadretto desolante.
Considerati i nomi e i capitali che appoggiano l'iniziativa Palladium/TCPA, sembra che ci si debba arrendere all'inevitabile. Soprattutto dopo gli eventi dell'11 settembre, c'è un'insensata corsa mondiale ad abbracciare incondizionatamente qualsiasi tecnologia che prometta anche vagamente di darci maggiore sicurezza. E' fondamentale, invece, distinguere fra sicurezza reale e paccottiglia commerciale.
Lottare contro questo abominio si può: lo abbiamo già fatto con successo in passato con il famoso numero di serie unico annidato nei Pentium III e poi rimosso a furor di popolo dalle generazioni successive. Il primo passo di questa lotta è diffondere la consapevolezza del problema. Questo è il mio piccolo contributo in proposito.

Hollywood: macchina di propaganda
di Russ Kick da "Tutto quello che sai è falso"


Se credete che i tempi in cui Hollywood agiva direttamente come una macchina di propaganda del governo siano finiti con i fumetti anti-giapponesi della Warner Bros (durante la seconda guerra mondiale), non avete fatto caso ai personaggi che si celano ora dietro lo schermo argentato: paladini della droga, pezzi grossi del Pentagono e agenti dei servizi segreti. Non sto parlando di patriottismo incallito che spinge le persone a raffigurare meglio il proprio paese e le proprie istituzioni. Intendo dire che lo Stato utilizza il qui pro quo per influenzare direttamente le opere cinematografiche e televisive fino a imporre modifiche alle sceneggiature. Vediamo alcuni degli ignoti potenti attori di Hollywood:

- L'esercito
Le forze armate forniscono ai cineasti veicoli militari, armamenti e territori, consentendo ai produttori di risparmiare migliaia di dollari. In cambio di questo servizio però l'esercito chiede spesso delle modifiche ai film, in modo che le forze armate facciano sempre bella figura. I produttori, anche i più grossi, cedono spesso alle ordinarie intrusioni. Ridley Scott ha eliminato una scena dal film Soldato Jane perché un comandante della Marina riteneva che "non era di alcuna utilità per la Marina USA". I produttori di Top Gun hanno ottenuto la collaborazione della Marina solo dopo aver cambiato il personaggio di Kelly McGillis da soldato a civile (la confidenza tra ufficiali e soldati è proibita). Un Maggiore della Marina si è lamentato del film The Jackal perché i piloti di elicottero non avevano una "parte rilevante nell'azione, ridotti alla stregua dei tassisti", quindi il regista Michael Caton-Jones rispose: "sono certo che possiamo trovare una soluzione al problema da Lei sollevato...apportando le modifiche necessarie alla sceneggiatura come da Lei richiesto". Una volta ottenuto un ruolo migliore per i piloti, la Marina si è messa a disposizione.

Alcuni cineasti fanno di tutto per accontentare l'esercito. Dean Devlin, sceneggiatore e produttore di Indipendence Day, disse al Pentagono: "se il film non farà venire voglia a tutti i ragazzini del paese di pilotare un jet da combattimento, ingoierò questa sceneggiatura". Un produttore della Disney ha rassicurato i veterani affermando: "crediamo fermamente che con il sostegno delle forze armate USA, Armageddon diverrà il più grande film del 1998, mostrando l'esperienza, la capacità organizzativa e l'eroismo dell'esercito."

Tra i film che hanno ricevuto la collaborazione dell'esercito dopo aver passato il test di ammissibilità abbiamo: Air Force One, Codice d'onore, Da qui all'eternità, Caccia a ottobre rosso, Pearl Harbor, Apolo 13 e Tora! Tora! Tora!. Quelli che non hanno ricevuto sostegno militare ufficiale e nessuna assistenza militare: Apocalypse Now, Comma 22, Dott. Stranamore, Forrest Gump, Ufficiale e gentiluomo, Platoon e il Sergente Bilko. Come riporta un promemoria del governo: "la rappresentazione dell'esercito è più di uno spot pubblicitario".

- La CIA
Nell'intento di apparire più disponibile, nella metà degli anni '80 la CIA ha iniziato a offrire, ai produttori, "consulenze e assistenza nella ricerca", come la definisce il New York Times. I servizi segreti hanno persino creato una qualifica a tempo pieno: relazioni pubbliche con Hollywood. "I produttori affermano che la CIA fornirà una consulenza per le sceneggiature, ma non influiranno sulla loro approvazione osserva il difensore dei media Jeff Cohen. All'inizio della stagione televisiva del 2001, il primo ufficiale delle relazioni pubbliche della CIA, Chase Brandon, ha offerto consulenza ai produttori di The Agency e Felicity. Dopo aver visionato i copioni del programma dell'anno precedente, era così divertito che consentì la realizzazione del primo episodio nel quartier generale della CIA a Langlay, con l'utilizzo delle proprietà della CIA come materiale scenografico e degli impiegati della CIA come comparse. (Si è rifiutato di collaborare a due film recenti che secondo lui "diffamerebbero" la CIA: Spy Game, con Robert Redford e Brad Pitt e The Bourne Identify, con Matt Damon).

Brandon lamenta che "anno dopo anno, come spettatori di film e pubblico televisivo, abbiamo visto la nostra immagine e la nostra reputazione costantemente macchiata da orribili e madornali storpiature su chi siamo e da che parte stiamo. Siamo stati permeati da queste straordinarie abilità di cospirazione machiavellica". Fortunatamente per Brandon, alcuni produttori sono attualmente disposti a tralasciare le imprudenze della CIA. "Constatare che la nostra immagine è cambiata all'esterno, ci fa sentire meglio internamente" ha riferito al Times. "Questo ci tira su il morale".

- Lo zar della droga
All'inizio del 2000, Salon ha alzato un polverone nel rilevare lo scandalo per cui l'Office of National Drug Control Policy (ONDCP) della Casa Bianca influenzava direttamente - dando anche l'ok - le sceneggiature dei programmi televisivi, compresi ER, Beverly Hills 90210, Home Improvement e General Hospital. Ecco cosa accadde: il Congresso aveva approvato un piano da 1 miliardo di dollari per acquistare spazi pubblicitari dedicati alla campagna anti-droga per i cinque anni successivi. Il trucco consisteva nell'imporre ai network la vendita degli spazi a metà prezzo, con un guadagno di 500.000 dollari per uno spot che sarebbe costato un milione di dollari a qualunque altro acquirente. I produttori televisivi non erano disposti ad abbassare le tariffe, quindi lo Zar della Droga Barry McCafffrey fece loro una proposta che non potevano rifiutare: il governo avrebbe rinunciato ad alcuni spazi pubblicitari se le produzioni avessero inserito la propaganda anti-droga durante i programmi.

La maggior parte dei network inviarono in anticipo la sceneggiatura all'ONDCP, il quale le avrebbe approvate o ne avrebbe richiesto le modifiche, che venivano prontamente apportate. A esempio, l'ONDCP spinse la WB Network a modificare un episodio della serie Smart Guy. Due ragazzini che facevano uso di droghe durante una festa vennero trasformati in perdenti. Salon rivela: "altri programmi approvati dall'ufficio anti-droga raccontavano le seguenti situazioni: la carriera devastata di un tossicodipendente; test anti-droga a tappeto sul posto di lavoro (The Drew Carey Show) e sulla squadra di basketball di una scuola (Hang Time, il programma del sabato mattina di NBC); incidente automobilistico mortale causato da una mistura di alcool e marijuana (Sport Night); ragazzini arrestati in possesso di marijuana o alcool obbligati a rivelare i nomi dei loro fornitori (Cosby and Smart Guy); un ragazzino che vuole diventare un informatore della polizia anti-droga, chiede consiglio ai genitori rivelando le sue intenzioni (7th Heaven)

Tutto questo accadeva prima che la Casa Bianca incontrasse i personaggi di Hollywood nel novembre 2001, imponendo loro una disciplina post-11 settembre. Secondo E! Online: "All'incontro hanno partecipato il presidente della Viacom Summer Redstore, il neo presidente della Screen Actors Guild Melissa Gilbert, il presidente del gruppo entertainment di Viacom Jonathan Dolgen, il presidente della Television Academy Bryce Zabel e i rappresentanti di Writers Guild e Directors Guild. I dirigenti della Paramound Pictures, della Walt Disney Company e della Motion Picture Association of America erano anch'essi presenti. E' stato fatto tutto il possibile per trasformare Hollywood in una macchina di propaganda, ma come abbiamo visto non è una novità.

Il Pentagono offre “kit per terrorismo biologico” on-line
Julian Borger - The Guardian - 8 Ottobre, 2003
Traduzione per www.disinformazione.it a cura di Bruno Stella

Il pentagono vende materiale da laboratorio in avanzo che potrebbe essere usato per fabbricare armi biologiche o chimiche, secondo il risultato di un’investigazione congressuale effettuata ieri.
Gli ufficiali alla difesa sono stati chiamati a rispondere ad alcune domande prima di un’indagine riguardante la vendita di merce per armamenti includenti centrifughe, evaporatori, incubatori batteriologici e indumenti protettivi a clienti sconosciuti in altri paesi, compreso Egitto e Filippine, dove si sa operino gruppi terroristici.
La notizia è particolarmente imbarazzante e arriva solo alcuni giorni dopo che il Gruppo di Inchiesta sull’Iraq, guidato dalla CIA, ha dichiarato che la scoperta di attrezzature simili in Iraq era la prova che il regime di Saddam Hussein aveva programmi segreti per la produzione di armi.
“La disponibilità, economica e virtualmente sregolata di attrezzatura biologica da laboratorio a basso costo è un rischio per la sicurezza nazionale,” ha detto Christopher Shays, il repubblicano che presiedeva l’inchiesta. “Il dipartimento della difesa non dovrebbe essere un punto di vendita con sconti per aspiranti bio-terroristi.”
La vendita del Pentagono del materiale è stata scoperta dagli uffici del GAO, che ha condotto un’operazione pungente, creando una compagnia fittizia che comprasse il materiale da laboratorio on-line su un sito del Pentagono.
Il GAO ha scoperto che il dipartimento della difesa non ha controllato il Background dei propri clienti. La maggior parte dell’attrezzatura che era in vendita era commercialmente disponibile ma il Pentagono la vendeva a prezzo d’affare. Il GAO ha comprato valori di merce da 46.000 dollari per poco più di 4.000.
Un portavoce del pentagono dice ha riferito che la vendita è stata terminata all’inizio dell’inchiesta.

Tratto dal sito www.guardian.co.uk

Riprendendo in mano un memorandum del 1996 redatto da alcuni membri dell'attuale amministrazione USA per il premier israeliano (di allora) Netanyahu, si può leggere un vero e proprio programma politico che prevedeva la distruzione dell'autorità nazionale palestinese, il rovesciamento di Saddam Hussein, la guerra alla Siria, e la democratizzare il mondo arabo!!!
I primi due passaggi sono stati compiuti...



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- Dopo l'11 settembre

Il Congresso approva: sanzioni alla Siria
Di Stefano Liberti – Il Manifesto 17 ottobre 2003


La Camera dei rappresentanti Usa vota a schiacciante maggioranza il Syria Accountability Act, che prevede diverse misure di rappresaglia contro Damasco per il suo «appoggio al terrorismo». Dura reazione del presidente Bashar: «Gli Stati uniti sono governati da un gruppo di fanatici guerrafondai»

Con un voto quasi unanime (398 sì contro 4 no), la Camera dei rappresentanti degli Stati uniti ha dato ieri il via libera al Syria Accountability Act, un progetto di legge che prevede diversi livelli di sanzioni economiche contro Damasco, «se continua ad appoggiare gruppi terroristici, non ritira le proprie truppe dal Libano e non dimostra la sua estraneità ai programmi di sviluppo di armi chimiche e batteriologiche». Approvato la settimana scorsa dalla Commissione esteri, il provvedimento passerà nelle prossime settimane al Senato, dove gode di un forte sostegno bipartisan, e verrà infine portato al presidente Bush, che ha già fatto intendere che apporrà la sua firma. La Siria ha reagito con durezza all'iniziativa statunitense: il presidente Bashar el-Assad, dal vertice dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci) in Malaysia, ha accusato Washington di avere «fanatici guerrafondai al governo». Secondo Bashar, gli attentati dell'11 settembre 2001 «hanno dato l'occasione e il pretesto a un gruppo di malintenzionati per attaccare i valori umani e creare un nemico orribile quanto illusorio, che chiamano islam».
Riferendosi in modo più diretto al provvedimento approvato dalla Camera, il giovane Assad ha detto che «le sanzioni di Washington e l'invasione culturale Usa violano la sovranità di altri paesi». Il suo capo di stato maggiore, generale Hasan Turkmani, ha messo poi in stato di massima allerta le truppe «per respingere ogni aggressione del governo Sharon».

L'offensiva diplomatica contro Damasco sembra in effetti un'azione decisa in modo congiunto a Washington e Tel Aviv: la proposta di legge languiva indiscussa al Congresso dall'aprile 2002, a causa dell'opposizione della Casa bianca a intraprendere qualsiasi forma di pressione contro la Siria. Improvvisamente, il 7 ottobre scorso, l'iter parlamentare si è sbloccato e ha imboccato un binario rapido. La data è sintomatica, dal momento che ha seguito di appena due giorni quello che era stato percepito inizialmente come un gesto inconsulto di Sharon: il bombardamento di un campo profughi in territorio siriano (dove l'aviazione di Tel Aviv non colpiva dal 1973).
Il raid israeliano e l'approvazione del Syria Act appaiono invece strettamente correlati tra loro e sembrano far parte di una strategia concertata tra i settori più bellicosi del Likud, oggi al potere in Israele, e parte dell'establishment americano, che da tempo fa pressioni sulla Siria.

In particolare negli Stati uniti sembra cementarsi l'alleanza tra, da una parte, le lobby filo-israeliane legate Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e all'American Enterprise Institute (AEI), e dall'altra i sionisti cristiani, fra cui spicca il leader della maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti Tom Delay. Quest'ultimo, che a più riprese ha espresso il suo appoggio incondizionato non solo alle politiche dello stato ebraico ma anche al presunto diritto teologico di Israele di occupare la totalità della Palestina, ha definito la votazione di ieri «cruciale per il prosieguo della guerra al terrorismo».
Le pressioni sulla Siria e il suo accerchiamento militare sembrano quindi far parte di una strategia ben precisa. A tale proposito, appare istruttivo rileggere un memorandum di azione redatto nel 1996 da alcuni membri influenti dell'attuale Amministrazione Usa per il premier israeliano Benyamin Netanyahu. L'obiettivo espresso a chiare lettere dal documento era la cancellazione del concetto di «pace in cambio di terra» emerso dagli accordi di Oslo e la conseguente affermazione della Grande Israele. Il percorso per arrivare a tale risultato doveva essere strutturato in quattro fasi: distruggere l'Autorità nazionale palestinese; convincere gli Stati uniti a rovesciare Saddam Hussein; fare guerra alla Siria; e «democratizzare» il mondo arabo attraverso una combinazione di intimidazioni e azioni militari dirette. I primi due steps sono stati portati a compimento. Ora sembra scattata la fase tre.

Lo spettro del fascismo dietro Schwarzenegger
Tratto da sito www.informationguerrilla.org



"Ammiro Hitler ... perché di estrazione modesta, senza un'istruzione formale, è arrivato al potere. Lo ammiro per essere un grande oratore, per il modo di rivolgersi alla gente, ecc... "Non si può vivere senza autorità. Perché credo che ci sono di quelli nati per averla, per avere il controllo su gli altri, il 95% della gente, a cui dire che fare e come mantenere l'ordine. Ne sono completamente convinto ... Ritengo che se si vuole creare una nazione forte non si può consentire che tutti siano degli individui, perché tutti hanno la propria opinione e non si può mettere tutti insieme per essere una nazione forte. Allora bisogna dire alla gente che cosa deve fare, e non si può lasciare che faccia ciò che gli pare. In Germania c'era molta coesione. I soldati tedeschi erano i migliori, e con le forze di polizia e tutto il resto ... In America ... c'è una cosa che non mi piace, è che la gente fa sempre un po' troppo quello che gli pare. Non c'è più coesione. E non credo che sia tutta colpa della gente. Ritengo che qui non ci sia un leader abbastanza forte ... Parlare a 50 mila persone alla volta e farle urlare, o come Hitler nello stadio di Norimberga, con tutta quella gente che ti grida il suo completo accordo con tutto quello che dici" -- Arnold Schwarzenegger --
Dalla trascrizione di un'intervista a George Butler del 1977

"Schwarzenegger non teneva nascoste le sue opinioni controverse. Spesso ingaggiava discussioni accese con Rick Wayne -- un bodybuilder nero dell'isola caraibica di St. Lucia -- su una delle questioni più toccanti degli anni Settanta: la segregazione razziale in Sud Africa. Schwarzenegger, dice Wayne, difendeva l'apartheid e sosteneva che i sudafricani non potevano lasciare il potere ai neri sudafricani. «Allora ero convinto che fosse un razzista da cima a fondo», ha detto Wayne in una recente intervista." -- San Jose Mercury News, 24 agosto 2003

"Arnold è la vera definizione della "volontà di potenza" di Nietzsche, lui si vede come il superuomo, superiore agli altri esseri." -- David Wyles (direttore di produzione di «Pumping Iron»), intervista al New York Times, Oct. 4, 2003.

Queste citazioni sono riportate in apertura del volantino intitolato "Il ritorno della bestia" diffuso prima del voto in California dalla campagna elettorale di Lyndon LaRouche. Il candidato alla presidenza USA spiega tra l'altro: "Schwarzenegger, come Hitler prima di lui, è quel tipo di 'uomo-bestia' a cui fanno ricorso, in un'epoca di grande crisi, per intimidire una popolazione affinché si sottometta, per puro terrore, alle decisioni politiche più efferate". Si legge ancora nel volantino: "I movimenti fascisti non sono creati da quelli come Hitler, ma da potenti interessi finanziari che creano un movimento degli scontenti e dei disperati, e cercano uno con la personalità da "uomo-bestia" da mettere alla loro testa. Schwarzenegger, come Hitler prima di lui, era un meno di niente, una comparsa da opera wagneriana -- Il terminator. Le citazioni sopra riportate fanno capire che una volta in scena, Arnie reciterà la sua parte istintivamente. Come il ministro delle finanze nazista Hjalmar Schacht e il capo della Banca d'Inghilterra Montagu Norman scelsero e finanziarono Hitler, oggi Schwarzenegger conta sugli ambienti bancari rappresentati da Warren Buffett." Una pronta conferma dei moniti di LaRouche è arrivata il 7 ottobre, da alcuni mezzi d'informazione europei che hanno espresso serie preoccupazioni, censurate in America, secondo cui il neo-eletto governatore della California Arnold Schwarzenegger, rappresenta lo spettro del fascismo negli USA. Il Times di Londra del 7 ottobre ha dedicato il commento principale allo "spettro del fascismo che si staglia dietro Arnie". Lord Rees-Mogg, una firma dei piani alti dell'establishment britannico, scrive di non essere tanto preoccupato del fatto che Schwarzenegger abbia elogiato Hitler, quanto piuttosto per il fatto che "Arnold Schwarzenegger fa leva sulla seduzione esercitata dal fascismo, prescindendo dal fatto che lui personalmente sia o non sia fascista". "La politica delle emozioni di massa è la politica del fascismo", spiega Rees-Mogg. L'aristocratico britannico sa bene di che cosa stia parlando, e quando passa a spiegare il ruolo dell'"uomo bestia", che viene spacciato per "leadership", impersonato da Schwarzenegger, è complementare a ciò che solo LaRouche ha osato dire pubblicamente negli Stati Uniti. "L'essenza di tutti i movimenti fascisti consiste in un rapporto tra il leader e le masse che non è mediato attraverso le istituzioni della democrazia. Che cosa fa il leader? Dà la leadership. Che cosa glielo consente? La forza della sua volontà. In che cosa si vede la volontà del leader? Nella frenesia per la crudeltà estrema che sa eccitare. In che modo Schwarzenegger dimostra questa crudeltà estrema? Impersonando il ruolo della macchina -- neanche un uomo -- che ammazza centinaia di persone". La campagna per il "recall" in California, ha scritto Rees-Mogg, suscita "conflitti diretti tra il principio della democrazia e quello del Führer, gli stessi del 1933".

I finanziamenti dell'operazione hitleriana
Dietro Schwarzenegger ci sono Warren Buffet, il secondo uomo più ricco d'America, e lord Jacob Rothschild, il capo della omonima famiglia bancaria. La fotografia del trio Schwarzenegger, Rothschild e Buffett è apparsa nel dossier "Who Robbed California" del movimento di LaRouche, sulla speculazione che ha devastato il settore elettrico della California. La foto è stata scattata alla conferenza "mini Davos" che Rothschild ha ospitato a Waddesdon Manor, con l'aiuto di Warren Buffett, alla fine di settembre. A metà agosto Buffett ha raccolto la piena approvazione di Felix Rohatyn, banchiere della Lazard Freres, per il sostegno che stava dando ad Arnie. Dietro a Schwarzenegger ci sono gli interessi della deregulation selvaggia -- quelli rappresentati dal vice presidente Cheney e dalla Enron -- che prima hanno portato alla distruzione delle capacità produttiva e del sistema elettrico della California, ed ora prospettano la loro "soluzione" fascista: il Terminator. A dare manforte a Schwarzenegger c'è anche il crimine organizzato che ha sostenuto la sua campagna, passata sia attraverso il partito repubblicano sia attraverso il partito democratico. Un'occhiata ai finanziamenti elettorali di Schwarzenegger, e del suo "gemello" in campo democratico, Cruz Bustamante, fa subito capire come ambedue siano stati pesantemente foraggiati dai grandi proprietari dei casinò, quelli di Las Vegas e quelli delle riserve dei pellerossa. E' dai primi anni Ottanta che Schwarzenegger è in ottimi rapporti con gli interessi dei casinò legati al crimine organizzato, grazie a Paul D. Wachter, amministratore del suo patrimonio e un big del racket dell'azzardo. Un altro sostenitore di Arnold è Russell Goldsmith, banchiere molto legato a Steve Wynn, un altro pezzo da novanta di Las Vegas. Dal canto suo Bustamante si appoggia sugli interessi del gioco d'azzardo gestito nelle riserve dei pellerossa, sostanzialmente in mano agli stessi magnati finanziari dei casinò. Scendendo in campo "a favore" del recall, in pratica Bustamente ha garantito l'elezione di Schwarzenegger. Se, infatti, il fronte del "no" al recall avesse tenuto, Arnold non avrebbe potuto sfondare. Si è trattata di una riedizione della collaudata strategia "Bull Moose", denunciata da Lyndon LaRouche nell'estate del 2002. A livello nazionale la stessa strategia prevede che, il senatore repubblicano John McCain minacci Bush di candidarsi come indipendente, di sottrargli i voti, e far vincere così il democratico sfidante, il sen. Joe Lieberman, pagato dagli stessi interessi dietro McCain. McCain ha fatto attivamente campagna elettorale per Schwarzenegger, e il suo compare Lieberman ha fatto campagna per Bustamante. Ambedue i senatori sono collegati agli ambienti finanziari del gioco d'azzardo e del crimine organizzato, e ambedue godono del sostegno di Conrad Black dell'Hudson Institute, organismo che propaganda politiche economiche e strategiche micidiali e propone un "uomo forte" capace di imporle. (…)

Fonte: http://www.movisol.org

sabato, ottobre 18, 2003

La prima volta di Ariel Sharon

Esattamente 50 anni fa il maggiore Sharon attaccò il villaggio arabo di
Qibya. Massacrando 59 civili palestinesi.

E' una vocazione quella di Sharon. Da Qibya a Sabra e Chatila fino a oggi.
Passando per la Siria.

MICHELE GIORGIO

GERUSALEMME
Nell'autunno del 1953 Ariel Sharon era soltanto un maggiore ma già comandava
una unità speciale, la 101. Nella notte tra il 14 e il 15 ottobre Sharon e i
suoi uomini sarebbero diventati tristemente noti. In nove ore di sangue e
paura, 69 palestinesi del villaggio di Qibya (Ramallah), in gran parte donne
e bambini, trovarono la morte nelle loro case fatte saltare con la dinamite
da 130 commando israeliani decisi a vendicare una donna e i suoi bambini
uccisi il 12 ottobre nel villaggio israeliano di Yehuda da un arabo, forse
un palestinese, giunto dalla Cisgiordania allora sotto il controllo della
Giordania. L'esercito israeliano affermò che i fedayin arabi avevano trovato
rifugio a Qibya. Furono 45 le abitazioni fatte saltare in aria, crollarono
sui civili che si eranno barricati in casa per sfuggire al raid. Alcuni
morirono soffocati. Nei giorni successivi al massacro Sharon si difese
affermando di essere stato all'oscuro della presenza di civili nelle case ma
la sua giustificazione venne smentita dai risultati dell'inchiesta svolta
dalle Nazioni Unite. «Abbiamo trovato cadaveri di persone colpite da
raffiche di arma da fuoco e visto fori di pallottole sulle porte delle case
demolite, ciò indica che gli abitanti sono stati costretti a rimanere dentro
le loro abitazioni che successivamente sono state fatte saltare in aria. I
sopravvissuti hanno riferito di una notte di terrore, con i soldati
israeliani che si muovevano da una casa all'altra e che sparavano contro le
abitazioni», afferma un rapporto presentato da alcuni osservatori dell'Onu
giunti sul posto due ore dopo la strage. Un rapporto che è considerato
credibile anche dallo storico israeliano Benny Morris. «L'ordine quella sera
era di uccidere il maggior numero possibile di arabi, senza fare differenza
tra arabi armati o civili», ha scritto Morris citando rapporti della Legione
araba e dell'Onu.

La strage di Qibya, affermano i palestinesi, fu ben programmata. La
Giordania aveva chiesto scusa per l'uccisione della donna israeliana e dei
suoi bambini. Glubb Pasha, il comandante della Legione araba (l'esercito
giordano), offrì a Israele di svolgere indagini in territorio cisgiordano
per individuare i responsabili dell'attacco e chiese apertamente a Tel Aviv
di non attuare la sua rappresaglia. Invece l'azione di ritorsione venne
sostenuta con forza dal ministro della difesa facente funzioni Pinhas Lavon
(il premier Ben Gurion era fuori dal paese in quei giorni). Sharon venne
incaricato di guidare l'operazione «Rosa» alla guida degli uomini della 101
e realizzò la sua missione con precisione micidiale.

Negli anni successivi il suo nome verrà legato ad accuse di esecuzioni
sommarie di prigionieri di guerra egiziani nel 1956, alla sanguinosa
repressione delle prime rivolte a Gaza nel 1970, al massacro di 3000 di
palestinesi a Sabra e Shatila (Libano) nel 1982, fino all'operazione
«Muraglia di difesa» in Cisgiordania venti anni dopo. E un mese prima di
Qibya, era stato accusato di una sanguinosa incursione nel campo profughi di
Al-Burej (Gaza), in cui erano rimasti uccisi numerosi profughi.

Il massacro di Qibya provocò sdegno nell'opinione pubblica internazionale.
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, con la risoluzione numero 101 approvata
il 24 novembre del 1953, condannò Israele. Gli Stati uniti congelarono
brevemente aiuti allo Stato ebraico per 26 milioni di dollari e persino il
quotidiano filo-israeliano New York Times denunciò il massacro.

A Tel Aviv invece giornali e uomini politici cercarono di minimizzare e
giustificare l'operazione punitiva nel villaggio palestinese. Il Partito di
sinistra Mapam, che pure ogni anno non mancava di celebrare la Rivoluzione
d'ottobre, disse soltanto «Qibya darà ai nostri nemici l'occasione di farci
passare per un paese aggressore». Il governo Ben Gurion perciò si rifiutò di
presentare scuse ufficiali ai familiari delle vittime e ricordò invece che
tra il 1948 (anno della nascita di Israele) e il 1953, erano stati uccisi
175 soldati e civili israeliani dai fedayin. Mancò invece di ricordare i
circa 3.000 arabi, in gran parte disarmati, uccisi sulle linee di cessate il
fuoco con i paesi vicini, mentre tentavano di entrare in Israele per
cercare, nella maggioranza dei casi, un lavoro. E non vanno certo
dimenticati i 270 arabi uccisi, in quello stesso periodo, nei raid militari
israeliani nei paesi confinanti. Sharon nella sua autobiografia Warrior
parla di Qibya come di una «tragedia» e ricorda le parole che gli disse Ben
Gurion: «Non importa cosa dice il mondo perché l'accaduto ci offre una
ulteriore possibilità di vivere qui».



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Pomero da
www.ilmanifesto.it
Dopo aver a lungo starnazzato invano contro l'espansione degli insediamenti
israeliani nei territori occupati, una delle principali ragioni per cui la
pace non arrivera, e contro il muro, gli usa dimostrano la loro ferma
coerenza ponendo il veto ad una risoluzione di condanna approvata da 10
membri (4 astenuti).

oggi al valico di herez é arrivata (parte della) la risposta che meritavano.
L'accordo scuote Israele

Dopo anni di silenzio, divisioni e una debolezza emersa spietata alle
ultime, disastrose elezioni, la sinistra israeliana è tornata ad affacciarsi
nel dibattito politico dello Stato ebraico. La sorpresa tuttavia non è tanto
nel ridestarsi della critica interna allo Stato ebraico, il cui governo è
stato sì oggetto di aspre dispute ma non in relazione all'atteggiamento con
i palestinesi, quanto nel sorprendente eco che hanno suscitato in Israele le
due iniziative firmate dalla sinistra Labour e dal Meretz. E alla fine, nel
caso dei piloti refusenik come nell'annuncio del recente accordo di Ginevra
raggiunto tra una delegazione dell'Anp e rappresentanti della sinistra
laburista e del Meretz il tema è balzato al centro della scena politica. E
così anche Sharon e suoi ministri, non solo nel Likud, hanno dovuto adeguare
loro malgrado l'agenda e le priorità del governo.
L'intesa che Yossi Beilin, Avraham Burg, Abraham Mitzna, Amos Oz e altre
grandi firme della sinistra israeliana hanno messo a punto con gli emissari
palestinesi guidati da Yasser Abed Rabbo non è ancora stata pubblicata. Solo
alcuni particolari sono stati resi noti al pubblico, eppure il tono dei
commenti indirizzati ai promotori dell'iniziativa si alterna tra insulti,
accuse di tradimento e minacce più o meno velate. Come la risposta isterica
del leader del partito Shinui, Yosef Lapid, che ha definito l'accordo una
«mossa irresponsabile condotta da parte di un manipolo di politici falliti
della sinistra». Oppure la rabbia del ministro e colono Liebermann, che in
coro con Benny Elon ha chiamato Yossi Beilin «un collaboratore del nemico».

Dove però l'accordo ha portato la vera mareggiata è stato all'interno del
Labour. «In fondo la risposta della destra era prevedibile» spiegano
all'ufficio di Abraham Burg, l'ex presidente della Knesset, «quella di
alcuni compagni di partito è quella incomprensibile». Il Labour, ancora
senza segretario dopo le dimissioni di Abraham Mitzna seguite al pauroso
flop nelle elezioni del febbraio 2003, ha vivacchiato per sei mesi prendendo
poche posizioni e quasi sempre a titolo personale. La mossa della sinistra
interna al gruppo dirigente apre invece le ostilità in vista del congresso
che dovrebbe, all'inizio dell'anno, risolvere una volta per tutte la
divisione che oppone da tre anni i seguaci di Peres e Ben Eliezer,
favorevoli ad appoggiare Sharon, e i sostenitori dell'ex segretario che
vogliono far ripartire ad ogni costo il negoziato con i palestinesi.

Il primo ad uscire allo scoperto è stato, non a caso, l'ex premier Eduh
Barak, l'uomo che dopo il fallimento di Camp David convinse gli israeliani
che la leadership palestinese non era un partner affidale per negoziare.
Barak ha definito «irresponsabile» l'intesa raggiunta in Svizzera, con un
giudizio che ha provocato una levata di scudi anche sull'autorevole
Ha'aretz. «E' un assalto bizzarro» scriveva ieri il giornale in un
editoriale riferendosi al fatto che la gran parte dell'accordo non è ancora
stato pubblicato. «Barak dovrebbe aspettare di esaminare il documento
anziché criticarlo a priori». E ancora: «la vera irresponsabilità è la sua,
anche perché sembra che molti punti dell'accordo siano basati proprio sui
negoziati condotti da Barak con Clinton e Arafat».

Oltre a non prendere in considerazione lo sforzo negoziale - che secondo gli
stessi autori serviva prima di tutto «a dimostrare agli israeliani che il
partner per trattare c'è» (Beilin) - il governo Sharon ha indirizzato una
dura nota alla Svizzera, che secondo un portavoce Likud «non è autorizzata a
intraprendere iniziative del genere». Un altro particolare del documento è
invece stato pubblicato ieri e riguarda una delle aree più calde e spinose
della controversia: il monte del Tempio, per gli arabi la Spianata delle
moschee di al Aqsa. Nel progetto, come il resto di Gerusalemme est, dovrebbe
essere sotto un controllo misto di palestinesi e una forza internazionale.
L'accesso ai fedeli ebraici sarebbe garantito perché il quartiere ebraico
rimarrebbe sotto controllo di Tel Aviv, mentre nell'eventuale disputa su
scavi archeologici questi avverrebbero «solo con l'assenso di Israle». Oltre
a quello dell'Onu.

Ivan Bonfanti



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Pomero da
www.liberazione.it
Il nuovo piano di pace di neo-con e likudnik: «espellere i palestinesi»

«I palestinesi devono capire con il dolore e non con il piacere che hanno
perso la guerra». Parola di Daniel Pipes, esperto di Medioriente e di
islamofobia del presidente Bush (che lo ha nominato nel consiglio di
amministrazione dell'Us Institute for Peace) e neo-conservative doc
impegnato nella difesa a spada tratta degli interessi di Israele. Pipes ha
partecipato nei giorni scorsi a un convegno a Gerusalemme, in cui tra le
altre cose è stato lanciato il «piano di pace» del ministro del turismo
Benny Elon. Un piano secondo cui la soluzione del conflitto starebbe nel
«dichiarare l'Anp nostro nemico e cercare una vittoria militare in questa
guerra». In seguito ad essa, - ha continuato Elon - si potrebbe «portare a
termine il lavoro cominciato nel 1948»: il trasferimento forzato dei
palestinesi, propedeutico alla definitiva annessione della Cisgiordania e
della striscia di Gaza.

Tra i sostenitori più entusiasti della dottrina della «grande Israele», il
ministro del turismo ha poi definito l'Anp una «cricca di mafiosi». E non ha
mancato di dar fiato alla consueta retorica millenarista che accomuna i
settori più retrivi del Likud (di cui è egli stesso espressione) ai sionisti
integralisti americani del Jewish Institute for National Security Affairs
(Jinsa), legati a doppio filo a Pipes e ai vari neo-con che imperversano
nell'amministrazione Bush. «Dio ha deciso che questa sarà la casa di Israele
e questo è un fatto, lo accettino o meno i palestinesi».

Il convegno, cui hanno partecipato altri quattro ministri israeliani, si è
tenuto all'hotel King David di Gerusalemme. Un luogo assai significativo: è
qui che, il 22 luglio 1946, le bande terroristiche paramilitari ebraiche
Irgun e Stern in accordo con l'Agenzia ebraica e il suo capo, David Ben
Gurion, hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici,
provocando una carneficina (92 morti e decine di ferite). Agli occhi di Elon
e dei suoi accoliti è qui che ha avuto inizio l'inarrestabile ascesa di
Israele, che si concluderà solo con l'instaurazione del controllo totale
dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria.


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Pomero da
www.ilmanifesto.it
Sharon: "Espellere Arafat non è un bene per Israele"


GERUSALEMME - "Non sarebbe un bene per Israele". Così il premier di Tel
Aviv Ariel Sharon mette la parola fine alle ipotesi che circolano da mesi
su un presunto allontanamento dai Territori del presidente dell'Autorità
nazionale palestinese.

In una intervista pubblicata oggi dal quotidiano Jerusalem Post Sharon
spiega che il governo fa da tempo questa valutazione e aggiunge che "le
probabilità di espellerlo senza fargli del male sono molto basse, non solo
per via delle sue guardie del corpo, ma anche perchè sarebbe circondato da
una catena umana di israeliani". Dunque, conclude, "è opinione dei nostri
servizi segreti che allontanarlo non sarebbe una buona idea".

L'undici settembre scorso e della cosa si era poi discusso nelle più alte
sedi internazionali, dall'Onu alla Ue - il parlamento israeliano aveva
deliberato "in linea di principio" di espellere Yasser Arafat da Ramallah,
costringendolo all'esilio. In "linea di principio", appunto, perchè nello
stesso giorno la Knesset aveva rinviato l'attuazione della misura.

Ora, queste parole di Sharon chiariscono che il l'esecutivo non mai
pensato di attuare quel piano preparato dall'esercito. Anche se - secondo
Sahron - l'anziano leader palestinese resta "un ostacolo alla pace" per il
suo sostegno ai gruppi terroristici che dall'inizio della seconda Intifada
colpiscono al cuore le città israeliane.
(17 ottobre 2003)



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Iraq, Bush strappa il sì dell’Onu
di Bruno Marolo

All'Onu è avvenuto il contrario di un colpo di scena. Dopo una notte di
frenetiche consultazioni e una teleconferenza fra tre capi di governo il
Consiglio di sicurezza ha approvato una risoluzione che lascia le cose
come stanno. Gli Usa hanno convinto Russia, Francia e Germania con la
promessa di ritirarsi dall'Iraq il giorno in cui un governo iracheno
liberamente eletto lo chiederà.

In questo modo è stato raggiunta l'unanimità su un testo che invita tutti
a collaborare con truppe e denaro alla ricostruzione dell'Iraq sotto il
comando americano, ma non è vincolante per nessuno. I tre paesi che lo
hanno accettato per ultimi si sono affrettati a precisare che i loro
contributi non andranno oltre le parole.

Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha annunciato l'accordo dopo tre
quarti d'ora al telefono con i presidenti della Francia, Jacques Chirac, e
della Russia, Vladimir Putin. «Abbiamo preso atto - ha dichiarato - che la
nuova stesura della risoluzione proposta dagli Usa è un passo nella
direzione giusta e abbiamo deciso di votare in modo da preservare l'unità
nel Consiglio di sicurezza. Tuttavia non riteniamo ancora il progresso
adeguato alla situazione in Iraq, e per questo motivo non siamo in
condizione di svolgere un ruolo militare o concedere ulteriori aiuti
economici».

Tutti i 15 paesi del Consiglio di sicurezza, compresa la Siria, hanno
votato sì. Il segretario di stato americano Colin Powell era raggiante. «È
un grande risultato - ha esclamato - finalmente ci siamo lasciati alle
spalle le divergenze del passato per aiutare il popolo iracheno». Il
segretario generale dell'Onu Kofi Annan era perplesso. «Farò del mio
meglio - ha promesso diplomaticamente - per applicare quanto è stato
deciso». Colin Powell ha sudato sette camicie per convincere il presidente
Bush a chiedere l'approvazione dell'Onu e altre sette per costruire un
consenso internazionale su una risoluzione abbastanza vaga perché nessuno
si senta vincolato.

Il paragrafo più importante chiede (ma non impone) «ai paesi membri
dell'Onu di assistere, anche con forze militari, la forza multinazionale»
sotto il comando americano in Iraq. Questa espressione potrà forse aiutare
il premier italiano Silvio Berlusconi, che ha bisogno del consenso del
parlamento per lasciare le truppe in Iraq altri sei mesi, o Tony Blair,
alle prese con un terremoto politico in patria per la sua sottomissione a
Bush. Tuttavia se gli americani vorranno convincere India, Pakistan e
Bangladesh a mandare migliaia di soldati in Iraq per combattere contro i
guerriglieri dovranno ricorrere a ben altri argomenti. La Turchia si è
decisa soltanto quando la Casa Bianca le ha promesso nove miliardi di
dollari.

«Alcuni governi stranieri - ha ammesso l'ambasciatore americano al'Onu
John Negroponte - considerano la risoluzione approvata dal Consiglio di
sicurezza una base necessaria, ma forse non sufficiente, per l'invio di
truppe». Francia, Russia e Germania, che erano contrarie all'invasione
dell'Iraq e avevano avvertito George Bush dei rischi ai quali andava
incontro, non sono disposte a fornire uomini e soldi senza alcun controllo
sul modo in cui saranno usati. Il loro atteggiamento sarebbe stato diverso
se gli Usa avessero ceduto almeno parte del potere a un'autorità
provvisoria irachena, assistita dall'Onu, con l'incarico di stendere la
nuova costituzione e organizzare le elezioni.

Su questo punto, tuttavia, Bush è stato irremovibile. Non ha conquistato
l'Iraq con le sue truppe per lasciare che altri lo gestiscano. Sei
settimane di ritocchi e abbellimenti alla risoluzione non ne hanno
cambiato la sostanza: tutto il potere rimane agli americani, l'Onu non
ottiene alcuna reale autorità, le elezioni si terranno soltanto quando la
potenza occupante le avrà organizzate a modo suo. Il giorno non è vicino.
La risoluzione «rivolge un invito» (e non una richiesta) al consiglio
provvisorio iracheno subordinato agli Usa perché presenti all'Onu entro il
15 dicembre un calendario per preparare la costituzione e le elezioni. Gli
americani dovranno presentare «entro un anno» un rapporto sui progressi
compiuti dalle forze sotto il loro comando. Nessuna scadenza è tassativa.
Il Consiglio di sicurezza chiede soltanto di essere informato.

Francia, Germania, Russia, Siria e Cina, per quanto deluse, non volevano
altri scontri con la superpotenza americana e avevano deciso l'astensione.
L'ambasciatore Negroponte, presidente di turno del Consiglio di sicurezza,
aveva annunciato l'intenzione di forzare il voto mercoledì sera e
accontentarsi della maggioranza strettamente necessaria: 9 o al massimo 10
voti su 15. Sarebbe stato un mezzo fallimento per la diplomazia americana
e Colin Powell si è fatto in quattro per evitarlo. Ha ordinato
all'ambasciatore di aspettare ancora un giorno e ha telefonato al ministro
degli esteri francese Dominique De Villepin, al presidente pakistano
Pervez Musharraf e ai governi di altri paesi contrari e incerti.

Ha assicurato il rispetto della frase della risoluzione che invita a
«restituire la responsabilità e l'autorità di governo al popolo dell'Iraq
appena possibile». Ha accettato di aggiungere una precisazione: i soldati
americani continueranno a occupare l'Iraq soltanto se il nuovo governo lo
vorrà. In questo modo ha ottenuto l'unità di facciata che forse servirà
alla propaganda elettorale del governo americano e dei suoi alleati, ma i
problemi dell'Iraq sono ben altri, e richiederebbero ben altre risorse,
ben altra lucidità, ben altro coraggio.


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" IO NON HO DEBITI DI RICONOSCENZA CON L'AMERICA"


Secondo il Ministro della Difesa Antonio Martino, parlando alla Comunità
italiana a New York nel corso di un ricevimento al consolato, in occasione
di celebrazioni del Columbus Day, ha citato la seguente frase: " Siamo
sempre stati dalla parte degli Stati Uniti e della libertà.Non dobbiamo
vergognarci di questa amicizia, altri dovrebbero vergognarsi delle loro".
A chi alludeva? Forse agli sporchi fascisti? Io sono una fascista, sia per
l'età che per le ideologie che mi hanno accompagnato e mi accompagneranno
sino alla morte, poiché sono cresciuta con senso dell'onore, della
dignità, con senso d'amor patrio.
Ora tutti i governi che si sono succeduti in più di 50 anni e ci hanno
regalato "la democrazia" non si rendono conto dello sfacelo che abbiamo in
Patria?
Alla camera ed al senato non fanno altro che prevaricare uno sull'altro e
non alludo al governo in se stesso, bensì nelle due fazioni di maggioranza
e minoranza che, per il Dio denaro, si stanno umiliando con continue scuse
a questo o a quello.
Il grande amore della Casa delle Libertà per gli ebrei da che scaturisce?
Da un senso di inferiorità, dal pensare che il popolo eletto è degno del
massimo rispetto e bisogna riverirlo e chiedergli scusa per le più piccole
banalità, per non urtare la loro supremazia.
Secondo Martino molti ( ma chi sarebbero questi molti?) hanno sperato che
Saddam Hussein vincesse. Ovvio dato che il filo conduttore Stati
Uniti-Israele comanda il mondo, al contrario di ciò che si illude Bush e
cioè che sono gli americani che gestiscono il pianeta.
Inoltre il ministro Martino ha attaccato" coloro che definiscono quella
americana in Iraq "una occupazione", " se però prelude alla colonizzazione
, all'annessione, alla sopraffazione, allora è una cosa seria. Invece se
prelude alla liberazione, è un fatto straordinariamente positivo. Erano
forse truppe di occupazione quelle americane in Europa, che volevano
sconfiggere il nazismo?"
Sì, egregio ministro! Noi siamo stati occupati, distrutte le nostre belle
città(e parlo solo dell'Italia), le nostre donne stuprate dai marocchini,
soldati al seguito degli americani, Montecassino distrutta con
bombardamenti e per fortuna gli odiati tedeschi, molto più intelligenti ed
istruiti degli americani ed affini, hanno portato in salvo, in Vaticano,
dei tesori immensi, incalcolabili disegni, testi sacri e statue. Se
fossero capitate in altre mani quelle opere non sarebbero state consegnate
al Vaticano, certamente, ma avrebbero fatto la fine della Gioconda, ovvio
attraversando l'atlantico. Un po' per uno non fa male a nessuno.
La mia bella Milano, bombardata a tappeto dalle due del pomeriggio a notte
inoltrata, come si deve chiamare: il gioco delle biglie dei bimbi? No,
occupazione!
Andando a scuola a Milano ed essendo sfollata nel varesotto, quante sono
state le volte che il capotreno frenava e ci diceva di scendere di corsa e
cercare riparo sotto gli alberi? E che facevano gli aerei americani ed
inglesi ? Giocherelloni scendevano in picchiata e mitragliavano i
viaggiatori che scappavano, non sapendo dove nascondersi perché non vi
erano ripari. Quanti morti ho visto, la maggioranza giovani come me,
ancora studenti.
Ed io, secondo il ministro Martino, che non avendo vissuto quel periodo
conosce solo la storia, anzi la fandonia della DC e PCI, dovrei della
riconoscenza agli americani?
No, caro Ministro, io non perdonerò, mai, agli americani le guerre che
vogliono non per salvare un povero popolo sotto dittatura, ma solo per
lucro ed in Italia per cosa sono venuti? Per poter avere basi militari nel
Mediterraneo, preparandosi la strada per altri stati. E così un passo alla
volta, fingendosi liberatori, saranno padroni di tutto il pianeta.
L'Europa è divenuta un vassallo degli Usa e anche noi dobbiamo chinare la
testa e dire (non obbedisco, ma OK perché il nostro governo attuale (a
proposito esiste un governo in Italia, dato che ognuno fa come gli pare e
la parola giustizia è pura utopia?) oramai è divenuto yankee!


ERCOLINA MILANESI
http://www.kelebekler.com/caimani/54.htm
Antieuropeismo americano.
http://www.larivistadeilibri.com/2003/04/garton-ash.html


TIMOTHY GARTON ASH


Quest'anno, a causa della ben nota situazione internazionale, sulla stampa
americana si leggono molti articoli sull'antiamericanismo in Europa. Ma che
dire dell'antieuropeismo negli Stati Uniti? Qualche esempio: "Alla lista di
sistemi di governo destinati a scivolare nell'EUrinatoio della storia, è il
caso di aggiungere l'Unione Europea e la Quinta Repubblica francese. Resta
solo da chiarire quanto caotica sarà la loro disintegrazione" (Mark Steyn,
Jewish World Review, 1° maggio 2002).

"Anche l'espressione "scimmie pappamolla mangiaformaggio" viene impiegata [a
indicare i francesi] con la stessa frequenza con cui i francesi dicono
"fotti gli ebrei". Ops, come non detto: questo è un altro modo di dire
popolare francese" (Jonah Goldberg, National Review Online, 16 luglio 2002).

Oppure, da una diversa sponda: ""Volete sapere cosa penso veramente degli
europei?", ha chiesto l'alto funzionario del Dipartimento di Stato. "Penso
che abbiano affrontato nel modo sbagliato praticamente tutte le più
importanti questioni internazionali degli ultimi vent'anni"" (Cit. da Martin
Walker, UPI, 13 novembre 2002).

Sono state affermazioni di tal fatta a portarmi di recente negli Stati
Uniti - Boston, New York, Washington e due stati bigotti della Bible-belt,
Kansas e Missouri - per osservare da vicino l'evolversi dell'atteggiamento
americano nei confronti dell'Europa alla luce di una possibile seconda
guerra del Golfo. Praticamente tutte le persone con cui ho parlato, sulla
East Coast, riconoscevano che il livello di irritazione verso l'Europa e gli
europei ha superato per intensità addirittura l'ultimo picco storico, nei
primi anni Ottanta.



Tutto un intingere penne nel cianuro, uno storcere la bocca per mettere alla
berlina "gli europei", anche noti come euros, euroids, 'peens o Euroweenies.
A dire di Richard Perle, attuale presidente del Consiglio nazionale alla
difesa, l'Europa ha perduto la sua "bussola morale" e la Francia "la sua
fibra etica". Tale irritazione investe anche le più alte cariche
dell'amministrazione Bush. Parlando con alcuni alti funzionari, ho potuto
notare che al sintagma "i nostri amici europei" faceva seguito come
un'appendice d'obbligo "quei rompipalle".

Il luogo comune che oggi circola sull'Europa è presto detto. Gli europei
sono gente inetta. Deboli, petulanti, ipocriti, divisi, in malafede, in
qualche caso antisemiti e spesso pacifisti per antiamericanismo. In una
parola: Euroweenies. I loro valori, la loro colonna vertebrale si sono
dissolti in un tiepido semicupio di sciocchezzai multilaterali,
transnazionali, secolari e postmoderni. Buttano via gli euro in vini,
vacanze e stati assistenziali esorbitanti invece che investirli in opere di
difesa. Dopodiché, standosene belli paciosi ai bordi del campo, si
permettono parole di scherno mentre gli Stati Uniti fanno il lavoro sporco
di proteggere il mondo per loro. Gli americani, viceversa, sono forti,
incrollabili difensori della libertà, patrioti fedelmente al servizio
dell'ultimo stato-nazione autenticamente sovrano del mondo.

Le metafore sessuali di questi stereotipi meriterebbero uno studio
specifico. Se l'antiamericanismo europeo vede negli "americani" cowboy
spacconi e prepotenti, gli americani antieuropei considerano "gli europei"
delle checche effeminate. L'americano è un maschio virile ed eterosessuale;
l'europeo è femmina, un impotente, o gliele hanno tagliate. Militarmente
parlando, agli europei non gli si alza. (In fin dei conti, non hanno neanche
venti aerei da "trasporto pesante" di contro agli oltre duecento degli
americani.) Alla fine di una conferenza che ho tenuto a Boston, un anziano
signore è andato barcollando al microfono e ha chiesto come mai l'Europa
"denoti così scarse energie vitali". La parola "eunuchi", ho scoperto, viene
scandita in "EU-nuchi". Le metafore sessuali fanno capolino anche in
resoconti più elaborati delle differenze tra America ed Europa: è il caso di
un articolo, che fa già testo, apparso sulla Policy Review a firma di Robert
Kagan, della Carnegie Endowment for Peace, dal titolo "Forza e debolezza".
Rispolverando l'immagine di un famoso libro sui rapporti tra i sessi, Gli
uomini vengono da Marte, le donne da Venere, Kagan proclama: "Gli americani
vengono da Marte, gli europei da Venere".

Ma non tutti gli europei sono ugualmente da buttare. Vi è la tendenza a
considerare gli inglesi un po' diversi, a vederli in una luce migliore. Ai
britannici i conservatori americani fanno spesso grazia dell'ignominiosa
natura "europea" - opinione che certo incontrerebbe l'accorato plauso dei
tory d'oltremanica, mentalmente ancora sotto l'egida di Margaret Thatcher. E
di Tony Blair, come della Thatcher prima di lui, e di Churchill prima di
lei, si parla a Washington come di una luminosa eccezione alla trista regola
europea.

Trattamento peggiore è riservato ai francesi - che, ovviamente, ripagano
quanto meno della stessa moneta. Non mi ero reso conto quanto fosse diffuso
nella cultura popolare americana l'antico passatempo British del
dagli-al-francese. "La Francia, capirai, a quelli gli abbiamo salvato il
culo due volte e per noi non hanno mai fatto nulla", mi ha ragguagliato
all'Ameristar Casino di Kansas City Verlin "Bud" Atkinson, veterano della
seconda guerra mondiale. Parlando a studenti di licei e università del
Missouri e del Kansas, mi sono imbattuto in uno strambo pregiudizio
popolare: i francesi, pare, non si lavano. "Mi sentivo proprio lurido",
diceva un ragazzo, ricordando il suo viaggio in Francia. "Ma eri sempre più
pulito dei ragazzi francesi", aggiungeva un altro.

Due importanti giornalisti americani, Thomas Friedman del New York Times e
Joe Klein del New Yorker, di ritorno da lunghi giri di presentazione dei
propri libri negli Stati Uniti, mi hanno detto separatamente di essersi
imbattuti ovunque in un palpabile antifrancesismo: una frecciata ai francesi
e puoi contare su una risata sicura. Grazie al direttore della National
Review Online nonché dichiarato "castigafranciosi", il conservatore Jonah
Goldberg, visibile anche sugli schermi televisivi, il succitato epiteto di
"scimmie pappamolla mangiaformaggio", originariamente apparso in un episodio
dei Simpsons, è ora moneta corrente. Goldberg mi ha detto che, quando nel
1998 iniziò a scrivere pezzi antifrancesi per la National Review, scoprì che
"avevano un mercato". Bacchiolare i transalpini, ha detto, è diventato "un
tormentone".



1.

Ma mettere insieme le polemiche neoconservatrici, i pregiudizi dei liceali
di Kansas City sull'uso del bagno in terra d'oltralpe, le osservazioni di un
funzionario del Dipartimento di Stato e di altri funzionari governativi per
poi etichettare il tutto come "antieuropeismo" è chiaramente fuor di luogo.
Come scrittore europeo, mi guardo bene dal riservare all'"antieuropeismo"
americano il medesimo trattamento spesso riservato dagli scrittori americani
all'"antiamericanismo" europeo.

Come occorre distinguere una legittima e informata critica dell'UE e
dell'attuale indirizzo europeo da un'ostilità più radicata e profonda verso
l'Europa e gli europei in quanto tali, allo stesso modo gli scrittori
americani farebbero bene a separare più spesso di quanto non facciano
un'argomentata critica europea all'amministrazione Bush dal puro e semplice
antiamericanismo, come una sua critica argomentata al governo Sharon
dall'antisemitismo. Ciò su cui anche persone bene informate possono non
trovarsi d'accordo è dove passi la linea di demarcazione.

Non bisogna perdere poi il senso dell'umorismo. Tra le ragioni che suscitano
l'ilarità degli europei nei confronti di George W. Bush vi è la comicità
involontaria di certe sue uscite, vere o presunte. A esempio: "Il problema
dei francesi è di non avere una parola per dire entrepreneur". A suscitare
l'ilarità degli americani nei riguardi dei francesi vi è, tra l'altro,
un'antica tradizione anglosassone - risalente quanto meno a Shakespeare - di
derisione dei cugini d'oltremanica. Ma c'è anche l'inghippo. Dei rilievi
oltraggiosi di penne conservatrici come Jonah Goldberg e Mark Steyn alcuni
sono palesemente scherzosi, altri semiseri, altri ancora serissimi. A
risentirsi contro uno di questi ultimi, possono sempre dirti: "ma stavamo
solo scherzando, è ovvio!". L'umorismo vive di esagerazione e gioca con gli
stereotipi. Ma si prenderebbe sul ridere uno scrittore europeo che definisse
gli ebrei "scimmie pappamolla mangiapaneazimo"? Il contesto, certo, è molto
diverso: non c'è stato alcun genocidio di francesi negli Stati Uniti. Pure,
formulare l'ipotesi potrebbe magari dar da pensare ai nostri umoristi.

Antieuropeismo e antiamericanismo non sono fenomeni simmetrici. Il secondo
ha il proprio basso continuo emotivo in una miscela di risentimento e di
invidia; il primo in un mix di irritazione e disprezzo. L'antiamericanismo
costituisce un'autentica ossessione per certi paesi - per la Francia in
particolare, come ha di recente rilevato Jean-François Revel.
L'antieuropeismo, viceversa, è ben lungi dall'essere un'ossessione
americana. Negli USA, in realtà, l'atteggiamento verso l'Europa prevalente
tra la popolazione è forse quello di un'indifferenza blandamente benevola,
mista a un'ignoranza impressionante. Ho girato due giorni per il Kansas
chiedendo alla gente che incontravo: "A che cosa pensa se dico "Europa"?".
Molti rispondevano con un lungo, meravigliato silenzio, talora accompagnato
da una risatina nervosa. Dopodiché rispondevano cose del tipo: "Be', credo
che non vadano molto a caccia da quelle parti" (Vernon Masqua, falegname a
McLouth); "Che è un sacco lontano" (Richard Souza, figlio di emigrati
francesi e portoghesi); o, dopo una lunga pausa di riflessione, "Be', che è
un bel viaggio dall'altra parte dello stagno" (Jack Weishaar, un vecchio
contadino di origine tedesca). Si può star certi che sull'America un
falegname o un contadino anche del più sperduto villaggio dell'Andalusia o
della Rutenia avrebbe molte più cose da dire.



A Boston, New York e Washington - il "corridoio Bos-Wash" - mi è stato detto
ripetutamente che dalla fine della guerra fredda l'indifferenza verso
l'Europa è andata assestandosi anche tra quanti conoscono bene il
Continente. L'Europa non è considerata né un alleato potente né un possibile
serio rivale come la Cina. "Un posto di vecchi!", mi diceva un amico
americano che ha fatto scuola e università in Inghilterra. Come ha osservato
un tuttologo conservatore, Tucker Carlson, nella trasmissione della CNN
Crossfire: "A chi importa cosa pensano gli europei? L'UE passa il tempo ad
accertarsi che la mortadella inglese venga venduta a chili e non a libbre.
L'intero continente sta diventando sempre più estraneo agli interessi
americani".

Quando ho chiesto a un alto funzionario del governo che cosa accadrebbe se
gli europei continuassero a criticare gli USA da una posizione di debolezza
militare, la sostanza della sua risposta è stata: "Perché, ha importanza?".

Pure, mi è sembrato che una tale ostentazione di indifferenza avesse un che
di forzato. Certo è che i miei interlocutori ci mettevano non poco tempo e
passione per dirmi quanto poco gliene importava. Riguardo poi agli americani
che criticano apertamente l'Europa, il meno che si possa dire è che sono
tutt'altro che ignari o indifferenti al vecchio continente: gente che
conosce l'Europa - una buona metà, a quel che pare, ha studiato a Parigi o a
Oxford - ed è ben lieta di nominare alla prima occasione i rispettivi amici
europei. Allo stesso modo in cui i critici europei degli Stati Uniti tendono
a negare sdegnati l'etichetta di antiamericanismo ("intendiamoci, ho il
massimo rispetto per il paese e per il suo popolo"), essi rivendicano
invariabilmente di non essere affatto antieuropei.

Antiamericanismo e antieuropeismo si trovano alle due estremità opposte
dello spettro politico. L'antiamericanismo europeo si situa prevalentemente
a sinistra, l'antieuropeismo americano a destra. I più ferventi
eurocastigatori USA sono neoconservatori che fanno ricorso a quella stessa
retorica battagliera abitualmente impiegata contro i progressisti americani.
E di fatto, come ha riconosciuto lo stesso Jonah Goldberg, "gli europei"
sono anche la maschera dei progressisti. Allora, gli ho chiesto, Bill
Clinton era un europeo? "Sì", ha risposto Goldberg, "o, quanto meno, pensa
come un europeo".

Da quel che risulta, questo spartiacque destra/sinistra vale anche per la
gente comune. Ai primi di dicembre dell'anno scorso, l'istituto di sondaggi
Ipsos-Reid ha inserito nei propri regolari rilevamenti sull'opinione
pubblica americana alcune domande agli effetti del presente articolo. Di
quattro affermazioni relative al diverso approccio americano ed europeo alla
via diplomatica e alla guerra, solo il 6% degli elettori repubblicani,
contro il 30% dei democratici, ha scelto: "Gli europei tendono a preferire
la soluzione diplomatica, valore positivo a cui gli americani farebbero bene
a ispirarsi". Viceversa, solo il 13% dei democratici, contro il 35% dei
repubblicani (il più consistente tra i singoli raggruppamenti), ha indicato:
"Gli europei sono troppo inclini al compromesso e poco propensi a difendere
la libertà se necessario anche fino alla guerra, e questo è male".

La linea di demarcazione si profilava ancora più netta, poi, riguardo "al
modo più auspicabile di muovere guerra all'Iraq". Il 59% dei repubblicani di
contro al 33% dei democratici ha scelto: "Gli Stati Uniti devono mantenere
il controllo di tutte le operazioni e impedire che gli alleati europei
possano limitarne in qualche misura i margini di manovra". Viceversa, per il
55% dei democratici e solo per il 34% dei repubblicani, "è fondamentale che
gli Stati Uniti agiscano in collaborazione coi paesi europei, anche qualora
ciò dovesse implicare una restrizione dell'autonomia decisionale americana".

Pare ipotesi meritevole di attenzione che siano in realtà i repubblicani a
venire da Marte e i democratici da Venere.



Alcuni conservatori, poi, vedono un avamposto venusiano anche nel
Dipartimento di Stato. William Kristol, uno dei neoconservatori americani,
parla di "un asse pacifista che congiunge Rijadh, Bruxelles e il Foggy
Bottom [quartiere di Washington dove si trova appunto il Dipartimento di
Stato]". Lungo il corridoio Bos-Wash, ho sentito parlare a più riprese
dell'esistenza di due gruppi antagonisti in lotta per avere l'attenzione del
presidente Bush riguardo all'Iraq: il gruppo "Cheney-Rumsfeld" e quello
"Powell-Blair". È abbastanza curioso, per un cittadino britannico, scoprire
che il primo ministro inglese è diventato membro del Dipartimento di Stato
americano.

Gli europei "atlanticisti" non hanno di che confortarsi troppo, se si pensa
che anche tra gli europeisti di un organismo di tradizione progressista come
il Dipartimento di Stato il disinganno verso l'Europa ha toccato punte
preoccupanti. Ruolo cruciale ha giocato a riguardo la sconcertante
incapacità europea di impedire il genocidio di duecentocinquantamila
musulmani bosniaci proprio sotto casa. Da allora, l'Europa si è dimostrata
regolarmente incapace di "trovare una linea comune" in politica estera e
nell'indirizzo di sicurezza internazionale, al punto che perfino una
controversia tra Spagna e Marocco riguardo a un isolotto disabitato al largo
della costa marocchina ha dovuto essere risolto da Colin Powell.

"Non sono gente seria": questo il lapidario verdetto datomi da George F.
Will sugli europei durante una colazione ufficiale in un albergo di
Washington. E se anche Mr. Will è ben lungi dal potersi definire un
progressista del Dipartimento di Stato, molti al suo interno sarebbero
d'accordo con lui. Storicamente, i tavoli si sono invertiti. Charles de
Gaulle non aveva forse pronunciato la medesima sentenza sugli americani?
"Ils ne sont pas sérieux."

2.

In ampi settori della società americana, allignano disinganno e irritazione
nei riguardi dell'Europa, un crescente disprezzo e finanche ostilità verso
"gli europei", che, nelle sue ipostasi estreme, si merita il marchio di
"antieuropeismo". Come si è giunti a questo punto?

Di alcune possibili spiegazioni si è già fatto cenno. Esplorarle tutte
richiederebbe un libro: qui posso solo indicare qualche ipotesi. Per
cominciare, negli Stati Uniti c'è sempre stata una forte tensione
antieuropeista. "L'America è nata come antidoto all'Europa", faceva notare
Michael Kelly, ex direttore dell'Atlantic Monthly. "Perché mai", chiedeva
George Washington nel suo Discorso d'Addio, "intrecciando il nostro destino
con quello di qualsivoglia parte d'Europa, aggrovigliare la nostra pace e la
nostra prosperità nei lacci dell'ambizione, della rivalità, degli interessi,
degli umori o del capriccio europei?". Per milioni di americani, nel XIX e
XX secolo, l'Europa era il posto da cui si fuggiva.

E tuttavia il vecchio continente esercitava anche un persistente fascino, di
cui fu celebre ipostasi Henry James; un desiderio per molti aspetti di
emulare, e quindi sopravanzare soprattutto due paesi europei, l'Inghilterra
e la Francia. Arthur Schlesinger Jr. mi ricordava il vecchio adagio "quando
gli americani muoiono, vanno a Parigi". "Ogni uomo ha due patrie", diceva
Thomas Jefferson, "la propria e la Francia". A quando far risalire
l'inversione di rotta? Forse al 1940, l'anno della "strana disfatta"
francese e dell'"ora più bella" dell'Inghilterra? Dopodiché, de Gaulle
ristabilì l'amor proprio della Francia di contro agli americani, mentre
Churchill creò un "rapporto speciale" tra le due nazioni dei genitori. (Per
comprendere l'attuale approccio di Chirac e Blair agli USA, i nomi di
riferimento sono ancora quelli di de Gaulle e di Churchill.)

Per cinquant'anni, dal 1941 al 1991, gli Stati Uniti e una sempre più
nutrita schiera di europei hanno mosso guerra contro un nemico comune: il
nazismo prima, il comunismo sovietico poi. L'"Occidente" geopolitico toccava
allora il suo apogeo.

Per tutta la guerra fredda, ovviamente, tra le due sponde dell'Atlantico non
mancarono le tensioni. Alcuni degli odierni stereotipi erano già
perfettamente ravvisabili nelle controversie dei primi anni Ottanta
sull'impiego dei missili cruise e Pershing, e riguardo all'indirizzo
americano di politica estera con il Centramerica e con Israele; e formati
nelle menti di alcune delle stesse persone, come Richard Perle, all'epoca
rinomato "principe delle tenebre" per la sua linea dura. Simili polemiche
intercontinentali vertevano in molti casi sulla maniera di porsi nei
riguardi dell'Unione Sovietica, ma erano altresì arginate, in ultima
analisi, dall'evidente nemico comune.

Oggi non più. E così, stiamo forse assistendo a ciò che lo scrittore
australiano Owen Harries aveva preannunciato dieci anni fa in un articolo
apparso su Foreign Affairs: il declino dell'"Occidente" come solido asse
geopolitico a causa della scomparsa di quell'evidente nemico comune.
L'Europa, che fu il principale teatro della seconda guerra mondiale e della
guerra fredda, non è il centro della "guerra al terrorismo". Il divario di
potenza si è allargato. Gli Stati Uniti non sono soltanto l'unica
superpotenza del mondo, ma un'iperpotenza la cui spesa militare uguaglierà
in breve quella delle successive quindici massime potenze del mondo messe
insieme. L'UE non ha tradotto la sua comparabile forza economica - che si
sta dirigendo a grandi passi vero i 10 trilioni di dollari dell'economia
americana - in un livello equivalente di potenza militare e di ascendente
diplomatico. Ma le differenze vertono altresì sull'impiego di questa
potenza.



Secondo Robert Kagan, l'Europa si è evoluta in un mondo kantiano
"all'insegna di leggi, di regole, e di negoziati e cooperazione
transnazionali", mentre gli Stati Uniti sono fermi a una dimensione
hobbesiana, in cui la potenza militare costituisce ancora la chiave di volta
per conseguire obiettivi in campo internazionale (compresi quelli di stampo
progressista). Per prima cosa viene da chiedersi: ma è proprio vero? A mio
parere, Kagan - che per altro riconosce la natura "caricaturale" di questa
distinzione - è troppo buono con l'Europa, nel senso che fa assurgere a
indirizzo deliberato e coerente ciò che, in realtà, è solo una storia di
girovagamenti alla cieca e di differenze tra una nazione e l'altra. Ma in
seconda battuta, sorge anche un altro interrogativo: europei e americani
gradirebbero che così fosse? Sì, verrebbe da dire. A un bel po' di politici
americani piace molto l'idea di venire da Marte - inteso che ciò li renda
marziali più che marziani - mentre i corrispettivi europei si riconoscono
davvero, su un piano programmatico, in creature venusiane. Così, la
ricezione della tesi di Kagan è parte della sua storia.

Nel quadro della ricerca d'identità di un'Unione Europea in corso di
allargamento, va crescendo la tentazione dell'Europa di definire se stessa
in opposizione agli Stati Uniti. L'Europa tende a costruire un'immagine di
sé attraverso l'elenco delle proprie differenze rispetto all'America.
Nell'augusto gergo degli studi d'identità, l'America diventa l'Altro. E agli
americani non piace per nulla essere alterizzati (a chi piace, del resto?).
Gli attacchi terroristici dell'11 settembre li hanno resi ancor più inclini
a suffragare un'immagine marziale e missionaria del ruolo dell'America nel
mondo.

Stanley Hoffmann ha osservato che tanto la Francia che gli Stati Uniti si
considerano depositari di una missione universale e civilizzatrice. Oggi di
quella missione, già prerogativa della Francia, esiste una versione europea,
una "EU-topia" di integrazione transnazionale e giuridica in aperto
contrasto con l'ultima ipostasi conservatrice della missione americana. Di
qui l'irritazione di Jonah Goldberg nel ricordare quanto rivendicava il
tedesco Karl Kaiser, veterano fautore della collaborazione USA-Europa: "gli
europei sono riusciti in un'impresa mai realizzata prima: creare una zona di
pace da cui la guerra è assolutamente esclusa. Gli europei sono convinti che
questo modello sia valido anche per le altre parti del mondo".

Tutti sono convinti di avere il sistema migliore. Il che vale non solo per
la condotta internazionale degli avversari, ma anche per i vari modelli di
capitalismo democratico: la variabile miscela di libero mercato e stato
assistenziale, di libertà individuale e di solidarietà sociale, e via
dicendo. A dire di Charles A. Kupchan, politologo autore del recente The End
of the American Era, ciò lascia presagire un imminente "scontro di civiltà"
tra Europa e America. Se Kagan vede nella debolezza il persistente tratto
distintivo dell'Europa, per Kupchan il prossimo grande rivale degli USA sarà
proprio il vecchio continente e non la Cina. Molti europei sarebbero lieti
di crederci, ma da quel che ho potuto vedere, negli Stati Uniti Kupchan è
una voce pressoché isolata.

A mio parere, tuttavia, gli USA presentano anche un'altra tendenza, più
riposta. Già si è detto che negli ultimi due secoli la diffidenza americana
per le cose europee era commista di ammirazione e di fascino. L'America
soffriva, in parole povere, di un complesso d'inferiorità culturale. Che
piano piano si è dissolto. La sua scomparsa è stata accelerata, con modalità
che sarebbe arduo definire, dalla fine della guerra fredda e dalla
conseguente ascesa degli Stati Uniti a superpotenza unica. La nuova Roma si
è liberata dal senso di reverenza verso l'antica Grecia. "Al tempo del mio
primo soggiorno in Europa, negli anni Quaranta e Cinquanta, l'Europa ci era
superiore", mi ha scritto di recente un ex diplomatico americano con una
lunga esperienza europea alle spalle. "Questa superiorità non era
individuale - non mi sono mai sentito svilito dalla condiscendenza altrui -
ma di civiltà." Le cose sono cambiate. L'America, concludeva, "non si sente
più in imbarazzo".

3.

Dopo la fine della guerra fredda, tutte queste tendenze sono state per certi
versi offuscate dalla presenza alla Casa Bianca di un europeo onorario, Bill
Clinton. Nel 2001, George W. Bush, manna ambulante per ogni caricaturista
europeo proclive all'antiamericanismo, ha fatto il suo ingresso alla Casa
Bianca con un'agenda unilaterale, pronto a disfarsi di svariati accordi
internazionali. Dopo l'11 settembre, la sua presidenza ha assunto i contorni
di una presidenza di guerra. Il senso di un'America in stato di
belligeranza, ho scoperto, persiste assai più ostinato a Washington che in
ogni altra parte del paese, compresa New York. E persiste, soprattutto, nel
cuore dell'amministrazione Bush. La "guerra al terrorismo" ha rafforzato una
preesistente tendenza nell'élite repubblicana a credere in quella che Robert
Kaplan ha definito "politica guerriera", condita da una generosa spruzzata
di fondamentalismo cristiano - aspetto vistosamente assente nella
secolarizzatissima Europa. Come ha rilevato Walter Russell Mead del Council
on Foreign Relations nel suo libro Il serpente e la colomba, essa ha
riportato in auge nella politica estera USA la tendenza "jacksoniana". I
terroristi di Al-Qaeda come i nuovi indiani Creek.

La domanda americana agli europei è diventata allora quella che mi ha
rivolto di recente l'editorialista conservatore Charles Krauthammer: "Siete
in trincea con noi o no?". In un primo tempo, la risposta è stata un sonoro
sì. Tutti ricordano una prima pagina di Le Monde dal titolo: Nous sommes
tous des Américains. Ma un anno e mezzo dopo, l'unico leader europeo visto
dagli americani come compagno di trincea è Tony Blair. A Washington sono in
molti a pensare che i francesi abbiano fatto ritorno al loro tradizionale
antiamericanismo, e che il cancelliere tedesco Gerhard Schröder abbia
ottenuto il suo secondo mandato, alle elezioni dello scorso settembre,
sfruttando cinicamente i sentimenti anti-USA.

Quando e dove gli atteggiamenti di Europa e America hanno ripreso a
divergere? All'inizio del 2002, con l'escalation del conflitto
arabo-israeliano. Il Medio Oriente è fonte e al tempo stesso catalizzatore
di quella che rischia di diventare una vertiginosa spirale di fiorente
antiamericanismo europeo e di nascente antieuropeismo americano, destinati a
rafforzarsi reciprocamente. L'antisemitismo europeo, e i suoi presunti
legami con le critiche che dal vecchio continente si muovono al governo
Sharon, sono stati oggetto dei più aspri commenti antieuropei di
editorialisti e politici americani di parte conservatrice. Alcuni di essi,
mi ha spiegato un commentatore progressista ebreo, non sono solo
profondamente filoisraeliani ma anche "likuditi naturali. Costoro, ha
scritto Stanley Hoffmann in un recente articolo, sembrano credere in
"un'identità di interessi tra lo stato ebraico e gli USA"". Gli europei
propalestinesi, furibondi all'idea di vedersi affibbiare l'etichetta di
antisemiti per il fatto di criticare il governo Sharon, parlano della
potenza della "lobby ebraica" negli Stati Uniti, andando a confermare i
peggiori sospetti dei likuditi americani sull'antisemitismo europeo, e via
incrudelendo.



Accanto a questo disperante groviglio di pregiudizi che si rafforzano
reciprocamente - e di cui uno scrittore europeo di religione non ebraica
difficilmente può parlare senza contribuire a sua volta al malessere che
cerca di analizzare - America ed Europa presentano naturalmente autentiche
differenze d'approccio al problema mediorientale. I politici europei, a
esempio, sono inclini a ritenere che una soluzione negoziale del conflitto
arabo-israeliano contribuirebbe al successo finale nella "guerra al
terrorismo" in misura ben più incisiva di una guerra contro l'Iraq. La
considerazione più generale, ai nostri fini, è che se la guerra fredda
contro il comunismo centreuropeo aveva visto America ed Europa schierate
sullo stesso fronte, la "guerra al terrorismo" li sta allontanando. Se
l'Unione Sovietica aveva unito l'Occidente, il Medio Oriente lo separa.

A esaminarla freddamente, questa divisione è estremamente stupida. L'Europa,
geograficamente vicina e con una sempre più massiccia presenza islamica, ha
un enorme e, rispetto agli Stati Uniti, ancor più diretto interesse ad avere
un Medio Oriente pacificato, fiorente e democratico. Mi sono inoltre
imbattuto in due alti funzionari governativi di Washington alquanto
ricettivi all'idea - che alcuni commentatori americani stanno cominciando a
ventilare - di una democratizzazione del Medio Oriente allargato come grande
nuovo progetto transatlantico per un rivitalizzato Occidente. Ma oggi le
cose non si presentano affatto così.

Al momento, ci sono buoni motivi per credere che una seconda guerra del
Golfo servirebbe solo ad allargare ulteriormente il divario tra Europa e
America. Ma anche in assenza di un conflitto con l'Iraq, il Medio Oriente è
sempre in grado di ammannire il turbine in cui il vero o presunto
antiamericanismo europeo alimenti un vero o presunto antieuropeismo USA,
buono a sua volta a incrementare il risentimento antiamericano, il tutto
aggravato da impetuose accuse di antisemitismo contro l'Europa. Solo un
grande sforzo consapevole su entrambe le sponde dell'Atlantico, o un cambio
al vertice a Washington nel 2005 o nel 2009, potranno cambiare le cose. Ma
nel frattempo gran danno può essere fatto, e l'attuale discordia
transatlantica è anch'essa espressione di quelle più profonde tendenze
storiche ricordate in precedenza.

Si dirà forse che dare risalto all'"antieuropeismo americano" come ho appena
fatto può solo contribuire a questa vertiginosa spirale di reciproca
sfiducia. Ma gli scrittori non sono diplomatici. L'antieuropeismo americano
è una realtà, e i suoi corrieri rischiano di essere le prime rondini di una
brutta estate.

15 gennaio 2003


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TIMOTHY GARTON ASH è direttore dello European Studies Center del St.
Antony's College di Oxford ed è noto al lettore italiano come autore di: Le
rovine dell'impero (1992); In nome dell'Europa (1994); e Storia del presente
(2001), tutti editi da Mondadori.



mercoledì, ottobre 15, 2003

Siria e Iran: Sharon stia attento

Damasco e Teheran alzano la voce all'unisono contro Tel Aviv: «Risponderemo agli attacchi israeliani se ce ne saranno»

Non solo la Siria ma anche l'Iran respingono al mittente le brutali minacce
di Sharon secondo cui Israele «colpirà i suoi nemici dovunque e in qualunque
momento». Damasco e Teheran sanno benissimo che il premier di Tel Aviv parla
pro domo sua ma si collega in modo più o meno esplicito al disegno americano
della cosiddetta «guerra al terrorismo», dove per "terrorista" bisogna
intendere chiunque si opponga o comunque sia di ostacolo agli interessi e ai
progetti strategici dell'asse Usa-Israele. Sharon dunque minaccia nuovi
attacchi fuori dell'area palestinese e i diretti interessati gli rispondono
per le rime. Il presidente Khatami, parlando a Teheran con i giornalisti, ha
detto che l'Iran è «assolutamente pronto a difendersi» ed ha espresso piena
solidarietà alla Siria per il raid di domenica scorsa contro il suo
territorio; e non ha mancato di accennare anche in tono ironico al bilancio
fallimentare della politica di Sharon sia sul terreno della sicurezza che su
quello economico, osservando che Israele ha già così tanti problemi sul
piano interno che non gli conviene crearne di nuovi all'esterno.
Anche Damasco insiste nel mantenere una posizione ferma di fronte
all'arroganza di Sharon, ma anche di fronte alle insinuazioni del capo della
Casa Bianca che ha accusato i siriani di stare «dalla parte sbagliata» nella
lotta al terrorismo. E' appena il caso di ricordare che tanto la Siria
quanto l'Iran sono in testa alla ignobile lista dei cosiddetti «stati
canaglia», stilata proprio da chi ha più di ogni altro tutti i titoli per
meritare quella definizione. Il governo di Bashar el Assad mantiene comunque
un atteggiamento assai equilibrato muovendosi per così dire su due diversi
livelli. Ieri l'ambasciatore siriano in Spagna Mohsen Bilal ha detto chiaro
e tondo che se Israele continuerà ad attaccare la Siria reagirà: «Se ci
attaccheranno ancora una o due o tre volte il popolo, il governo e le forze
armate sapranno reagire per difendersi», con evidente allusione a una
risposta anche militare; e ciò malgrado che la Siria - ha aggiunto - «si
stia battendo per la pace e sia pronta a riprendere subito la conferenza di
Madrid». Qualche ora dopo una anonima fonte di Damasco citata dall'agenzia
Reuters ha preso le distanze da questa dichiarazione, soprattutto per quel
che riguarda una possibile risposta militare, affermando che le parole
dell'ambasciatore sono «una sua personale interpretazione» della posizione
ufficiale del governo che resta quella espressa nella lettera al consiglio
di sicurezza dell'Onu con cui si chiede la condanna di Israele (peraltro
invano, data la pronta disponibilità degli Usa a ricorrere al veto in
sostegno di Sharon). Ma la contraddizione è forse solo apparente, Bilal non
è l'ultimo arrivato ed ha avuto incarichi di rilievo al tempo di Assad
padre; l'impressione è piuttosto che Damasco voglia muoversi formalmente sul
piano politico e diplomatico, lanciando però anche qualche avvertimento
indiretto. E che questa sia una linea vincente lo dimostra la dichiarazione
rilasciata a Beirut, prima di proseguire per Damasco, dall'inviato dell'Onu
in Medioriente Larsen che ha esplicitamente elogiato la Siria proprio per
aver scelto di rispondere alla provocazione israeliana sul terreno della
diplomazia e non su quello militare. Sharon insomma ha sollevato un bel
vespaio, e ora cerca maldestramente di rimediare facendo dire ai suoi
portavoce che il suo governo «non cerca un confronto con la Siria»: come
chi, insomma, prima tira il sasso e poi nasconde la mano.

Giancarlo Lannutti




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Pomero da
www.liberazione.it
Un decimo delle forze Usa nel Golfo costituito da soldati "in appalto"


Un tempo venivano chiamati soldati di ventura, più prosaicamente sono
conosciuti come mercenari. Gente che se va in guerra né per seguire ideali,
né per obbedire alla ragion di Stato della coscrizione. Giusto per far
soldi. Figure poco simpatiche, ma apparentemente ancora di moda. Impiegate
non solo in remoti ed esotici conflitti, ma anche nel palcoscenico della
guerra infinita. Selezionati con cura da chi quella guerra l'ha dichiarata e
poi scatenata con sinistra puntualità.
Un totale di 20mila americani, un decimo dell'intera forza Usa dislocata in
Iraq e Kuwait, dipende infatti dalle decine di aziende private a cui
l'Amministrazione Bush ha dato in appalto le attività più diverse. Dallo
svolgimento di inchieste sui "crimini contro l'umanità" (sic) alla
ristrutturazione delle forze di polizia interna passando per la costruzione
di nuovi carceri, fino a compiti di mero ordine pubblico. I soldati "in
appalto", come suggerisce il nome, "succhiano" un terzo dei quattro miliardi
di dollari al mese spesi dallo scorso maggio dagli Stati Uniti per
l'impossibile opera di ricostruzione civile del Paese arabo. Sono stati
assegnati alle aziende private, ai "contractors" dei diversi dipartimenti.
Proprio mentre il Congresso sta discutendo l'autorizzazione per il
finanziamento aggiuntivo di 87 miliardi di dollari per da destinare al buco
nero dell'occupazione irachena, Deborah Avant, analista alla "George
Washington University" specializzata proprio nelle nuove compagnie della
difesa private negli Stati Uniti, in una lunga intervista rilasciata al
quotidiano statunitense "Washington Post", entra nei dettagli di quella che
non esita a definire «una nuova corsa all'oro», ma anche «la radicale
privatizzazione della politica estera» che sta avvenendo negli Stati Uniti.
Una politica capace di trasformare il sangue in profitti stellari, roba da
mercenari, per l'appunto.




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Pomero da
www.liberazione.it
Afghanistan, scontri a Mazar: 70 le vittime.
E ora la tregua?


Pesanti scontri, i peggiori degli ultimi mesi, a Mazar-i-Sharif tra i due
signori della guerra rivali, Abdul Rashid Dostum e Ustad Atta, hanno
provocato 70 vittime, tra morti e feriti, tutti miliziani. Paradossalmente
entrambi i contendenti, che comandano rispettivamente il settimo e l'ottavo
corpo d'armata dell'esercito afghano che dovrebbe garantire il controllo
della regione, godono dell'appoggio del presidente Karzai rendendo evidente
la sua estrema debolezza. Da mesi i leader della Jamiat-i-Islami (Società
islamica), il tagiko Ustad Atta, e del Junbish-i-Millie islami (Movimento
islamico), l'uzbeko Abdul Rashid Dostum, si contendono il controllo della
città, prima dominio incontrastato del leader uzbeko, costretto negli ultimi
mesi a ritirarsi nella nuova roccaforte di Shebargan. Dopo la feroce
battaglia di mercoledì i due signori della guerra avrebbero accettato un
accordo per il cessate il fuoco, secondo quanto riferito dall'ambasciatore
britannico, funzionari dell'Onu e il ministro degli interni afghano Ali
Ahmad Jalali, recatisi sul posto. Jalali ha riferito di aver incontrato i
due signori della guerra che avrebbero «minimizzato» l'accaduto e si
sarebbero impegnati non solo a ristabilire la calma, ma anche ad attuare il
piano che, sotto la supervisione dell'Onu, dovrebbe portare al disarmo delle
varie fazioni e che dovrebbe scattare a Mazar-i-Sharif il prossimo novembre.
Secondo Jalali, il governo di Kabul dovrebbe inviare sul posto 300
poliziotti per controllare l'area contesa. Resta da vedere se la Nato, che
ha assunto il controllo dell'Isaf (il contingente internazionale di stanza a
Kabul) e ha deciso di estendere la propria presenza al di fuori della
capitale, si impegnerà anche nel tentare di «pacificare» le zone contese dai
vari signori della guerra. Perché gli osservatori nutrono forti dubbi che il
nuovo esercito nazionale afghano e le forze della polizia siano in grado di
imporre il disarmo. Se al nord del paese sono Atta e Dostum a scontrarsi, al
sud i problemi sono causati soprattutto dalla ripresa massiccia di attacchi
da parte dei taleban, appoggiati dai servizi e dai militari pakistani. E
questo mentre gli americani starebbero trattando il rientro dei taleban
«moderati» a Kabul.


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Pomero da
www.ilmanifesto.it

Sanzioni alla Siria, gli Usa all'attacco
La commissione esteri della Camera dei rappresentati vota il Syria
Accountability Act, che prevede misure contro Damasco «per il suo sostegno
al terrorismo». Il raid israeliano di domenica scorsa in Siria assume così
un altro significato. Non gesto isolato di Sharon, ma segno di una campagna
concertata a Washignton contro il regime di Bashar

STEFANO LIBERTI

Mentre alle Nazioni unite la Siria vorrebbe presentare una risoluzione di
condanna del raid aereo condotto domenica scorsa da Israele nel suo
territorio, biasimato tanto dal presidente Bashar al Assad che dall'Europa,
gli Stati uniti sembrano muoversi ancora una volta in direzione opposta. Non
solo Washington ha già annunciato che porrà il veto a ogni eventuale
risoluzione in questo senso, ma ha deciso di imprimere un'accelerazione alla
sua politica di pressione sulla Siria. La commissione esteri della Camera
dei rappresentanti ha dato martedì il via libera al Syria Accountability
Act, un progetto di legge che prevede diversi livelli di sanzioni economiche
contro Damasco, «se continua ad appoggiare gruppi terroristici, non ritira
le proprie truppe dal Libano e non dimostra di non star sviluppando armi
chimiche e batteriologiche». Approvata quasi all'unanimità (33 voti contro
2), la proposta passerà nelle prossime settimane alle due camere, dove gode
di un forte sostegno bipartisan, e verrà infine portata al presidente Bush,
che ha già fatto intendere che apporrà la sua firma. La tempistica del
provvedimento ha una sua logica intrinseca e mostra indubbiamente un
mutamento di strategia da parte della Casa bianca. Il Syria Accountability
Act languiva indiscusso al Congresso dall'aprile 2002, cioè da molti mesi
prima dell'inizio della guerra contro l'Iraq. All'epoca, la politica di
Washington nei confronti di Damasco prevedeva una tiepida cooperazione e
colloqui informali dietro le quinte. Oggi il contesto sembra cambiato.

Giunta a pochi giorni dall'imprevisto raid israeliano (lo stato ebraico non
colpiva in Siria dal 1982), la decisione della Commissione esteri della
camera provvede in parte a spiegare quello che inizialmente sembrava un
gesto inconsulto di Sharon: il raid di domenica e l'approvazione del Syria
Act appaiono infatti strettamente correlati tra loro e sembrano far parte di
una strategia concertata tra i settori più bellicosi del Likud, oggi al
potere in Israele, e parte dell'establishment americano, che non da oggi fa
pressioni sulla Siria.

A questo proposito è interessante leggere un rapporto scritto più di tre
anni fa da un gruppo di strateghi che nel frattempo hanno assunto posizioni
di rilievo all'interno dell'amministrazione Bush. Intitolato Ending Syria's
Occupation of Lebanon: the Us Role, lo studio è redatto a quattro mani da
Daniel Pipes e Ziad Abdelnour. Il primo è noto al grande pubblico per il suo
sostegno incondizionato a Israele e per la sua sguaiata islamofobia (il suo
ultimo libro si intitola «Militant Islam Reaches America»), oltre che per
essere stato recentemente nominato da George Bush nel consiglio di
amministrazione dello Us Institute for Peace, una fondazione finanziata dal
Congresso allo scopo di «operare per la prevenzione, la gestione e la
risoluzione pacifica dei conflitti internazionali ». Il secondo, meno
conosciuto, è una sorta di Ahmed Chalabi libanese: nato nel paese dei cedri
42 anni fa, figlio di influenti politici cristiani e parente per via
matrimoniale degli Gemayel, fondatori delle milizie falangiste, Abdelnour è
poi emigrato negli Stati uniti, dove ha fatto fortuna a Wall Street. Da
allora, cerca di fare lobbying per ottenere un impegno americano contro la
Siria e ridisegnarsi un ruolo in un nuovo Libano liberato dalle truppe di
Damasco.

Tra i firmatari in calce del testo figurano diversi membri influenti
dell'Amministrazione: tra gli altri, Elliot Abrams, assistente della Casa
bianca «per i diritti umani e la democrazia»; Douglas Feith, sottosegretario
alla difesa; Paula Dobriansky, sottosegretaria per gli affari e globali; e
il falco nero Richard Perle, ex chairman dell'influente Defence Policy Board
del Pentagono. Tutti o quasi questi personaggi erano attivi durante
l'amministrazione Reagan quando, nel 1984, i marines portarono a termine
un'umiliante ritirata da Beirut dopo una serie di attentati compiuti contro
di loro da Hezbollah. Da allora, il senso di rivalsa cova sotto la cenere e
ha provveduto a cementare un'allenza che, a quanto pare, ha ripreso il
sopravvento rispetto all'atteggiamento più distensivo propugnato in passato
dalla Casa bianca e dal Dipartimento di stato. Quest'alleanza, che unisce
vari cristiani libanesi di simpatia falangista, alcuni sionisti integralisti
del Jewish Institute for National Security Affairs (Jinsa) e i falchi
neo-conservatori dell'American Enterprise Institute (Aei) è simile a quella
che si è andata disegnando prima dell'invasione dell'Iraq, salvo che in quel
caso sono intervenuti attivamente gli affaristi legati al segretario alla
difesa Donald Rumsfeld e al vice-presidente Dick Cheney, i quali oggi si
tengono in disparte.

La lettura del rapporto appare comunque istruttiva, dal momento che
l'approvazione del Syria Accountability Act non è altro che l'attuazione
pratica del primo step che proprio tale rapporto prevedeva per una
ridefinizione del ruolo degli Stati uniti in Libano. Dopo aver sottolineato
che «i cristiani sono stati i primi e i più rapidi a sviluppare i costumi
occidentali in Libano», il testo fa riferimento a una serie di misure
graduali il cui risultato finale deve essere il ritiro dei siriani e la
ridefinizione degli equilibri interni in favore dei cristiani. Tra queste
misure, il primo passo è l'imposizione di sanzioni economiche progressive a
Damasco, fino alla minaccia di un intervento militare diretto. «La guerra
del Golfo del 1991 e quella del Kosovo del 1999 hanno dimostrato che gli
Stati uniti possono difendere i propri interessi e principi senza subire
grosse perdite. Ma questa opportunità non deve aspettare, perché tanto più
velocemente si diffondono le armi di distruzione di massa, tanto più
aumentano i rischi», concludono i due estensori.

All'epoca in cui è stato scritto, nel maggio 2000, le torri gemelle di New
York erano ancora in piedi e la dottrina della guerra preventiva era un'idea
minoritaria di estremisti neo-conservatori non ancora assurti agli onori
delle cronache. Oggi il mondo è cambiato e qualcosa lascia presagire che nei
prossimi mesi sentiremo parlare delle armi di distruzione di Damasco e dei
suoi legami con al Qaeda, secondo un modello ormai ben collaudato.



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Pomero da
www.ilmanifesto.it

I perché della drammatica crisi dei palestinesi.
Perché Yasser Arafat non si fa da parte? Perché hanno fallito «l'uomo nuovo»
Abu Mazen e Abu Ala? E ora?

MICHELE GIORGIO

GERUSALEMME
E' sul controllo dei servizi di sicurezza che si gioca la vera partita del
potere nell'Anp. Due premier, Abu Mazen e Abu Ala, sono caduti su questo
punto, dopo aver ingaggiato, soprattutto il primo, una lotta contro Yasser
Arafat deciso a non rinunciare alla sua autorità sugli apparati più
importanti dell'Anp. Il ruolo di Arafat - Da circa tre anni il presidente
palestinese si oppone al tentativo di Israele e Stati uniti di emarginarlo
ed escluderlo dalla scena politica mediorientale. Il primo ad accusarlo di
essere un «ostacolo per la pace» era stato l'ex premier israeliano Ehud
Barak, laburista, e la costante ripetizione di questa accusa da parte di Tel
Aviv e Washington (e di una buona fetta dei media internazionali) alla fine
ha prodotto il risultato sperato. Oggi anche in alcune capitali europee si
afferma che Arafat «deve farsi da parte». Il leader palestinese si è difeso
ricordando di essere il presidente eletto liberamente dal suo popolo e che
pertanto è l'unico ad avere la legittimità per controllare e indirizzare il
lavoro dei servizi di sicurezza. Arafat non approva gli attentati contro i
civili israeliani, come invece sostiene Israele, ma più semplicemente
afferma che l' Intifada potrà finire soltanto quando Israele accetterà di
tornare al tavolo delle trattative senza porre condizioni, a cominciare
dalla sua «rimozione». Di fronte ai tentativi di coloro che, in buona fede
(Abu Ala) o su mandato di Israele e Stati uniti (Abu Mazen) hanno cercato di
limitare la sua autorità, Arafat ha reagito il maniera scomposta. Il suo
confronto acceso con il ministro dell'interno, generale Nasser Yusef, che
pure è sempre stato un suo sostenitore, appare paradossale, incomprensibile
alla maggioranza dei palestinesi. In questo modo ha accresciuto il suo
isolamento e fornito ai suoi nemici una occasione d'oro per accusarlo di
«ostruzionismo ad oltranza».

Allo stesso tempo il presidente palestinese è stato, durante questi ultimi
tre anni, un esempio di fermezza che ha contribuito a tenere uniti i
palestinesi. Ha commesso il grave errore, all'inizio dell'Intifada, di non
comprendere che lasciare troppo spazio ai movimenti islamici avrebbe giocato
contro la sua autorità, ma non ha fatto marcia indietro svendendo i diritti
dei palestinesi come avrebbero voluto Usa e Israele.

L'uomo «nuovo», Abu Mazen -E' stato uno dei fallimenti più gravi della
politica palestinese. Abu Mazen ha portato la minaccia più grave
all'autorità di Yasser Arafat nel momento più difficile, negli ultimi trenta
anni, per la storia del suo popolo. Ha accettato di lavorare per emarginare
Arafat e mettere fine all'Intifada nella fase in cui si era fatta più
aggressiva l'occupazione. Il suo conflitto con Arafat non è stato di natura
personale come hanno scritto e affermato molti, ma di natura politica.
Soggetto a fortissime pressioni statunitensi e israeliane, ha puntato tutta
la sua azione a ridurre il potere di Arafat mentre gli israeliani
costruivano il muro in Cisgiordania e occupavano nuove terre palestinesi. Il
suo fallimento era scritto sin dal giorno del vertice di Aqaba (4 giugno)
quando, accettando il piano di pace Road map, ha dimenticato di ricordare i
principi che da sempre uniscono della sua gente e si è espresso unicamente
contro l'Intifada. Si è servito su un piatto d'argento ad Arafat che, grazie
al pieno sostegno di Al-Fatah, lo ha lentamente soffocato fino a
costringerlo alle dimissioni.

L'uomo della riconcialiazione, Abu Ala -Il ritorno sulle scena politica di
Abu Ala (Ahmed Qrea), rimasto in disparte per quasi due anni dopo la
notorietà ricevuta grazie al ruolo che aveva svolto durante gli accordi di
Oslo, aveva fatto sperare in una fase di ritrovata unità ai vertici
dell'Anp. Abu Ala non ha mai nascosto di essere fedele ad Arafat e di
condividere, sebbene non pienamente, la sua linea. Ha commesso tuttavia
l'ingenuità di arrivare allo scontro con il presidente palestinese ancora
una volta sul controllo effettivo dei servizi di sicurezza. Abu Ala si è
infilato da solo in un vicolo cieco. Da un lato riconsoce il diritto di
Arafat di dire l'ultima parola sulle questioni di sicurezza e dall'altro ha
scelto di difendere fino alla fine il ministro dell'interno, Nasser Yusef,
che, dopo aver condotto una vita militare e politica grigia, si è
improvvisamente scoperto cuor di leone mettendo in dubbio il potere di
Arafat. Quello di Abu Ala è stato un vero suicidio politico, segnato da
decisioni contraddittorie come il governo di emergenza che non piaceva a
nessuno, tranne ad Arafat. Avrebbe dovuto dire no all'inizio e invece lo ha
detto alla fine quando era troppo tardi.

E ora? - Molti si interrogano sulle conseguenze di questa crisi poltiica
senza precedenti ai vertici dell'Anp. E' chiaro che anche il prestigio e
l'autorità di Arafat escono compromessi dalle ultime vicende. Per molti
palestinesi l'atteggiamento di Arafat appare incomprensibile. Passato anche
Abu Ala, all'orizzonte non si vede alcun esponente palestinese in grado di
poter svolgere un ruolo internazionale alla guida del governo dell'Anp,
senza mettere in dubbio il ruolo di Arafat che continua a godere del
sostegno della popolazione. Applaudono alla situazione i leader dei
movimenti islamici (e gli israeliani). L'accaduto, dal loro punto di vista,
prova che l'Anp e l'Olp non possono più svolgere un ruolo di guida e che la
«soluzione islamica» è l'unica.



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Pomero da
www.ilmanifesto.it
Sull'orlo di una catastrofe umanitaria.

I Territori Occupati da Israele si trovano sull'orlo di una catastrofe
umanitaria, a causa delle misure militari estremamente severe imposte
dall'esercito di occupazione israeliano fin dallo scoppio della seconda
intifada nel settembre 2000. Il tasso di malnutrizione tra i palestinesi è
peggiorato rapidamente dall'imposizione di queste nuove misure. I casi di
malnutrizione grave riportati a Gaza sono ormai equivalenti a quelli
riscontrati nei paesi dell'Africa sub-sahariana, una situazione che ha
dell'assurdo se si pensa che la Palestina, in precedenza, aveva un'economia
caratterizzata da reddito medio. Oltre il 22% dei bambini al di sotto dei 5
anni soffre attualmente di malnutrizione (il 9,3% è affetto da malnutrizione
acuta e il 13,2% da malnutrizione cronica), contro il 7,6% del 2000 (quando
l'1,4% soffriva di malnutrizione acuta e il 6,2% di malnutrizione cronica),
secondo dati del Centro di ricerche statistiche palestinese. Circa il 15,6%
dei bambini al di sotto dei 5 anni è affetto da un'anemia acuta che in molti
casi produrrà ripercussioni permanenti sul futuro sviluppo fisico e mentale.
Il consumo di generi alimentari è sceso di oltre il 30% pro capite. Si
lamenta una diffusa scarsità di generi alimentari, specialmente proteici.
Oltre la metà delle famiglie palestinesi mangia ormai solo una volta al
giorno. L'economia è quasi al collasso e il numero delle persone che vivono
in condizioni di povertà estrema è triplicato. Circa il 60% dei palestinesi
vive in condizioni di povertà acuta (75% a Gaza e 50% in Cisgiordania). Il
Pnl pro capite si è quasi dimezzato rispetto a due anni fa. Anche quando i
generi alimentari sono effettivamente disponibili, molti palestinesi non
possono permettersi di acquistarli per le loro famiglie. Oltre il 50% dei
palestinesi è stato costretto ad indebitarsi per acquistare generi
alimentari, e molti, presi dalla disperazione, vendono tutte le proprietà di
cui dispongono. Oltre il 50% dei palestinesi dipende ormai completamente
dagli aiuti alimentari: ciononostante, come segnalano molte organizzazioni
umanitarie incontrate dalla missione, l'ingresso e la circolazione
all'interno dei Territori Occupati per scopi di assistenza alimentare
vengono spesso negati e i camion vengono mandati indietro. Nel maggio 2003,
ad esempio, una delegazione UNSCO è stata bloccata a Gaza per 5 giorni: le
forze di occupazione non le permettevano infatti di muoversi.
Esteri

11 Oct 11:52 Medioriente: Conferenza islamica, "Israele sta premendo
sugli Stati Uniti per invadere la Siria"

PUTRAJAYA (Malaysia) - "Israele sta premendo sugli Stati Uniti per
invadere la Siria, e gli americani sembrano riluttanti, cosi', per
forzargli la mano, Israele invade la Siria". Lo ha detto il primo
ministro malese, Mahathir Mohamad, che presiede il vertice della
Organizzazione della Conferenza islamica (Oci), apertosi oggi in
Malaysia. "A quel punto - ha aggiunto Mohamad - gli Stati Uniti
dovranno sostenere lo Stato ebraico, altrimenti i candidati per la
presidenza negli Usa perderanno il consenso della comunita' ebraica".
(Agr)
Ho ricevuto questo SOS da parte di un autore di Report che segnala i
violenti attacchi per la puntata

Quote

From: "dizzigotheca libero"
To:
Sent: Thursday, October 09, 2003 1:00 PM
Subject: Fw: REPORT - martedì sera


> per comune riflessione e divulgazione.
> Alessio
> (PS: non ci sono virus)
>
> > > Oggetto: I: REPORT - martedì sera

> > > Leggete questa risposta inviata ad un amico da Report, e, se vi ci
> > > ritrovate, fatela circolare tra i vostri amici e conoscenti. Credo
che
> > > meritiamo la dignità che la maggior parte delle programmazioni
> > > televisive ci hanno del tutto tolto, Roberta

> > Io non spedisco quasi mai niente a nessuno, ma questa volta faccio una
> eccezione.
> Abbiamo spedito una mail a REPORT, la trasmissione di rai tre, guardate
cosa
> ci hanno risposto!!!!.
> Leggete attentamente anche se e' un po lungo:
> Cari Amici,
> sono Paolo Barnard, coautore della puntata di Report "L'Altro
> Terrorismo" del 23/09/03. Avrei veramente voluto rispondere a tutti
> individualmente, e ci ho povato, ma la mole incredibile di email
> ricevute mi obbligano a desistere. Perdonatemi dunque se vi rispondo
> in gruppo. Cercherò di dare indicazioni per ciascuno dei temi che
> più frequentemente mi avete posto.
>
>
> Innanzi tutto grazie per i complimenti, che ci hanno persino
> commosso. Essi sono graditissimi perchè contrariamente a quanto si
> crede, noi lavoriamo nel silenzio e quasi mai abbiamo riscontri di
> quello che facciamo. Grazie ancora.
>
>
> Perchè ci fanno ancora parlare nell'Italia di oggi? Perchè siamo
> stati in grado di proporre sempre fatti documentati e non opinioni, e
> dunque non diamo appigli a nessuno per poterci stroncare. Poi credo
> che la RAI abbia bisogno di mantenere una facciata di libertà di
> qualche tipo, ed ecco che Report si presta bene a ciò. Terzo, è vero
> che viviamo sempre con i bagagli fatti.. perchè mai sappiamo se ci
> sarà una prossima serie.
>
> Noi non siamo coraggiosi, cari amici, la realtà è che non abbiamo
> nulla da perdere. Siamo il sottoscale della RAI, mal pagati, nessuno
> assunto, senza uno straccio di possibilità di far carriera e allora
> che almeno ci sia lasciata la possibilità di essere liberi. Non vi
> immaginate con quali mezzi di fortuna dobbiamo lavorare, varrebbe al
> pena scriverci un libro. Forse se un coraggio c'è stato fu iniziale,
> quando col nostro modo di intendere l'informazione ci precludemmo
> ogni chance di far carriera ("..lei è bravo Barnard, ma non sa fare
> corridoio.." mi disse anni fa un direttore di rete). Però la gente di
> Report ha passione per quella che ritiene sia la decenza umana,
> questo sì. Per quelli che ci hanno scritto che siamo dei "venduti
> comunisti prezzolati ecc.." sottolineo che se lo fossimo non saremmo
> ridotti con le pezze al sedere.
>
>
> In merito alla mia inchiesta. I documenti riservati sono oggi
> depositati presso il National Security Archive di Washington,
> all'interno della George Washington University e credo li abbiano
> anche messi sul loro sito. Altri documenti si trovano presso il
> Public Record Office di Londra, altri ancora li ho avuti da fonti
> riservate, sorry. Il testo integrale della puntata si trova sul sito
> www.report.rai.it, e per ottenre una cassetta andate sul sito e
> cliccate su Info a sinistra. Costa parecchio e sappiate che sono
> soldi che NON vengono a noi, a scanso di equivoci.
>
>
> Per tutti quelli che hanno sollevato dubbi sull'inchiesta. Pochissimo
> hanno scritto insulti e quelli possono solo vergognarsi. Per gli
> altri: il motivo per cui non abbiamo incluso nella puntata il
> terrorismo di Cina, Urss, Birmania, Cuba ecc.. è semplice: primo,
> esso è arcinoto, da mezzo secolo tutto l'occidente ne ha straparlato
> con dovizia di particolari (l'Impero del Male..) e noi di Report
> avevamo poco da aggiungere. Siamo totalmente d'accordo, quegli stati
> furono e sono terroristi. Ciò che invece fu detto troppo poco è che
> noi fummo e siamo come o peggio di loro. Questo andava e andrà detto.
> Secondo, Cina, Urss, Birmania, Cuba ecc.. non si sono mai eretti a
> gendarmi globali vestiti del manto immacolato dei giusti, e non hanno
> mai dichiarato una Guerra al Terrore a nome di tutta la civiltà, in
> altre parole sono stati meno ipocriti di quanto non lo siamo noi
> oggi. Terzo, crediamo che il dovere principale dei giornalisti
> occidentali sia quello di controllare le fonti del proprio potere
> politico, innanzi tutto. Quarto, le vittime dei gulag, delle carceri
> di Castro o dei terroristi islamici hanno goduto almeno di vari gradi
> di riconoscimento. I bambini di Rufina Amaya o le donne curde
> torturate a morte non sono neppure memoria, non contano. A New York
> una placca recita "Agli eroi dell'11 di settembre". Dove sono le
> lapidi agli "eroi" del Salvador, Cile, Paraguay, Colombia, Laos,
> Sudafrica, Bangladesh, Indonesia? E non sono 3.000, sono decine di
> milioni.
> Report è a favore della guerra al terrorismo, nessuno di noi vuole
> trovarsi incenerito da un aereo che ti entra in ufficio. Ma nessuno
> di noi vuole dormire sul sangue di milioni di poveracci che pagano
> per il nostro confort. Report è dunque a favore di una lotta contro
> TUTTI i terrorismi e contro TUTTI i terroristi, questo era il senso
> della puntata.
>
>
> In generale. Noi non molleremo, ma è importante che non molliate voi.
> I potenti temono una cosa sola, e non è il giornalismo. Essi temono
> l'opinione pubblica, ne hanno il terrore. E allora fatevi sentire,
> basta poco. Una telefonata ai media, una lettera ai politici, oppure
> divulgare, anche a voce, nelle scuole, negli ipermercati, ai giardini
> con chi si incontra, sui treni, ovunque. Siete voi che contate. Se
> Report avesse l'audience di Striscia la Notizia sarebbe in prima
> serata tutto l'anno. E chi ha in mano il telecomando? A chi ci ha
> scritto "Report è la nostra voce" io rispondo "E allora alzate la
> voce, e Report si alzerà con lei".
>
> Spero solo che "L'Altro Terrorismo" sia servito ad aggiungere quel
> granello di speranza per un mondo migliore. Che sia servito a
> ricordare per una volta gli sconfitti e i perdenti, gli eroi
> dimenticati che nessuno celebra.
>
>
> Paolo Barnard
> P.S: non sono mai stato comunista..
>
> --------------------------------------------------
>
> PS. questa e' una catena , mi raccomando fatela girare , cosi' facciamo
> andare report in prima serata, invece di sorbirci "I RACCOMANDATI" che e'
> una trasmissione che fa schifo e mi offende.


--
Saluti & Salute
Pomero
Cut/Paste - Fermiamoli, fermiamo in nuovo nazismo imperialista.

Questi pazzi assassini devono essere fermati...Altro che Saddam e Bin
Laden...

Israel deploys nuclear arms in submarines

Peter Beaumont in London and Conal Urquhart in Jerusalem
Sunday October 12, 2003
The Observer

Israeli and American officials have admitted collaborating to deploy
US-supplied Harpoon cruise missiles armed with nuclear warheads in
Israel's fleet of Dolphin-class submarines, giving the Middle East's
only nuclear power the ability to strike at any of its Arab
neighbours.

The unprecedented disclosure came as Israel announced that states
'harbouring terrorists' are legitimate targets, responding to Syria's
declaration of its right to self-defence should Israel bomb its
territory again.

According to Israeli and Bush administration officials interviewed by
the Los Angeles Times, the sea-launch capability gives Israel the
ability to target Iran more easily should the Iranians develop their
own nuclear weapons.

Although it has been long suspected that Israel bought three German
diesel-electric submarines with the specific aim of arming them with
nuclear cruise missiles, the admission that the two countries had
collaborated in arming the fleet with a nuclear-capable weapons system
is significant at a time of growing crisis between Israel and its
neighbours.

'We tolerate nuclear weapons in Israel for the same reason we tolerate
them in Britain and France,' one of the LA Times' sources told the
paper. 'We don't regard Israel as a threat.'

Despite the anonymity of the source, the sentiment is almost identical
to that of the US Under Secretary of State for Arms Control, John
Bolton, who told British journalists last week that America was not
interested in taking Israel to task for its continuing development of
nuclear weapons because it was not a 'threat' to the United States.

Even if Bolton was not one of the sources for the story, his comments,
coming on top of that of the two other sources, suggest the degree to
which senior members of the Bush administration can now not even be
bothered to hide America's assistance and encouragement for Israel's
nuclear programme.
Ricevo, e volentieri trasmetto. Shalom.

Namib

> COMUNICATO DI RESISTENZA CIVILE


> Nei prossimi giorni le famiglie italiane riceveranno
> la lettera firmata dal
> Presidente del Consiglio Berlusconi in cui il
> premier spiegherà le ragioni,
> i particolari e tutto ciò che riguarda la
> finanziaria appena varata e la
> riforma delle pensioni. Oltre 18 milioni di capi
> famiglia riceveranno la
> lettera per una spesa che supererà i 7 milioni di
> euro, a carico del
> ministero del Tesoro e quindi di tutti i
> contribuenti. Chiaramente le
> ragioni della spedizione di questa lettera sono ben
> altre di quelle
> ufficiali. In vista delle mobilitazioni dei
> lavoratoti del 24 ottobre e
> delle elezioni europee
> e amministrative delle prossima primavera e visti i
> sondaggi che indicano
> un calo notevole delle preferenze accordate a questo
> governo, il premier
> intende continuare nella sua operazione tutta
> politica e mediatica iniziata
> con il vergognoso comunicato a reti unificate delle
> scorse settimana.
> Insomma è l'ennesimo scempio che questo governo si
> accinge a compiere.
> Quello che invitiamo a fare e respingere al mittente
> la lettera che
> riceverete, nel momento in cui il postino ve la
> consegna o portandola
> successivamente all'ufficio postale. E' sufficiente
> barrare con due righe
> in diagonale l'indirizzo del destinatario e scrivere
> RESPINTO AL MITTENTE.
> Un'iniziativa civile per esprimere il nostro
> dissenso.

> Inoltra la mail a più gente possibile, se la ritieni
> un'iniziativa
> condivisibile!

> ciao

lunedì, ottobre 13, 2003

Dura posizione dell'opposizione sull'ipotesi annunciata dal ministro della Difesa Martino

Missione italiana in Iraq, l'Ulivo: "No a prolungamento senza l'Onu"

Martino: "Se i nostri dovranno restare più a lungo informeremo il parlamento". Castagnetti: "Siamo forza di occupazione, devono intervenire le Nazioni Unite". D'Alema: "Martino non dispone delle forze armate"


"Se i nostri dovranno restare piu' a lungo, e' chiaro che il governo ne informera' prima il Parlamento". Il ministro della Difesa Antonio Martino lo afferma al 'Corriere della sera', commentando l'ondata di polemiche alle sue dichiarazioni di due giorni fa. "Come al solito -dice- quelli dell'opposizione fanno chiasso per niente". "Non ho detto -ribadisce- che abbiamo deciso di far restare i soldati italiani oltre il tempo stabilito. Ho detto che verosimilmente gli americani ce lo chiederanno. In quel caso non potremo dire di no". E alla domanda sulle richieste degli americani, Martino spiega che "ne abbiamo gia' cominciato a parlare". Con John Bolton, Vicesegretario alla difesa Usa, che era a Roma una settimana fa, dice il ministro, "abbiamo esaminato varie questioni. Per quanto riguarda l'Iraq ci siamo soffermati soprattutto sulla possibilita' che si riesca a far approvare una risoluzione da parte dell'Onu".

Intervistato dalla 'Stampa', il ministro della Difesa afferma poi che ora in iraq "non bisogna cedere, perche' e' quello che vogliono i terroristi. Dopo il nuovo attentato a Baghdad, Martino dice che i leader della coalizione impegnata in Iraq "devono fare appello a tutte le loro capacita' di auto-controllo, messe a dura prova da simili eventi". "Non bisogna perdere la testa -considera Martino- perche' e' esattamente lo scopo dei violenti: terrorizzare e indurre la coalizione ad arretrare".

Ma l'Ulivo ancora non ci sta. "Se il governo non leghera' le sue decisioni a un intervento dell'Onu, a un passaggio delle consegne nella gestione del dopoguerra dagli Usa alle Nazioni Unite, non ci sara' alcuna disponibilita' dell'opposizione a un confronto" dice il capogruppo della Margherita alla Camera, Pierluigi Castagnetti, in un'intervista a Repubblica, togliendo ogni dubbio su quale sara' la posizione dell'opposizione. "(...) Del resto - afferma Castagnetti - e' cambiato il carattere della nostra presenza in Iraq: e' un'operazione militare a tutti gli effetti, non piu' un'azione umanitaria. Ormai anche l'Italia puo' essere considerata una forza di occupazione. E l'occupazione dell'Iraq non e' la strada giusta per riportare la pace". Castagnetti chiede quindi che il Ministro della Difesa "porti subito in Parlamento la proposta di prolungare di altri sei mesi la missione".

"Immagino che il ministro Martino abbia annunciato una proposta, non dispone lui dell'uso delle forze armate", sottolinea Massimo D'Alema "il governo, anziche' accodarsi in modo acritico agli americani -osserva il presidente ds- si dovrebbe impegnare perche' l'Europa abbia una sola voce. Il governo ha messo le nostre forze armate sotto il comando Usa anziche' adoperarsi per trovare una soluzione nella sede delle Nazioni Unite che consente il passaggio della responsabilita' all'Onu".


(Pubblicato il 13 ottobre 2003 11:09 )
Soldati in Iraq, Polo in ordine sparso ( Forza "Pagliacci" )

Tensione nella maggioranza sul prolungamento della missione in Iraq. L'Udc smentisce Bondi: "Serve l'ok del Parlamento". L'Ulivo insiste: "No a una proroga senza il mandato Onu". Martino: "Ce lo chiedono gli Usa"


ROMA - Anche la missione militare italiana in Iraq rischia di dividere una maggioranza già lacerata in più punti. A contraddire infatti nettamente il portavoce di Forza Italia Sandro Bondi ci pensa oggi il capogruppo dell’Udc alla Camera Luca Volontè. Se infatti il primo aveva escluso ieri che ci fosse bisogno di un passaggio parlamentare per prolungare l’impegno delle nostre truppe nell’ex regno di Saddam Hussein, il secondo oggi chiarisce che per il suo partito le cose stanno invece in maniera diametralmente opposta. Ma il paradosso è che per confermare la posizione del Biancofiore Volontè si serve delle argomentazioni dello stesso ministro della Difesa Antonio Martino .

Evidenziando quindi in modo implicito una incoerenza latente dentro la stessa Forza Italia. “Per prolungare la missione dei soldati italiani in Iraq - afferma dunque il presidente dei deputati dell’Udc - è necessario il passaggio parlamentare. E lo stesso Martino dice bene perché per ogni missione all'estero dei nostri militari questa procedura rispettosa del Parlamento è doverosa''.

Già perché nel frattempo proprio il ministro della Difesa ha corretto il tiro delle sue dichiarazioni di due giorni fa. E ha spiegato che lui sta ponendo solo il problema di una proroga altamente probabile, e non certo teorizzando lo scavalcamento delle Camere. ''Come al solito - dice infatti oggi Martino - quelli dell'opposizione fanno chiasso per niente. Non ho detto che abbiamo deciso di far restare i soldati italiani oltre il tempo stabilito. Ho detto che verosimilmente gli americani ce lo chiederanno. In quel caso non potremo dire di no. Ma è chiaro che se i nostri dovranno restare più a lungo, il governo ne informerà prima il Parlamento''.

Tra l’altro sempre Martino fa capire che il progetto di spostare sotto l’egida dell’Onu un’occupazione dell’Iraq oggi gestita dagli Usa viene ormai caldeggiato a tutti i livelli. “Con John Bolton, vicesegretario alla Difesa Usa, che era a Roma una settimana fa - dice il ministro - abbiamo esaminato varie questioni. Per quanto riguarda l'Iraq ci siamo soffermati soprattutto sulla possibilità che si riesca a far approvare una risoluzione da parte dell'Onu''.

Quella risoluzione che l’Udc vedrebbe con estremo favore e che sarebbe tra l’altro condizione indispensabile per ottenere su questa questione il voto dell’opposizione in Parlamento. “Se la missione in Iraq sarà autorizzata dalle Nazioni Unite, e avrà quindi la copertura dell' Onu, - afferma infatti il capogruppo dei Ds alla Camera Luciano Violante - non c'è problema. Altrimenti a nostro avviso gli italiani non possono restare in Iraq''. Il presidente dei deputati diessini è comunque deciso nel censurare la sortita di Bondi. “Il coordinatore di Forza Italia ha sbagliato.- aggiunge - Ci vuole un passaggio per autorizzare l' intervento militare fuori dai nostri confini, così come prescrive la nostra Costituzione. Poi c'è un problema di spesa ulteriore che può essere autorizzata solo dal Parlamento''.

(13 OTTOBRE 2003, ORE 13:00)

Soldati in Iraq, Polo in ordine sparso


Commenti Cut/Paste di Italiani, manca quello di un certo fabio, che è talmente ignorante da non saper nemmeno scrivere il suo nome con l'iniziale "Maiuscola".

E Berlusconi dov'è?

Ogni volta che c'è un casino e nella Cdl si scannano, Berlusconi sparisce... per non rovinare la sua immagine personale? Che pena!
Lunedi 13 Ottobre 2003 - 14:14 Franco

Fabio e la confusione

Caro sig. Fabio, che l'invio di militari all'estero lo decida il Parlamento è scritto nella Costituzione. Se lei ritiene che la Costituzione sia comunista sbaglia perchè è 'solo' una Costituzione democratica che chiaramente a Lei e a molti elettori di destra non piace. Mi meraviglia poi che l'Italia decida di dire di SI prima ancora che gli americani ci chiedano. Servilismo va bene, ma almeno salviamo le forme. E questa sarebbe la nuova Italia berlusconiana ?
Lunedi 13 Ottobre 2003 - 14:10 enzo Raspolli

ELEZIONI


C'è qualcosa su cui il Polo è unito, a parte tenersi strette le poltrone????????? AL VOTO!!!!
Lunedi 13 Ottobre 2003 - 14:02 pilù


troppa carne al fuoco!


Prolungamento missione italiana in Soldati in Iraq, Finanziaria, legge Gasparri sulle telecomunicazioni, riforma delle pensioni, voto agli immigrati...troppa carne al fuoco! Resisterà la maggioranza?
Lunedi 13 Ottobre 2003 - 13:36 Il feroce Saladino

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